KARL OVE KNAUSGARD.
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UN UOMO INNAMORATO. 2015.
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Parte 4.
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Traduzione di: Margherita Podest Heir.
2015. Giangiacomo Feltrinelli Editore, MILANO.
Collana: I Narratori.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Una volta a Venezia avevo visto un uomo anziano che teneva la testa in orizzontale. Il collo formava un angolo di novanta gradi rispetto alle spalle. Era in grado di vedere soltanto il terreno davanti ai suoi piedi. Con infinita lentezza aveva attraversato la piazza con passo malfermo, eravamo allArsenale, accanto a una chiesa dove un coro stava facendo le prove, io ero seduto a un caff a fumare e non riuscivo a distogliere lo sguardo da lui da quando lavevo visto. Era una sera di inizio dicembre. A parte noi due e i tre camerieri che stavano in piedi allentrata a braccia conserte, nei paraggi non cera anima viva. La nebbia sembrava sospesa sui tetti. La pavimentazione stradale e tutte quelle vecchie mura ricoperte di umidit brillavano alla luce dei lampioni. Il vecchio si era fermato davanti a una porta e dopo aver estratto una chiave, stringendola in mano aveva rovesciato allindietro tutto il corpo, in modo da poter vedere dove fosse pressappoco la serratura. Aveva trovato la toppa tastando con le dita. La deformit faceva s che i movimenti del suo corpo parevano non appartenergli o, pi precisamente, tutta lattenzione era concentrata sulla testa immobile, rivolta verso il basso, che quindi per questo appariva come una specie di centrale, una parte del corpo, ma comunque indipendente da esso, dove venivano prese tutte le decisioni e dove venivano stabiliti tutti i movimenti.
Aperta la porta, era entrato. Visto da dietro sembrava che non avesse la testa. E poi, con un movimento inaspettatamente impetuoso, che avrei creduto impossibile, si era sbattuto la porta alle spalle.
Era stato inquietante, inquietante.
Sulla collina a qualche centinaio di metri davanti a noi stava sopraggiungendo una station wagon rossa. Al suo passaggio la neve turbinava come in un vortice per via del risucchio. Quando si avvicin, ci scostammo. I sedili posteriori erano stati tolti e nel grosso bagagliaio cerano due cani bianchi che si rincorrevano e abbaiavano.
Li hai visti? dissi. Sembravano husky. Ma non pu essere, giusto?
Linda si strinse nelle spalle.
Non lo so, rispose. Ma credo che siano quelli che ci sono in quellabitazione dietro la curva, sai. Abbaiano in continuazione". Non ho mai visto cani quando ci sono passato davanti, dissi. Ma ricordo che me lo avevi gi fatto presente. Avevi paura di loro o cosa?
Non so. Forse un po, rispose.  una situazione sgradevole. Sono legati con quelle corde lunghe flessibili e poi ti puntano..".
Aveva vissuto qui per lunghi periodi quando era cos depressa da non riuscire a prendersi cura di se stessa. Per lo pi aveva passato le giornate sdraiata a guardare la tv nello stanzino per gli ospiti. Con Vidar e con sua madre quasi non parlava, non voleva niente, non riusciva a fare niente, tutto dentro di lei era andato in tilt. Quanto fosse durato quel periodo, non lo sapevo con esattezza. Non ne aveva quasi mai parlato. Ma lo rilevavo in pi occasioni, per esempio nellaffetto e nella preoccupazione per lei che percepivo negli sguardi o nelle voci dei vicini che incontravamo quando eravamo in giro.
Passammo davanti alla fattoria principale della valle, che non era molto grande e i cui edifici agricoli come il fienile e la stalla erano leggermente fatiscenti, l viveva il patriarca, vecchissimo e rattrappito. Le finestre erano illuminate, ma allinterno non si vedeva nessuno. Nellaia tra il fienile e la casa cerano tre vecchie automobili, una sollevata su dei blocchi. Erano coperte di neve.
Che una volta fossimo stati l, seduti a una tavola imbandita accanto alla piscina ad abbuffarci di gamberi di acqua dolce in una calda e buia sera dagosto, adesso sembrava quasi impossibile a credersi. Ma era stato cos. Lampioncini di carta che brillavano nel buio, voci allegre, mucchi enormi di gamberi di un rosso luccicante a ogni estremit di quella tavolata. Lattine di birra, bottiglie di acquavite, risa e canzoni. Il frinire delle cavallette, il rumore di auto lontane. Quella sera Linda mi aveva stupito, ricordo, tutto a un tratto aveva fatto tintinnare il bicchiere con una posata per richiamare lattenzione, si era alzata e aveva cantato una canzone da osteria dedicata allacquavite. Laveva ripetuta due volte. Disse che la gente di qui se lo aspettava da lei, che lo aveva sempre fatto. Era stata quel tipo di bambina che si esibiva per gli adulti. Quando frequentava le elementari, aveva recitato in Sound of Music per pi di un anno in un teatro di Stoccolma. Ma anche a casa durante le feste, immaginavo. Tanto esibizionista quanto lo ero stato io, e altrettanto pronta a nascondersi.
In quelloccasione anche Ingrid aveva fatto la sua apparizione. Quando era arrivata, aveva attirato su di s lattenzione generale dei vicini, aveva abbracciato tutti, aveva mostrato loro quello che aveva portato da mangiare, aveva conversato, riso, e tutti avevano una parola da dirle. Quando in paese veniva organizzato qualche evento, dava sempre una mano, preparava dolci o cibarie e se qualcuno era malato o aveva bisogno di qualcosa, si recava da loro con la sua bicicletta e li aiutava come poteva.
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La festa ebbe inizio, tutti erano indaffarati con i propri gamberi, catturati nel laghetto proprio l sotto, e ogni tanto buttavano indietro la testa mentre si scolavano tutto dun fiato quello che gli svedesi chiamavano nubbe, il cicchetto. Latmosfera era al massimo. Poi tutto a un tratto si erano sentite delle voci provenire dal fienile, era un uomo che stava sgridando pesantemente una donna, il clima che regnava intorno al tavolo mut di colpo, alcuni videro, altri si sforzarono di non vedere, ma tutti sapevano. Era il figlio del vecchio proprietario della fattoria, era noto per essere un violento, e adesso se la stava prendendo con la figlia adolescente, aveva fumato. Allora Ingrid si era alzata con fare risoluto e si era diretta verso di lui con passi veloci e decisi, tremando di rabbia repressa. Si era fermata davanti alluomo, che aveva forse trentacinque anni, era grande e robusto con occhi duri, e aveva cominciato a fargli una ramanzina, con tale impeto da farlo rimpicciolire. Quando ebbe finito e lui si era allontanato in auto, aveva posato la mano sulla spalla della figlia, che non aveva fatto altro che piangere e laveva condotta con s al tavolo. Nellattimo stesso in cui si era riseduta, aveva ritrovato lumore di prima, si era rimessa a chiacchierare e a ridere, trascinando gli altri con s.
Adesso tutto era bianco e silenzioso.
Dalla fattoria la strada saliva verso un gruppo di casette estive. La neve non era stata spalata, in quel periodo dellanno l non cera nessuno.
Mentre lavoravo a En tid for alt, era Ingrid quella che avevo in mente quando scrivevo di Anna, la sorella di No. Una donna pi forte di tutti loro, una donna che, quando era arrivato il diluvio, aveva portato tutta la sua famiglia in cima alla montagna e, quando il diluvio era arrivato anche l, li aveva portati ancora pi su, fino a quando non era stato pi possibile salire ulteriormente e non cera pi nessuna speranza. Una donna che non si arrendeva mai e che era disposta a sacrificare tutto per i suoi figli e nipoti.
Era una persona degna di nota. Dove arrivava, occupava tutto lo spazio, ma al contempo era umile. Poteva dare lidea di essere superficiale, ma nei suoi occhi cera anche una profondit che contraddiceva questa impressione. Cercava sempre di mantenere le distanze da noi, si ritraeva sempre in disparte, si sforzava di non essere mai dintralcio, ma al contempo era anche la persona che era pi vicina a noi.
Credi che ieri Fredrik e Karin siano stati bene? domand Linda alzando gli occhi verso di me.
S-. Penso proprio di s, risposi.  stata una piacevole serata".
Da lontano si ud un sibilo.
Anche se mi ha chiamato Hamsun un paio di volte di troppo, proseguii.
Ma stava scherzando!
S, avevo capito".
A loro piaci molto, a tutti e due".
Questo invece non lo capisco. Non apro quasi mai bocca quando siamo insieme a loro".
Certo. Ma daltra parte sei cos attento a non farlo pesare".
Mm".
Ogni tanto mi sentivo la coscienza sporca per il fatto di essere cos silenzioso e privo di iniziativa nei confronti degli amici di Linda, di non curarmi pi tanto di loro, invece mi accontentavo di essere presente quando cerano, come se fosse un dovere. Per me era un dovere, ma per Linda era la vita, a cui io in quei momenti non prendevo parte. Lei non se ne era mai lamentata, ma intuivo che desiderasse che la situazione fosse diversa.
Il sibilo si fece pi intenso. Dal passaggio a livello sottostante cominci a sentirsi il segnale. Din din din din. Poi scorsi un movimento tra gli alberi. Un attimo dopo il treno sbuc sfrecciando dal bosco. La neve lo circondava come una nuvola. Costeggi il lago per qualche centinaio di metri, una lunga fila di vagoni merce dai container di colori diversi, che luccicavano in tutto quel bianco e grigio prima di sparire nuovamente dietro agli alberi che formavano il bosco sul lato opposto.
Quello s che era qualcosa che Vanja avrebbe dovuto vedere! esclamai. Ma lei dormiva e non si era accorta di niente. Il viso era quasi totalmente impacchettato in quella specie di cappuccio che aveva infilato sotto il berretto, sembrava quello di un boia e le circondava il collo come una gorgiera, e poi sul berretto rosso in poliestere foderato di bianco aveva ancora un bel paio di paraorecchie. Aveva anche la sciarpa e sotto il pesante tutone rosso indossava un completo di maglia e pantaloni di lana.
Fredrik  stato cos buono con me quando stavo male, disse Linda. Veniva a prendermi nel reparto dellospedale. E andavamo al cinema. Non parlavamo molto. Ma il solo fatto di uscire mi era di grande aiuto. E anche che in quel modo lui si prendesse cura di me".
Ma non lo hanno fatto tutti i tuoi amici?
S, ognuno a modo proprio. E in questo cera un che di strano... Mi sono resa conto che fino a quel momento ero sempre stata dallaltra parte della barricata, ero sempre stata io quella che aiutava, quella che capiva, quella che dava... Non in modo incondizionato, certo, ma quasi sempre. A mio fratello quando eravamo piccoli, a mio padre, e a volte anche a mia madre. E poi tutto si  capovolto: quando mi sono ammalata, ero io che prendevo. Ero costretta. La cosa strana ... S, che gli unici momenti di libert che ho avuto, in cui ho seguito solo la mia volont, sono stati quelli in cui ho sofferto di attacchi maniacali. Per quella libert era cos grande che non ero in grado di gestirla. Faceva male. Ma in essa cera anche qualcosa di buono. Essere finalmente libera. Tuttavia non poteva funzionare. Non in quel modo".
No, dissi.
A cosa stai pensando?
A due cose, in realt. Una non ha niente a che fare con te. Per sei tu che hai parlato del fatto di dover prendere dagli altri. Mi  venuto da pensare che se mi fossi trovato nella tua stessa situazione non avrei accettato niente. Non avrei voluto che gli altri mi vedessero. E sicuramente non avrei voluto che mi aiutassero. Non hai idea di quanto sia forte questa componente dentro di me. Ricevere non fa per me. E non lo far mai. Questa era una delle due cose. Laltra era che mi chiedevo cosa facevi quando soffrivi di attacchi maniacali. Voglio dire, visto che per te questo  cos intensamente legato alla libert. Che cosa facevi quando eri libera?
Se tu non riesci a ricevere dagli altri, come  possibile arrivare a te, allora?
Cosa ti fa credere che io voglia essere raggiunto?
Ma non  possibile".
No. Ma rispondi piuttosto a quello che ti ho chiesto".
Sulla nostra sinistra comparve il punto di ritrovo che veniva utilizzato in occasione delle feste. Era un piccolo spiazzo erboso che aveva delle panche e un tavolo lungo, veniva utilizzato quasi esclusivamente per la festa di mezzestate, quando tutti gli abitanti del paese si radunavano per ballare intorno allalto palo addobbato di foglie e di fiori che veniva eretto nel mezzo, per mangiare dolci, bere caff e partecipare al quiz, la cui cerimonia di premiazione concludeva il programma ufficiale della serata. Io avevo partecipato per la prima volta quellestate e mi aspettavo che qualcuno desse fuoco al palo, non poteva certo esserci una festa di mezzestate senza un fal. Linda rise quando glielo dissi. No, niente fal, niente magia, soltanto i bambini che danzavano sulle note della canzoncina Sm grodorna, Piccole rane, intorno a quellenorme fallo e bevevano un mucchio di bibite, come si faceva in tutti i paesini della Svezia quella sera.
Il palo era ancora l. Le foglie, ormai rinsecchite, erano di un colore marrone rossiccio, con leggere pennellate bianche di neve qua e l.
Non era tanto quello che facevo, ma come mi sentivo, prosegu Linda. La sensazione che tutto fosse possibile. Che non esistono ostacoli. Avrei potuto essere la presidentessa degli Stati Uniti dAmerica, dissi una volta alla mamma, e la cosa peggiore  che lo pensavo veramente. Quando uscivo di casa, la societ non era un ostacolo, ma al contrario unarena, un luogo dove potevo far succedere le cose, bastava che io fossi me stessa in tutto e per tutto. Tutti gli impulsi erano validi, non possedevo una briciola di autocritica, tutto andava bene, no, e il punto era che tutto quanto si avverava. Capisci? Tutto andava per il meglio. Ma io ero incredibilmente irrequieta, ovvio, quello che succedeva non era mai abbastanza, era come se una frana incombesse sempre dietro di me, che mi spingeva verso qualcosa di pi, e non doveva esaurirsi, non potevo permettere che finisse, perch da qualche parte dovevo aver intuito che si sarebbe conclusa, che quel viaggio che stavo compiendo sarebbe terminato con un crollo. Una caduta nella staticit pi assoluta. Il peggiore inferno di tutti".
Sembra terribile".
E lo era. Ma non solo.  davvero fantastico sentirsi cos forti. Cos sicuri. E in qualche modo anche questo  vero. Insomma, che questa cosa  presente dentro di me. Ma tu sai cosa voglio dire".
A dire il vero, no, dissi. Non mi sono mai spinto tanto oltre. Conosco quella sensazione, credo, una volta, una sola, penso di averla provata, ma cazzo era mentre scrivevo, mentre stavo seduto immobile davanti a una scrivania.  una cosa completamente diversa".
Non credo. Penso che tu stessi attraversando un periodo maniacale. Non mangiavi, non dormivi, eri cos felice da non saper che fare di tutta quella gioia. Ma tu possiedi comunque un limite, qualcosa di sicuro dentro di te, e si tratta per lo pi di questo, non andare al di l di quello che in realt, ed  un profondo in realt, puoi permetterti. Se per molto tempo si compie qualcosa che oltrepassa questa copertura, le conseguenze poi sono pesanti. E le devi pagare. Non  gratis".
Eravamo giunti alla strada che costeggiando il lago si inoltrava dentro il bosco. Il vento aveva messo a nudo ampie superfici di ghiaccio. In alcuni punti era lucido come il vetro e rifletteva il cielo scuro come uno specchio, in altri punti era granuloso e grigio, quasi verdastro, come se fosse fanghiglia ghiacciata. Ora che il treno era passato e il segnale aveva smesso di suonare, tra gli alberi cera un silenzio quasi totale. Solo qualche fruscio e qualche schiocco quando i rami si sfioravano o si colpivano. Il cigolio delle ruote delle carrozze, i nostri passi sulla neve asciutta.
Ci fu una cosa che mi dissero allospedale che per me  stata importante, prosegu Linda. Era qualcosa di semplice. Mi dissero che dovevo cercare di ricordarmi che in realt mi dispiaceva veramente quando soffrivo di attacchi maniacali. Che in realt avevo veramente toccato il fondo. E questo semplice fatto, che ci fosse davvero qualcosa di autentico, mi aiut a riflettere. Si tratta soprattutto di questo, il fatto di perdere di vista ci che si . In realt. E credo che fosse questo il vero motivo per cui mi sono spinta tanto oltre. Che non avevo mai vissuto veramente. Non secondo quello che ero dentro di me. Ma sempre in base a quello che esisteva al di fuori. E per molto tempo era andata bene, ma avevo spinto le cose sempre pi in l e cos alla fine non  stato pi possibile. Tutto si  fermato".
Mi guard.
Penso di essere stata una persona priva di riguardi verso gli altri in quel periodo. Avevo dentro di me una certa brutalit. Come se io fossi distaccata di netto dagli altri, non so se mi capisci".
Credo che sia vero, dissi. Quando ti ho visto per la prima volta, emanavi unaura totalmente diversa da quella di adesso. S, priva di riguardi rende bene lidea. Qualcosa di attraente e pericoloso, avevo pensato. Adesso ho cambiato opinione su di te".
Stavo gi per precipitare.  stato proprio in quelle settimane che ho cominciato a perdere il controllo. Sono felicissima che non ci siamo messi insieme allora! Non avrebbe mai funzionato. Non poteva andare".
No, di sicuro. Ma devo dire che sono rimasto stupito quando ho scoperto quanto eri romantica. E quanto vuoi vicino a te quelli che ti stanno intorno. Quanto  importante per te".
Proseguimmo per un po in silenzio.
Avresti preferito stare insieme a me cos comero allora?
No".
Sorrisi. Lei sorrise. Eravamo avvolti dal silenzio, a parte il frusciare del bosco quando veniva attraversato dal vento. Era bello camminare in quel posto. Per la prima volta dopo molto tempo sentivo un po di pace nellanimo. Bench ci fosse neve ovunque e il bianco fosse un colore leggero, non era la sensazione di leggero quella che spiccava sul terreno, perch sopra la neve, che riflette la luce del cielo in modo cos delicato e brilla sempre per quanto esso possa essere buio, si stagliavano i tronchi degli alberi, ed erano neri, ruvidi e contorti, e sopra di loro pendevano i rami, neri anchessi, che si aggrovigliavano tra di loro in uninfinit di modi diversi. Nere erano le rocce, neri erano i ceppi e gli alberi sradicati dal vento, nere erano le pareti rocciose, nero era il sottobosco coperto dallenorme tetto di abeti.
Sia il bianco e morbido sia il nero e spalancato come fauci aperte erano totalmente silenziosi, entrambi erano del tutto immobili, ed era impossibile non pensare a quanto di quello che ci circondava fosse morto, a quale piccola parte di questo fosse in effetti vivo, e a quale ampio spazio occupasse dentro di noi ci che era vivo. Era per questo che mi sarebbe piaciuto dipingere, per questo mi sarebbe piaciuto tanto avere quel talento, perch solo cos si poteva esprimere tutto ci. Stendhal ha scritto che la musica era la forma di arte pi elevata, che tutte le altre forme artistiche anelerebbero in realt a essere musica. Era unidea di Platone, tutte le altre forme artistiche ritraggono qualcosaltro, la musica  lunica a possedere qualcosa in se stessa, assolutamente incomparabile. Ma io volevo qualcosa di pi vicino alla realt, cio la realt fisica, concreta, e per me la vista veniva prima di tutto, anche quando scrivevo e leggevo, quello che mi interessava era ci che si trovava dietro le lettere dellalfabeto. Quando ero fuori a camminare, come adesso, quello che vedevo non trasmetteva niente di s. La neve era neve, gli alberi alberi. Solo quando li vedevo rappresentati in un quadro, acquisivano significato. Monet aveva un occhio eccezionale per la luce della neve, come anche Thaulow, il pittore norvegese forse pi dotato dal punto di vista tecnico che sia mai esistito, era una gioia vedere i loro quadri, lintensit dellattimo era tale da accrescere radicalmente il valore delloggetto da cui scaturiva, un vecchio capanno pieno di crepe lungo il fiume o il molo di una localit di villeggiatura diventavano di colpo irrinunciabili, carichi dellidea che erano qui insieme a noi, in questo intenso adesso, e che presto saremmo morti e ci saremmo separati da essi, ma quando si arrivava alla neve, era come se laltro volto della devozione dellattimo diventasse visibile, perch nel dare unanima alla neve e alla sua luce si lasciava molto chiaramente dietro di s qualcosa di non recepito, e cio la mancanza di vita, il vuoto, il non-carico, il neutrale, che erano indubbiamente la prima cosa che saltava agli occhi camminando dinverno in un bosco e in quellimmagine, che era quella di costanza e di morte, lattimo non poteva emergere e farsi valere. Friedrich lo sapeva, ma non era questo che dipingeva, solo lidea di esso. Da qui si  sviluppato quindi il problema connesso a tutte le rappresentazioni, naturalmente, perch nessun occhio  puro, nessun attimo  vuoto, niente viene visto cos com. E in linea con questo concetto si  fatta strada la questione del significato dellarte in toto. Va bene, cos io qui vedevo il bosco, lo attraversavo e ci pensavo. Ma tutto il significato che ne traevo veniva da me stesso, io lo caricavo di mio. Se avesse dovuto assumerne un altro al di fuori di quello, esso non poteva essere colto con lo sguardo, ma attraverso lazione, cio luso. Gli alberi dovevano essere abbattuti, le case costruite, le cataste di legna bruciate, gli animali cacciati, non per mia soddisfazione personale, ma perch da questo dipendeva la mia vita. Allora sarebbe stato pieno di significato, s, cos pieno di significato che non sarei pi stato capace di vederlo.
Dalla curva a circa venti metri davanti a noi spunt un uomo con un anorak rosso. Aveva un bastoncino da sci in entrambe le mani. Era Arne.
Ciao, siete voi, qua fuori a camminare! esclam quando fu a qualche metro di distanza.
Ciao Arne, da quanto tempo, disse Linda .
Si ferm accanto a noi, sbirci nel passeggino. Non sembrava particolarmente distrutto dallo scandalo.
Com diventata grande, comment. Quanto ha adesso?
Ha compiuto un anno due settimane fa, rispose Linda.
Di gi? Eh s, il tempo passa in fretta, disse incrociando il mio sguardo. Uno dei suoi occhi era completamente rigido, e pieno di lacrime. Negli ultimi anni gli erano capitati tutti i mali del mondo, aveva avuto un tumore al cervello e, quando glielo avevano tolto, non era riuscito a liberarsi dal gusto per la morfina che aveva sviluppato e quindi erano stati costretti a ricoverarlo per un po in un centro di disintossicazione. Quando ne era uscito, gli era venuto un ictus. Adesso non si era appena preso una polmonite?
Ma per quanto apparisse sempre pi martoriato e selvaggio ogni volta che lo incontravo, facesse pi fatica a camminare e i suoi movimenti fossero sempre pi lenti, non sembrava pi debole, non erano le energie quelle che gli mancavano, n la scintilla vitale, che bruciava sempre dentro di lui, lottava andando avanti con tutti i suoi acciacchi, e smentiva quello che si sarebbe potuto dire di lui due anni prima, che non gli restava ancora molto. Era sicuramente quella scintilla, quella voglia di vivere, che lo aveva tenuto in piedi. Quasi chiunque altro che avesse passato quello che aveva passato lui, sarebbe gi stato due metri sotto terra.
Il tuo libro sar tradotto in svedese, mi ha detto Vidar? chiese.
S, risposi.
E quando? Devo procurarmelo assolutamente, sai".
Dicono lautunno prossimo, ma sicuramente sar lautunno dopo ancora".
Io aspetto, disse.
Quanti anni poteva avere? Quasi settanta? Era difficile dirlo, non aveva laria delluomo anziano, locchio che funzionava brillava di giovinezza, e, anche se era lunica parte del viso a farlo, le altre zone erano rugose e malconce, iniettate di sangue e arrossate, brillava anche in altri modi, questo splendore e vitalit trasparivano soprattutto dal tono entusiasta della voce, costretta a una lentezza in cui non si ritrovava, ma anche per limpressione generale che trasmetteva, che stranamente aveva un effetto dirompente, nonostante gli ostacoli che il corpo gli poneva. Era cresciuto in un orfanotrofio, ma non era finito su una brutta strada, come i suoi compagni. Aveva giocato a calcio ad alti livelli, per lo meno stando a quello che raccontava, e aveva lavorato come giornalista per lExpressen per molti anni. Aveva inoltre pubblicato parecchi libri.
Quando era presente, sua moglie lo guardava sempre con indulgenza quando lui diceva qualcosa, cos come fanno tutte le donne che sono sposate con dei ragazzi, li osservano con sguardo clemente. Faceva linfermiera e si stava avvicinando al suo limite di sopportazione, perch oltre a doversi occupare del marito malato, il figlio aveva appena avuto due gemelli e anche questa cosa richiedeva molto aiuto da parte sua.
S, s, disse.  stato bello vederti, Linda, e te, Karl Ove".
Anche per noi, dissi.
Si port la mano alla fronte e poi prosegu, alzando bene i bastoncini a ogni passo.
Il suo occhio rigido e acquoso, che per tutta la conversazione aveva fissato dritto davanti a s, sarebbe potuto appartenere a un troll o a unaltra creatura mitologica e, bench non lo vedevo davanti a me di continuo, la sensazione che aveva generato mi rimase dentro per tutta la giornata.
Non sembrava esattamente distrutto, dissi dopo che fu sparito dietro la curva e noi avevamo ripreso a camminare.
No, rispose Linda. Ma non  mai facile vedere come stanno realmente le persone.
Un nuovo fischio giunse da lontano, questa volta dal lato opposto. Misi a sedere Vanja, che batteva le palpebre sdraiata nel passeggino, e la voltai in modo che potesse scorgere il treno che un attimo dopo sfrecci davanti a noi tra gli alberi. Non pass inosservato, lo indic ed emise un gridolino mentre passava, cos vicino a noi che un secondo dopo mi si pos sul viso un sottile strato di neve simile a cipria che si sciolse subito.
Dopo un chilometro scarso, vicino a un terrapieno accanto alla ferrovia, la strada si interrompeva. Il prato sul lato opposto, dove di solito pascolavano i cavalli durante lestate, si stendeva tra gli alberi bianco e intatto come una tovaglia. A sinistra, verso est, cera un gruppetto di case, dietro cui si snodava una strada e seguendola si arrivava a una tenuta grande e bella, di cui il proprietario era il fratello di Olof Palme. Una sera destate Linda e io eravamo usciti in bicicletta e ci eravamo persi da quelle parti, eravamo scesi e ci eravamo messi a spingere le bici per la stradina di ghiaia che correva tra le case, dove un gruppo di persone vestite di bianco mangiava seduto allaperto, con la vista sul grande lago e sul centro di Gnesta sulla riva opposta. Per quanto mi fossi sforzato di guardare da unaltra parte, avevo comunque notato quel gruppo di commensali a festa, dove tutti erano seduti a mangiare sui loro mobili bianchi da giardino, come in un film di Bergman, tra austere case coloniche bianche e moderni edifici agricoli rossi nel mezzo del paesaggio verde e ondulato del Srmland.
Sollevai Vanja dal passeggino e la presi in braccio mentre giravamo e riprendevamo la stessa strada per tornare indietro.
Quando una mezzora pi tardi stavamo salendo su per il pendio davanti a casa, sentimmo provenire delle grida dal suo interno. Attraverso la finestra della cucina vidi Ingrid e Vidar che in piedi ognuno a unestremit del tavolo del soggiorno inveivano a vicenda. Sicuramente eravamo arrivati prima di quanto si aspettassero e la neve aveva attutito i nostri rumori. Solo quando sbattei pi volte gli scarponcini contro i gradini della pedana antistante lingresso le voci cessarono. Linda prese Vanja, io spinsi il passeggino nel garage accanto alla casa, che Vidar aveva costruito durante quella primavera e quellestate. Quando tornai, lui era in corridoio e si stava mettendo la tuta da lavoro.
Allora? disse sorridendo. Siete andati lontano?
No, risposi. Solo per un tratto verso linterno. C un freddo pungente!
S,  vero, disse infilandosi i lunghi stivali marroni di gomma. Vado su a riparare alcune cose".
Sgusci davanti a me prima di avviarsi su per la salita che portava al ripostiglio degli attrezzi. Nella cucina, che cominciava mezzo metro pi in l dal punto in cui mi stavo svestendo, Ingrid aveva messo Vanja a sedere sul seggiolone davanti al ripiano, dove stava sbucciando le patate. Posai il berretto e i guanti sulla cappelliera, mi sfilai gli scarponcini facendo leva sullo stipite della porta, Ingrid mise davanti a Vanja una ciotola di acqua e qualche misurino di plastica. Sapevo che la cosa poteva tenerla occupata a lungo, appesi il cappotto allattaccapanni, lo infilai tra le altre giacche, impermeabili e cappotti, e passai davanti a loro.
Ingrid sembrava turbata. Ma i suoi movimenti erano calmi e studiati, la voce con cui parlava a Vanja era dolce e gentile.
Cosa c di buono per cena? le domandai.
Cosciotto di agnello, rispose. Patate al forno. E salsa di vino rosso".
Oh, che meraviglia! esclamai. Lagnello  il mio piatto preferito".
Lo so, disse. I suoi occhi, cos enormi dietro alle lenti degli occhiali, mi guardarono sorridenti.
Vanja faceva sguazzare nellacqua lanello che teneva insieme i misurini di plastica.
Adesso s che ti diverti, Vanja, dissi. Le arruffai i capelli. Guardai Ingrid. Linda  andata a letto?
Ingrid annu. Dallalcova, che era fuori dalla nostra vista, ma non distava pi di quattro metri, si sent la voce di Linda.
Sono qua!
Entrai. I due letti, che erano accostati e formavano un angolo di novanta gradi, occupavano quasi tutta la stanza. Lei era sdraiata in quello pi lontano, con il piumino tirato fin sotto il mento. Nonostante le tende fossero aperte, l dentro era scuro, quasi buio. Le pareti di legno scuro e grezzo risucchiavano la luce.
Brr! esclam. Vuoi infilarti sotto le coperte?
Scossi la testa.
Pensavo di leggere un po. Ma tu dormi pure".
Mi sedetti sul bordo del letto e le accarezzai i capelli. A una delle pareti erano appese delle foto dei figli e dei nipoti di Vidar. Laltra era piena di libri. Una sveglia e una foto della figlia pi piccola di Vidar facevano mostra di s sul davanzale della finestra. Le camere da letto degli altri di solito mi mettevano a disagio, vedevo sempre qualcosa che non avrei voluto vedere, ma con questa non era cos.
Ti amo, disse Linda.
Mi chinai e la baciai.
Sogni doro, dissi prima di alzarmi e andare in soggiorno. Presi i libri che avevo messo in valigia, non ce lavrei fatta a leggere Dostoevskij, in quel momento mi ci sarebbe voluto troppo per riuscire a concentrarmi, scelsi invece una biografia su Rimbaud, che avevo intenzione di leggere da tempo, e, con quella in mano, mi sdraiai sulla panca sotto la finestra. Era la relazione che aveva avuto con lAfrica la parte che mi interessava. Quella, e lepoca in cui aveva vissuto. Non mi importavano le sue poesie, se non per quello che potevano rivelarmi a proposito del suo carattere insolito e unico.
In cucina Ingrid parlava con Vanja mentre continuava a lavorare. Era brava con lei, riusciva a trasformare le azioni pi abitudinarie in qualcosa di vivo e avventuroso, anche perch metteva da parte le proprie esigenze quando erano insieme. Tutto verteva solo su Vanja e le sue esperienze. Ma non sembrava affatto un sacrificio, la gioia che provava in queste occasioni sembrava profonda e sincera.
Pensavo che non potesse esistere una donna pi diversa da mia madre di Ingrid. Anche mia madre accantonava le proprie necessit, ma la distanza verso Vanja e quello che facevano insieme era molto pi grande, ed era palese che lei non ne ricavasse la stessa felicit. Una volta, mentre era con lei ai giardini, la lontananza del suo sguardo mi aveva indotto a chiederle se si stesse annoiando, e disse di s, che si era sempre annoiata, anche quando noi eravamo piccoli.
Ingrid era capace di attirare lattenzione di qualsiasi bambino se voleva, cera qualcosa nel suo essere che le permetteva di instaurare immediatamente un contatto. Emanava un forte carisma, era impossibile che entrasse in una stanza passando inosservata. Ne prendeva possesso. Mia madre poteva restare seduta in una stanza senza che nessuno si accorgesse della sua presenza. Un tempo Ingrid aveva recitato calcando la scena pi importante del paese, aveva vissuto alla grande, una vita attiva. Mia madre osservava, pensava, leggeva, scriveva, rifletteva, viveva una vita contemplativa. Ingrid amava cucinare, mia madre lo faceva perch era necessario.
Davanti alla finestra della camera da letto pass Vidar, con il collo leggermente curvo nella sua tuta blu, che avanzava con passi cauti per non scivolare sul sentiero. Un attimo dopo comparve alla finestra del soggiorno, diretto verso il garage. Adesso in cucina Vanja era in piedi tenendosi appoggiata allarmadio, mentre Ingrid toglieva dal fuoco una pentola bollente con le patate. Mi alzai e andai nellingresso, mi misi la giacca, il berretto e gli scarponi, aprii la porta e mi sedetti sulla sedia accanto al muro per fumarmi una sigaretta. Vidar usc dal garage con un secchio tra le mani.
Mi daresti una mano pi tardi? mi domand. Tra una decina di minuti?
Certo, risposi.
Annu, allora era deciso, cos prosegu prima di girare dietro langolo di casa. Lasciai che il mio sguardo spaziasse libero. La luce del cielo si era fatta pi opaca. Il buio incipiente non si stendeva uniforme sul paesaggio, dove era gi scuro, per esempio gli alberi al limitare del bosco, veniva risucchiato con maggiore avidit: adesso i tronchi e i rami erano completamente neri. La fioca luce di febbraio svan dal giorno senza lottare, senza opporre resistenza, senza offrire neanche un ultimo colpo di fiamma, si consum in modo lento e quasi impercettibile, fino a quando tutto fu buio e notte.
Mi sentii colmare da unimprovvisa sensazione di felicit.
Per via della luce sui campi, il freddo nellaria, il silenzio tra gli alberi. Per il buio in attesa. Per quel pomeriggio di febbraio che trasmetteva la sua atmosfera dentro di me risvegliando il ricordo di tutti gli altri pomeriggi di febbraio che avevo vissuto, o la loro eco, poich i ricordi di quei momenti erano morti da tempo. Era cos incredibilmente ricco e pieno perch in esso si accumulava tutta lesistenza. Era come se recidesse un solco netto attraverso gli anni: quella luce precisa era sedimentata nella memoria sotto forma di anelli.
La sensazione di felicit si tramut in un altrettanto forte senso di dolore. Spensi la sigaretta nella neve e la gettai nella botte che si trovava sotto la grondaia, dicendo a me stesso che dovevo ricordarmi di raccogliere tutti i mozziconi prima di ripartire, e andai sul retro, dove nascosto nella dispensa Vidar stava avvitando lo sportello di un congelatore.
Dobbiamo portarlo fino allo stanzino lass, spieg. Si scivola un po, ma se facciamo attenzione andr bene di sicuro".
Annuii. Un corvo gracchi poco pi in l. Mi voltai attratto dal suono, osservai la fila di alberi sul lato opposto, ma non riuscii a scorgere niente.
Nella neve erano visibili tutti i movimenti che avevano compiuto quel giorno allaperto. Le orme seguivano i sentieri, dalla porta di casa fino a tutti gli edifici pi piccoli. Il resto era bianco e intatto.
Vidar attacc con la terza vite. Le sue dita erano morbide e coordinate. Riparava tutti gli oggetti pi piccoli che si rompevano, pi piccoli erano tanto meglio, a quanto pareva. Io invece perdevo la pazienza con tutto quello che non riuscivo ad afferrare con la mano intera. Assemblare i mobili dellIkea mi faceva andare in bestia.
Le labbra gli si schiusero leggermente mentre era intento ad avvitare. I denti storti messi a nudo, gli occhi stretti e la forma del viso triangolare accentuata dal pizzetto sul mento lo facevano assomigliare a una volpe.
Il secchio che era andato a prendere, pieno di sabbia, era situato accanto a lui, rosso pallido sul pavimento grigio di cemento.
Pensavi di spargerla per terra? gli chiesi.
S, rispose. Lo faresti tu, magari?
Certo, ci mancherebbe".
Sollevato il secchio, agguantai una manciata di sabbia e mentre scendevo la cosparsi seguendo le orme davanti a me. Dalla casa usc Ingrid, fendeva la neve con i suoi passetti corti e veloci, con indosso una giacca a vento verdina che teneva aperta, e puntava verso la cantina interrata. Persino in momenti cos insignificanti era circondata da unaura che sprigionava intensit. Quindi Linda doveva essersi alzata, pensai. Sempre che Vanja non si fosse stesa insieme a lei?
Qualche mela sparuta pendeva ancora dai due meli in fondo al sentiero. La loro superficie era rugosa e piena di macchie cupe, e il colore rimasto, un rosso e un verde smorti e scuriti, sembrava fosse penetrato allinterno mentre al contempo le due tinte venivano accentuate dal contorno spoglio e nero dei rami. Se li si osservava con il prato e il bosco come sfondo, dove non cerano colori, brillavano. Se si faceva lo stesso con le rimesse dipinte di rosso davanti agli occhi, i colori risultavano opachi e appena visibili.
Ingrid usc dalla cantina con in mano due bottiglie da un litro e mezzo dacqua minerale e tre lattine di birra strette sotto il braccio, pos una delle bottiglie sulla neve per chiudere il gancio della porta, il tappo e letichetta parevano gialli sulla neve bianca, la afferr nuovamente prima di rientrare in casa con passo pesante. Io ero risalito fino alla rimessa e al ritorno avevo sparso la sabbia restante. Mentre posavo il secchio per terra, allimprovviso mi venne in mente a chi somigliava luomo che avevo visto al caff il giorno prima. A Tarjei Vesaas! Erano due gocce dacqua. Gli stessi zigomi larghi, gli stessi occhi miti, la stessa calvizie al centro della nuca. Ma la pelle era diversa, stranamente rosa e morbida come quella di un neonato. Come se il cranio di Vesaas fosse risorto a nuova vita, o fosse stato riutilizzato lo stesso codice, in uno dei tanti capricci della natura, ma coperto da unepidermide diversa.
Ecco fatto, disse Vidar poggiando il minuscolo cacciavite sul tornio alle sue spalle. Adesso possiamo spostarlo. Io lo inclino da questa parte, cos tu puoi sollevarlo dalla parte opposta. Okay?
S, risposi.
Alzai e mi accorsi che il peso ricadeva su Vidar e gli metteva in tensione tutto il corpo. Avrei voluto accollarmi una parte maggiore del carico, perch non era cos pesante, ma non era possibile. Scendemmo a piccoli passi lungo il lieve pendio, ci rigirammo e percorremmo uno accanto allaltro la leggera salita che portava fino allo stanzino, dove prima lo posammo al centro della stanza e poi lo spingemmo al suo posto in un angolo.
Grazie, disse Vidar. Sono contento di averlo finalmente messo dove doveva andare".
Poich non cera nessuno che poteva dargli una mano, quei lavoretti restavano sempre inevasi in attesa del mio arrivo.
Non c di che, risposi.
Infil la spina nella presa e il freezer si mise subito a ronzare. L dentro ce nerano altri due simili, oltre a due grossi congelatori orizzontali. Erano tutti pieni di cibo. Carne di alce e di cervo, carne di vitello e di agnello. Lucci, pesce persico e salmone. Verdure e frutti di bosco. Ogni tipo di pietanze fatte in casa. Era un modo di rapportarsi al cibo e al denaro a noi completamente estraneo. Oltre a essere il pi possibile autosufficienti dal punto di vista alimentare, Ingrid comprava in grandi quantit quando qualcosa costava poco, risparmiava su ogni singola corona facendone quasi una questione donore. Si trattava di sfruttare tutte le risorse disponibili. Aveva pattuito per esempio con il supermercato di farsi dare gratis la frutta che altrimenti avrebbero buttato via e che lei usava per fare succhi o marmellate o torte o tutto quello in cui le veniva in mente di trasformarla. A volte per esempio capitava che ci dicesse quanto aveva pagato la carne contenuta nel piatto che stavamo mangiando, quando voleva mettere in risalto la differenza tra il valore della pietanza prima e dopo che lei era ricorsa alle sue magiche arti culinarie. Meno costava, meglio era. Ma lei non era affatto una tirchia, ci colmava di ogni ben di Dio indipendentemente dallandamento delle sue finanze. Si trattava di qualcosaltro, forse lorgoglio e la dignit di una casalinga, visto che un tempo aveva frequentato la scuola di economia domestica e che al termine della sua carriera di attrice era evidentemente tornata allesistenza che aveva vissuto prima.
Ecco perch nella stanza si sentiva il ronzio e il suono cupo di congelatori orizzontali e freezer verticali, e visto che la dispensa era anche piena di verdure, frutta, barattoli di marmellata e di contenitori a chiusura ermetica, ogni giorno che passavamo l ci veniva servito del cibo eccellente, in gran parte piatti tipici che si mangiavano in Svezia una o due generazioni prima, ma anche italiani, francesi e asiatici, e tutti avevano in comune il fatto di essere pi o meno rustici.
Quando decidemmo di battezzare Vanja, Ingrid volle aiutare a preparare da mangiare. Il battesimo sarebbe avvenuto da mia madre nello Jlster e dato che sia la cucina sia i negozi di quelle zone le erano sconosciuti, Ingrid si offr di cucinare il cibo a casa sua e poi di portarlo con s. A me sembrava unidea assurda, trasportare il mangiare di una festicciola per molte centinaia di chilometri, ma lei insistette sostenendo che era la cosa pi semplice e quindi facemmo cos. Tre borse frigo stracolme, oltre al normale bagaglio, avevano Ingrid e Vidar con s quando atterrarono allaeroporto di Bringelandssen alla periferia di Frde una giornata di fine maggio dellanno prima. Ci sarebbero state due feste, prima il compleanno di mia madre il venerd e poi il battesimo di Vanja la domenica. Linda e io eravamo arrivati con qualche giorno danticipo, non senza turbolenze, perch la mamma aveva ristrutturato il soggiorno in occasione delle feste e non era ancora riuscita a risistemare tutto, quindi sembrava di stare in un cantiere, cosa che scaten la delusione e la rabbia di Linda. Quando vide come stavano le cose, si rese conto che mi ci sarebbero voluti come minimo tre giorni per rimettere tutto a posto. Bench capissi la sua ira, ma non la sua intensit, non riuscivo a giustificarla. Andammo a fare una camminata con Vanja su per la vallata e lei ricopr di insulti mia madre, non erano quelle le premesse che ci erano state prospettate: se lei lo avesse saputo, non avremmo mai battezzato l Vanja, lo avremmo fatto a casa, a Stoccolma.
Sissel  unegoista, scortese, fredda e chiusa, grid Linda in quella vallata verde e assolata. Questa  la verit su di lei. Tu sostieni che io non vedo come si comporta mia madre, che un regalo non  mai soltanto un regalo, che mi rende totalmente succube di lei, e pu essere che tu abbia ragione, ce lhai sicuramente, ma neppure tu, cazzo, vedi cosa fa la tua".
Mi venne mal di stomaco dalla disperazione, come mi accadeva sempre quando dovevo affrontare la sua furia selvaggia, che trovavo assolutamente irragionevole, s, quasi al limite della follia, con argomentazioni razionali e oggettivit.
Stavamo percorrendo quasi di corsa la strada che attraversava la valle mentre spingevamo davanti a noi il passeggino in cui dormiva Vanja.
 nostra figlia a essere battezzata, esordii.  ovvio che dobbiamo mettere a posto la casa! La mamma lavora, lo sai, a differenza della tua,  per questo che non  riuscita a finire. Non pu dedicare tutto il suo tempo a noi e a quello che facciamo. Ha la vita sua".
Sei cieco, replic Linda. Ti tocca sempre lavorare quando veniamo qui, lei sfrutta la situazione e noi due non riusciamo mai ad avere del tempo per stare da soli".
Ma siamo sempre soli! sbottai. Non abbiamo altro tempo se non quello che passiamo da soli. Cazzo,  lunico che abbiamo!
Non ci d mai spazio, riprese Linda.
Ma che cazzo dici? Spazio? Se c una persona che ci d spazio  proprio lei.  tua madre piuttosto che non ce ne concede mai. Neanche un centimetro di merda. Ti ricordi quando  nata Vanja? Avevi detto che non volevi nessuno i primi giorni, che volevi che vivessimo la cosa da soli".
Linda non rispose, fissava dritto davanti a s con espressione ostile.
La mamma aveva ovviamente voglia di venire. Anche Yngve. Ma io li ho chiamati dicendo loro che non potevano venire le prime due settimane, volentieri dopo. E che cosa  successo? Chi  apparsa sulla porta, invitata da te, se non tua madre? E tu che cosa mi hai detto? Ma  solo la mamma! S, cazzo, giustappunto. Quel solo dice tutto. Tu non la vedi, confidi a tal punto che lei venga ad aiutarti che non te ne accorgi neanche. Lei  potuta venire, mia madre no".
Ma tua madre non  mai venuta a vedere Vanja. Solo dopo molti mesi".
Certo, cosa credi? Lavevo rifiutata!
 Lamore, Karl Ove,  superiore alla sensazione di sentirsi rifiutati".
Oh, santiddio".
Poi cal il silenzio.
Ieri, per esempio, disse Linda.  rimasta con noi fino a quando non siamo andati a letto".
E allora?
Mia madre lo avrebbe mai fatto?
No, lei andrebbe a letto alle otto, se pensasse che  quello che vuoi. E fa tutto quando siamo da lei, questo  vero. Ma ci non vuol mica dire che quello sia lordine naturale delle cose, cazzo! Ho aiutato la mamma a sbrigare qualche lavoretto fin da quando me ne sono andato di casa. Imbiancare la casa, tagliare lerba e pulire. C qualcosa di sbagliato anche in questo, adesso? Dare una mano,  sbagliato anche questo allora? Eh? E questa volta non si tratta di aiutare lei, ma noi stessi!  il nostro battesimo. Non lo capisci?
Tu non capisci qual  il punto della questione, ribatt Linda. Non siamo venuti qui perch tu debba sgobbare e io andare in giro da sola con Vanja. Questo  proprio ci da cui ce ne siamo andati. E tua madre non  cos candida come credi, aveva premeditato e calcolato tutto".
Ma porca di quella troia, pensai mentre percorrevamo la strada in silenzio dopo che era stata detta lultima parola. Oh, che cazzo di situazione di merda. Come diavolo avevo potuto finire invischiato in una situazione cos del cazzo?
Il sole ardeva nel cielo azzurro e terso sopra di noi. I pendii salivano ripidi su entrambe le rive del fiume, che in piena per via dellacqua proveniente dallo scioglimento dei ghiacci scorreva spumeggiante verso il lago di Jlstravannet, lucido come uno specchio e immobile tra le montagne, su una delle cui cime brillava un ramo del ghiacciaio di Jostedalsbreen. Laria era pulita e pungente, i pascoli sopra e sotto di noi verdi e pieni di pecore scampanellanti, le parti superiori delle montagne bluastre, qua e l con grandi chiazze bianche di neve. Era cos bello da far male. Mentre noi percorrevamo questo paesaggio insieme a Vanja che dormiva nel passeggino litigando perch avevo bisogno di qualche giorno per rimettere in sesto la casa di mia madre.
La sua irragionevolezza non aveva limiti. Non cera un momento in cui pensava: no, adesso mi sono spinta troppo oltre.
A cosa pensava?
Oh, io lo sapevo. Durante il giorno era sola con Vanja, da quando io andavo in ufficio fino a quando rientravo, si sentiva abbandonata a se stessa e dunque aveva atteso queste due settimane con grande gioia. Quello che si aspettava erano dei giorni tranquilli con la sua famigliola riunita. Io, da parte mia, non aspettavo mai nientaltro con gioia se non il momento in cui la porta dellufficio si chiudeva alle mie spalle ed ero solo per poter scrivere. Soprattutto adesso, quando dopo sei anni di fallimenti avevo finalmente raggiunto un obiettivo e sentivo che non era ancora finita, che cera dellaltro. Era ci che agognavo, che riempiva i miei pensieri, non Linda o Vanja o il battesimo nello Jlster, quelle cose le prendevo come venivano. Se andava bene, bene, se non andava bene, era uguale. Per me non faceva molta differenza. Avrei potuto liquidare allo stesso modo anche quella lite, ma non era possibile, le sensazioni, i sentimenti erano troppo intensi, mi sopraffacevano.
Arriv il venerd, ero rimasto sveglio tutta la notte per scrivere un discorso in onore di mia madre ed ero stanco mentre attraversavamo quel paesaggio vertiginoso fatto di fiordi e montagne e fiumi e fattorie, su verso Loen nel Nordfjord, dove la mamma aveva preso in affitto un antico edificio che ricordava quello di una tenuta signorile, che veniva messo a disposizione dei propri membri dallassociazione nazionale infermieri, e dove si sarebbe svolta la festa. Gli altri andarono a vedere il ghiacciaio di Briksdalsbreen, Linda e io restammo in camera con Vanja per dormire un po. La bellezza del paesaggio che ci circondava era imponente e inquietante. Tutto quel blu, tutto quel verde, tutto quel bianco, tutta quella profondit e tutto quello spazio. Non sempre lo avevo percepito in quel modo: ricordavo che prima per me quel paesaggio era scontato, quasi banale, un posto da cui si doveva transire per forza se si voleva andare da un luogo allaltro.
Si sentiva il brusio del fiume. Su un campo nelle vicinanze stava passando un trattore. Il suono aumentava e scemava di intensit. Ogni tanto giungevano delle voci provenienti dalla facciata delledificio. Linda dormiva sdraiata al mio fianco con Vanja attaccata al petto. Per lei la nostra lite era acqua passata. Solo io riuscivo a essere irritato e scontroso per diverse settimane, solo io riuscivo a provare risentimento per parecchi anni a venire. Ma non con altri, soltanto con lei. Linda era lunica persona con cui litigavo, lunica a cui serbavo rancore. Se mia madre, mio fratello o i miei amici dicevano qualcosa di offensivo, lasciavo perdere, niente di quello che dicevano mi colpiva o aveva per me importanza, non seriamente. Avevo pensato che ci facesse parte della mia vita di adulto, di essere riuscito a smorzare tutti gli ipertoni e gli ipotoni del mio carattere, che di natura era esplosivo, e che quindi avrei vissuto il resto della mia vita in pace e tolleranza, risolvendo ogni conflitto di convivenza con ironia e scherno e con quei silenzi acidi di cui ero diventato un maestro dopo le mie precedenti tre relazioni di lunga durata. Con Linda era come se fossi stato catapultato allindietro, a quel tempo in cui i miei sentimenti oscillavano dalla gioia pi grande alla rabbia pi totale fino a trasformarsi in una disperazione e in uno sconforto senza limiti, a quel tempo in cui vivevo una serie di momenti cos determinanti e decisivi e la cui intensit era tale da far apparire la vita invivibile e non cera nulla che potesse darmi pace se non i libri, con i loro luoghi, epoche e persone diversi, dove io non ero nessuno e nessuno era me.
Questo succedeva quando ero piccolo e non avevo altra scelta.
Ora avevo trentacinque anni e se desideravo avere il minor numero possibile di fastidi e di inquietudini dellanima, avrei dovuto ottenerlo o perlomeno riuscire a procurarmelo, no?
Non sembrava cos.
Mi sedetti su un sasso per fumarmi una sigaretta mentre scorrevo il discorso che avevo composto. Avevo sperato fino allultimo di riuscire a evitare quellincombenza, ma io e Yngve eravamo arrivati alla conclusione che non cera via duscita, ognuno di noi due doveva scrivere e leggere un discorso in suo onore. Mi sentivo male al solo pensiero. A volte, quando dovevo leggere in pubblico o partecipare a un dibattito o essere intervistato su un palco, ero talmente nervoso che quasi non riuscivo a camminare. O meglio, nervoso non era la parola pi azzeccata, il nervosismo era qualcosa di passeggero nei nervi, che creava un lieve disturbo, un tremore della mente. Per me invece era qualcosa di doloroso, ed era molto duro. Ma sarebbe passato.
Mi alzai e mi strascicai fino alla strada, da dove si vedeva tutto il villaggio. I campi rigogliosi e verdi di umidit tra i fianchi delle montagne, la corona di latifoglie che crescevano accanto al fiume, il piccolo centro gi nella piana, con la sua manciata di negozi e di abitazioni. Il fiordo adiacente, verde e blu, perfettamente immobile, le pareti rocciose che si inerpicavano sul versante opposto, le poche fattorie dalta quota abbarbicate lass sulle pendici delle montagne, con i loro muri bianchi e i loro tetti rossicci, i loro campi gialli e verdi, il tutto scintillante sotto la luce del sole che era al tramonto e presto sarebbe sparito nel mare aperto. Le nude pareti rocciose sopra le fattorie, di un blu scuro, qua e l quasi nere, le cime bianche, il cielo chiaro sopra di esse, dove presto sarebbero spuntate le prime stelle, allinizio impercettibili, simili a vago bagliore indistinto di colore, e poi sempre pi evidenti, fino a quando non avrebbero brillato e scintillato nel buio sopra la Terra.
Di questo non potevamo appropriarci. Potevamo credere che il nostro mondo inglobasse ogni cosa, potevamo sbrigare le nostre faccenduole quaggi lungo la riva, andare in giro con le nostre automobili, telefonarci e chiacchierare, farci visita, mangiare e bere e rimanere seduti in casa e lasciarci saturare dai volti e dalle opinioni e dai destini di coloro che si mostravano in televisione, in quella bizzarra simbiosi semi-artificiale in cui vivevamo e cullarci sempre di pi, anno dopo anno, nellidea che questo fosse tutto ci che esisteva, ma se alzavamo lo sguardo e guardavamo tutto questo, lunico pensiero possibile era di non padronanza e di impotenza, perch quanto era piccolo e meschino in realt ci in cui ci cullavamo? Ma certo, i drammi a cui assistevamo erano grandiosi, le immagini che portavamo con noi sublimi e a volte anche apocalittiche, ma forza, schiavi, che parte avevamo in fondo in tutto questo?
Nessuna.
Ma le stelle brillano sopra la nostra testa, il sole brucia, lerba cresce e la terra, s, la terra, essa ingoia tutta la vita cancellando accuratamente ogni traccia, sputa fuori nuova vita in una cascata di membra e di occhi, di foglie e di unghie, di steli e di code, di guance e pellicce e cortecce e interiora, per cui ingurgitare di nuovo tutto. E quello che noi non riusciamo mai a comprendere veramente, o non vogliamo capire,  che questo avviene al di fuori di noi, che noi stessi non abbiamo nessuna parte in questo, che siamo soltanto quello che cresce e che muore, ciecamente come cieche sono le onde del mare.
Gi lungo la valle giunsero alle mie spalle quattro auto. Erano gli invitati di mia madre, cio le sue sorelle e i suoi fratelli, con i loro mariti e i loro figli, oltre a Ingrid e a Vidar. Salii verso la casa, vidi che scendevano dalle automobili eccitati e allegri, il ghiacciaio era stato sicuramente una visione fantastica. Nellora successiva si sarebbero preparati nelle loro rispettive camere, poi ci saremmo riuniti in sala da pranzo per mangiare arrosto di cervo e bere vino rosso, ascoltare i discorsi, bere caff e cognac, raccoglierci in gruppetti per chiacchierare e divertirci mentre la serata si trasformava in una notte chiara e luminosa.
Yngve fu il primo ad alzarsi. Le porse il nostro regalo, una macchina fotografica reflex, prima di tenere il suo discorso. Ero talmente nervoso che non riuscii ad afferrarne neppure una minima parte. Concluse dicendo che lei aveva sempre creduto di essere una fotografa, ma che questa convinzione non aveva mai avuto un riscontro pratico poich non aveva mai posseduto una macchina fotografica tutta sua. Da cui il regalo.
Poi toccava a me. Non ero riuscito a mangiare niente. E questo bench conoscessi tutti coloro che in quel momento mi stavano fissando, praticamente da una vita, e anche se i loro sguardi erano senza dubbio amichevoli. Ma il discorso andava fatto. Non avevo mai detto a mia madre cosa rappresentasse per me. Non le avevo mai detto che lamavo o che le volevo bene. Il solo pensiero di pronunciare qualcosa del genere era sufficiente a farmi voltare le spalle in preda alla repulsione e al disgusto. Ovviamente non lo avrei detto neppure adesso. Ma ora compiva sessantanni e io, suo figlio, dovevo renderle onore con qualche parola.
Mi alzai. Tutti mi guardarono, per la maggior parte sorridendo. Dovetti ricorrere a tutta la mia concentrazione per impedire che le mani che tenevano i fogli cominciassero a tremare.
Cara mamma, esordii girandomi verso di lei. Lei mi fece un sorriso di incoraggiamento. Vorrei cominciare con il ringraziarti, proseguii. Voglio ringraziarti per essere stata una madre davvero brava. Il fatto che tu sia stata una madre davvero brava  una di quelle cose che so e basta. Ma sono proprio le cose che si sanno e basta quelle che non sono facili da esprimere a parole. In questo caso  ancora pi difficile, perch le qualit che possiedi non sono sempre facili da vedere".
Deglutii, abbassai lo sguardo sul bicchiere dellacqua, decisi di non afferrarlo, alzai la testa e guardai gli occhi che mi stavano fissando.
C un film di Frank Capra che tratta proprio di questo. La vita  meravigliosa del 1946. Parla di un bravuomo di una cittadina americana che allinizio del film vive una profonda crisi e vuole rinunciare a tutto quello che ha. A un certo punto interviene un angelo che gli fa vedere come sarebbe stato il mondo senza di lui. Solo allora  in grado di capire limportanza che lui in effetti ha per le altre persone. Non credo che tu abbia bisogno dellassistenza di un angelo per capire quanto sei importante per noi, ma a volte forse ne avremmo bisogno noi. Dai a tutti coloro che hai intorno lo spazio per essere se stessi. Adesso, forse questo pu sembrare scontato, ma non lo  affatto, anzi,  una qualit molto rara. E a volte  difficile da vedere. Accorgersi di coloro che si impongono  facile. Accorgersi di coloro che mettono limitazioni  facile. Ma tu non ti imponi mai e non metti mai limitazioni agli altri: li accetti per quello che sono, e ti relazioni in base a questo. Credo che tutti coloro che sono in questa stanza lo abbiano provato".
Una specie di mormorio si lev intorno al tavolo.
Quando avevo sedici, diciassette anni, questo aveva per me un valore inestimabile. Vivevamo da soli a Tveit e per me la situazione era difficile, credo, ma ho sempre percepito che tu avevi stima di me, che ti fidavi di me e, non ultimo, che credevi in me. Mi hai lasciato fare le mie esperienze. Mentre succedeva, non mi rendevo naturalmente conto che era questo quello che facevi, non vedevo n te n me, credo. Ma lo vedo adesso. E per questo vorrei ringraziarti".
Mentre lo dicevo, incrociai lo sguardo della mamma e mi si spezz la voce. Afferrai il bicchiere, bevvi un sorso dacqua, cercai di sorridere, ma non era facile, tra i tavoli serpeggiava unatmosfera carica di compassione, avvertii, e per me la cosa era difficile da affrontare. In fondo dovevo solo fare un discorso, non dare sfogo alla mia sentimentalit.
S, ripresi. Ora sei qui e compi sessantanni. Anche il fatto che tu non stia progettando la tua vita da pensionata, ma al contrario abbia appena terminato un corso di specializzazione alluniversit la dice lunga su quello che sei: innanzitutto sei viva e dotata di una notevole curiosit intellettuale, inoltre non ti arrendi mai. Questo vale per te, nella tua vita, ma ha a che fare anche con il modo in cui sei per gli altri: le cose hanno bisogno di tempo. Ogni cosa richiede il suo tempo. Quando avevo sette anni, e dovevo cominciare la scuola, non sapevo dare valore a questo. Fosti tu ad accompagnarmi il primo giorno di scuola, me lo ricordo bene, non conoscevi bene la strada, ma credevi che sarebbe andato tutto bene. Finimmo in un quartiere residenziale. Poi in un altro. Ero seduto in auto con il mio bel vestitino celeste, la cartella in spalla e i capelli appena pettinati, girando per Tromya mentre i miei futuri compagni di classe ascoltavano tutti i discorsi nel cortile della scuola. Quando finalmente arrivammo, avevano gi finito. Esiste uninfinit di simili aneddoti che potrei raccontare, per esempio il fatto che non siano stati pochi i chilometri che hai percorso prendendo la strada sbagliata, nel senso letterale del termine, hai guidato per chilometri attraverso paesaggi sconosciuti accorgendoti che quella non era la strada per Oslo se non quando ti sei trovata avvolta nel buio in una stradina tra i campi di qualche valle sperduta. Questi aneddoti sono cos numerosi che mi accontenter di citare lultimo della serie, quando una settimana fa, per il giorno del tuo sessantesimo compleanno, hai invitato i tuoi colleghi a casa per un caff, sono venuti, ma tu ti eri dimenticata di comprarlo e quindi avete dovuto bere t. A volte penso che questa tua immensa distrazione che fa parte del tuo carattere sia proprio ci che ti permette di essere cos presente nelle conversazioni che abbiamo io e te, e in quelle che hai con gli altri".
Fui di nuovo cos stupido da guardarla negli occhi. Mi sorrise, i miei occhi si fecero lucidi e poi, no, no, si alz e voleva abbracciarmi.
Gli altri ospiti applaudirono, mi rimisi a sedere, pieno di sdegno verso me stesso, perch, bench il perdere il controllo dei propri sentimenti si adattasse benissimo alloccasione e non facesse che rafforzare quello che avevo detto, mi vergognavo moltissimo per aver mostrato una simile debolezza.
Qualche posto pi in gi si alz la sorella maggiore della mamma, Kjellaug, parl dellautunno della vita e fu accolta con un paio di bonari buh, ma era un discorso bello e pieno di calore, e sessantanni non erano certo come quaranta.
Durante il discorso Linda venne da me e mi si sedette accanto, mi pos la mano sul braccio.  andata bene? sussurr. Annuii. Dorme adesso? bisbigliai e lei sorrise, facendo di s con la testa. Kjellaug si sedette e si alz loratore successivo, e andarono avanti cos, finch non ebbero parlato tutti gli ospiti intorno al tavolo. A eccezione di Ingrid e Vidar, ovviamente, dato che non conoscevano affatto mia madre. Ma si trovavano a proprio agio, per lo meno Vidar. Era svanita quella sua leggera ristrettezza da uomo anziano che ogni tanto mostrava a casa, qui si comportava magnificamente, era felice e sorridente, con le guance arrossate e gli occhi ardenti, con una parola per tutti, genuinamente interessato a quello che raccontavano gli altri, a cui controbatteva con una grande ricchezza di piccoli aneddoti, storielle e argomentazioni. Come si trovasse Ingrid era difficile dirsi. Sembrava infervorata, rideva a voce alta e spargeva superlativi a destra e a manca, tutto era bellissimo e assolutamente fantastico, ma non si spingeva oltre, restava ferma l, incapace di penetrare nel cuore della serata, o perch non riusciva a inserirsi tra persone che non conosceva, o perch il suo stato danimo era troppo esaltato, o semplicemente perch era troppa la distanza dalla vita che faceva di solito. Lo avevo notato pi volte nelle persone anziane, non riescono ad affrontare molto bene i cambiamenti bruschi, non gradiscono gli spostamenti, ma al contempo sono vittima di una specie di irrigidimento e involuzione, cosa che non caratterizzava affatto il modo di essere di Ingrid, che era piuttosto lopposto, inoltre Ingrid non era vecchia, per lo meno non secondo i parametri della nostra epoca. Quando ritornammo il giorno dopo per preparare il battesimo, continu ad avere lo stesso atteggiamento, ma con pi spazio dazione intorno a s, si notava meno. Era inquieta per il cibo, aveva cercato di preparare il pi possibile la sera prima e, quando arriv il giorno del battesimo, era preoccupata di trovare la porta di casa chiusa a chiave e di non riuscire a finire tutto prima che arrivassero gli ospiti e, una volta rimasta da sola in cucina, temeva di non riuscire a trovare gli utensili necessari.
Il prete era una giovane donna, ci disponemmo accanto a lei intorno al fonte battesimale, Linda teneva in braccio Vanja mentre le inumidivano la testa con lacqua santa. Ingrid se ne and al termine della cerimonia, noi restammo seduti. Ci fu la comunione. Jon Olav e la sua famiglia si fecero avanti e si inginocchiarono allaltare. Per qualche motivo mi alzai e li seguii. Mi inginocchiai allaltare, presi lostia sulla lingua, bevvi il vino consacrato, mi fu impartita la benedizione, mi alzai e tornai indietro, con addosso gli sguardi pi o meno increduli della mamma, di Kjartan, di Yngve e di Geir.
Perch lo avevo fatto?
Ero diventato cristiano?
Io, che fin dalla prima giovinezza ero stato un fervente anticristiano, e che nel mio cuore ero un materialista, nellarco di un secondo, senza pensarci veramente, mi ero alzato, avevo attraversato la navata centrale e mi ero inginocchiato davanti allaltare. Si era trattato di un vero e proprio impulso. E quando incrociai quegli sguardi, non ero in grado di giustificare quel gesto, non potevo sostenere di essere cristiano e abbassai gli occhi, in preda a una certa vergogna.
Erano tante le cose che erano successe.
Quando pap era morto, avevo parlato con un prete, era stato come fare ammenda, mi ero sfogato, e lui era l per ascoltare, e per consolarmi. Il funerale, il rituale in s, era stato per me quasi come un qualcosa di fisico a cui aggrapparmi. Trasformava lesistenza di pap, cos miserabile e distruttiva alla fine, in una vita.
Non vi avevo forse trovato consolazione?
Dunque era questo ci a cui avevo lavorato in questultimo anno. Non ci che stavo scrivendo, ma quello a cui lentamente avevo compreso di volermi avvicinare, il sacro. Nel romanzo veniva rielaborato e invocato, ma senza la seriet sacrale che sapevo esistere in questi luoghi, in quei testi che avevo iniziato a leggere, e quella severit, lintensit tumultuosa presente in essa, che era sempre nella vicinanza al sacro, dove io non ero mai stato e a cui mai mi sarei avvicinato, ma che comunque intuivo, mi aveva portato a pensare a Cristo in modo diverso, perch era corpo e sangue, era nascita e morte, e noi vi eravamo legati tramite i nostri corpi e il nostro sangue, i nostri nati e i nostri morti, sempre, costantemente, una tempesta imperversava attraverso il nostro mondo, e lo aveva sempre fatto, e, per quel che ne sapevo, lunico luogo in cui questo veniva rappresentato, le cose pi estreme, ma al contempo le pi semplici, era nelle sacre scritture. E in quei poeti e artisti che si muovevano nelle sue vicinanze. Tralk, Hlderlin, Rilke. Leggere lAntico Testamento, soprattutto il Levitico, con i suoi resoconti dettagliati della pratica del sacrificio, e il Nuovo Testamento, tanto pi giovane e vicino a noi, sospendeva il tempo e la storia, che diventavano un semplice turbinio di polvere, e rimandava a ci che da sempre era rimasto immutato.
A questo avevo pensato molto.
E poi cera anche la questione pi banale che la sacerdote donna accett per un soffio di battezzare Vanja, perch non eravamo sposati, io ero divorziato, e quando ci aveva fatto domande pi approfondite sulla nostra fede e io non ero riuscito a dire s, sono cristiano, credo che Ges fosse il figlio di Dio, un pensiero folle a cui mai avrei potuto credere, e non avevo fatto altro che girare intorno allargomento, la tradizione, il funerale di mio padre, la vita e la morte, il rito, dopo mi ero sentito falso, come se stessimo per battezzare nostra figlia sulla base di falsi presupposti, e quando era arrivato il momento delleucarestia, probabilmente avevo voluto smentire tutto questo, con il risultato di apparire ancora pi falso. Non solo avevo battezzato mia figlia senza essere cristiano, adesso, che diavolo, facevo pure la comunione!
Eppure il sacro.
La carne e il sangue.
Tutto ci che muta e rimane lo stesso.
E ultimo, ma non da meno, la vista di Jon Olav che andava a inginocchiarsi allaltare. Era una persona integra, una persona buona di cuore, e in qualche modo questo contribu a trascinare anche me per la navata e spingermi gi in ginocchio: desideravo tanto essere integro. Desideravo tanto essere buono.
Sui gradini della chiesa ci mettemmo in posa per le fotografie, i genitori, la piccola appena battezzata, il padrino e la madrina. Nella vestina di Vanja era stata battezzata la sua bisnonna, qui nello Jlster. Erano presenti alcuni dei fratelli della mia nonna materna, tra cui i preferiti di Linda, Alvdis e Anfinn, tutti i fratelli e le sorelle della mamma, alcuni dei loro figli e nipoti, uno dei fratelli di pap si era fatto tutta quella lunga strada per esserci, oltre agli amici di Linda di Stoccolma, Geir e Christina, e naturalmente Vidar e Ingrid.
E mentre eravamo l, arriv Ingrid di corsa su per la salita. La sua paura di trovare la porta di casa sbarrata non risult infondata, perch la mamma, con quel suo essere cos distratta, aveva pensato bene di chiuderla. Ricevuta la chiave, Ingrid si allontan a precipizio. Quando arrivammo mezzora dopo, era disperata per dei piatti da portata che non riusciva a trovare. Ma and tutto a gonfie vele, naturalmente, il tempo era meraviglioso, tenemmo la festa fuori in giardino, con vista sul lago in cui si specchiavano le montagne, e tutti tessero le lodi delle pietanze. Ma una volta che il cibo era stato servito e Vanja vagava dalle braccia di uno a quelle dellaltro e non aveva bisogno di essere accudita direttamente, Ingrid non aveva pi nessun compito da sbrigare, e forse era questo che le era difficile, fatto sta che sal in camera sua dove rimase fino a quando non cominciammo ad avvertirne la mancanza, verso le cinque, cinque e mezzo, quando i primi ospiti si erano gi congedati. Linda and a cercarla. Era a letto che dormiva ed era quasi impossibile svegliarla. Era sempre stato cos, sapevo, Linda me lo aveva gi raccontato, di quanto il suo sonno fosse cos profondo da essere quasi preoccupante, e di come fosse difficilissimo stabilire un contatto con lei nei primi cinque, dieci minuti da quando si era svegliata. La teoria di Linda era che fosse colpa dei sonniferi. Quando usc, attravers il prato quasi vacillando e la risata in cui scoppi risult fuori luogo, sia perch era troppo fragorosa rispetto a quanto stava succedendo intorno al tavolo a cui era seduta, sia perch non avveniva nei momenti in cui gli altri trovavano opportuno farlo. Mi inquiet il vederla ridotta in quello stato, cera qualcosa che non andava, era palese. Non era in s, sbraitava e pareva unesaltata, aveva gli occhi luccicanti e la pelle del viso rossa. Linda e io ne parlammo quando tutti furono andati a dormire. Era per via dei sonniferi, oltre allo stress accumulato per via della festa, in fondo aveva preparato e servito da mangiare a venticinque persone. Inoltre per lei tutto era nuovo e sconosciuto.
La volta successiva che li avevo visti, era stato qui in campagna, e allora tutto quel suo essere alterata e inquieta era sparito. E Vidar era ripiombato nel suo trantran.
Adesso stava contemplando il proprio lavoro con le mani sui fianchi. Il rumore di un treno in avvicinamento ci raggiunse da una delle pendici della collina prima di sparire per poi ricomparire nuovamente qualche secondo pi tardi sul versante opposto, con un suono pi intenso e pieno, mentre in quel momento Linda saliva su per il pendio.
 pronto! grid quando ci vide.
Il mattino dopo di buonora Vidar ci riaccompagn alla stazione. Arrivammo appena prima che il treno partisse e quindi non feci in tempo a comprare il biglietto. Ingrid, che sarebbe venuta con noi per occuparsi di Vanja nei tre giorni successivi, aveva il mensile mentre a Linda restava ancora sul suo abbonamento un numero sufficiente di bollini per arrivare fino a Stoccolma. Mi sedetti accanto al finestrino e tirai fuori la pila di giornali che non ero ancora riuscito a leggere. Ingrid si occupava di Vanja, Linda guardava fuori dal finestrino. Il controllore arriv solo molte stazioni dopo che avevamo cambiato treno a Sdertlje. Ingrid gli mostr il suo abbonamento, Linda gli porse il suo per farlo vidimare, io mi frugai nelle tasche in cerca di contanti. Quando luomo si gir verso di me, Ingrid disse:  salito a Haninge.
Cosa?
Cercava di fare la furba per me?
Che cazzo le passava per la testa?
Guardai in faccia il controllore.
Per Stoccolma, spiegai. Da Haninge. Quant?
Non potevo dire che in realt ero salito a Gnesta, che figura ci avrebbe fatto Ingrid? Allo stesso tempo io pagavo sempre quello che dovevo, era una regola che avevo: se mi davano troppi soldi di resto in un negozio, per esempio, lo facevo sempre presente al commesso. Imbrogliare sul treno era lultima cosa che volevo fare.
Il controllore mi porse il biglietto e il resto, lo ringraziai, e scomparve tra la ressa dei pendolari del mattino.
Ero furioso, ma non dissi niente, continuai a leggere. Arrivati alla Stazione centrale, dopo aver tolto il passeggino dal treno, mi offrii di portarle la valigia in ufficio, cos non avrebbe dovuto trascinarla prima a casa nostra e poi in ufficio, dove di solito dormiva quando restava da noi il pomeriggio. Ne fu contenta. Le salutai nella hall della stazione e uscii in direzione delle navette dirette allaeroporto, proseguii verso la piazza dove si trovava la sede, simile a una fortezza, del sindacato generale LO, salii lungo Dalagatan, con una mano stretta intorno alla valigia che mi trascinavo dietro, laltra sulla borsa con il computer, e cinque minuti dopo aprivo la porta dellufficio.
Era gi diventato un posto pieno di ricordi. Il periodo in cui avevo scritto En tid for alt mi tornava in mente ovunque mi voltassi. Cazzo, quanto ero stato felice.
Feci posto alla valigia di Ingrid nellarmadietto sotto il lavello, non volevo averla davanti agli occhi mentre lavoravo, poi andai al gabinetto a pisciare.
E cosa vidi l, se non lo shampoo e il balsamo di Ingrid? E cosa cera in fondo al sacchetto dellimmondizia, se non i bastoncini per le orecchie e il filo interdentale di Ingrid?
PORCA PUTTANA! esclamai ad alta voce, e dopo aver agguantato i due flaconi, li scaraventai nella spazzatura in cucina, ora ne ho davvero ABBASTANZA, cazzo, gridai, strappai il sacchetto dal cestino del bagno, mi chinai e tolsi il mucchietto di capelli che era rimasto nello scarico della doccia, erano i suoi capelli, porca troia, quello era il mio ufficio, lunico posto dove potevo stare per conto mio, dove ero da solo, e anche l doveva arrivare con tutte le sue carabattole e i suoi gingilli, persino qui venivo invaso, pensai, scagliando con foga i capelli nel sacchetto, lo accartocciai e lo pigiai in fondo al cestino della spazzatura che tenevo sotto il ripiano della cucina.
Che cazzo.
Poi accesi il computer e mi sedetti alla scrivania. Aspettai impaziente che fosse pronto. Sul pavimento era incisa limmagine del Cristo con la corona di spine. Sopra la scrivania cerano le due fotografie di Thomas. Alla parete dietro di me la balena disseccata e i disegni dalla precisione quasi fotografica degli scarafaggi, eseguiti nel corso della stessa spedizione settecentesca.
Qui non potevo scrivere. Cio, qui non potevo scrivere niente di nuovo.
Daltronde non era questo quello che dovevo fare quella settimana. Sabato mattina avrei dovuto tenere una conferenza sulla mia produzione letteraria proprio a Brum, vicino a Oslo, di tutti i posti che esistevano, e a questo avrei dovuto lavorare nei tre giorni successivi. Era un compito che non aveva senso, ma avevo accettato molto tempo prima. La richiesta mi era arrivata lo stesso giorno in cui si venne a sapere che il mio libro era stato candidato per il Premio letterario del Concilio nordico, avevano scritto che era tradizione che i norvegesi che avevano ricevuto la nomination andassero l a parlare del loro libro o della loro attivit di autori, e dato che proprio in quel periodo le mie difese erano state messe fuori gioco, avevo detto di s.
E ora eccomi qui.
Signore e signori. Non me ne frega un cazzo di voi, non me ne frega un cazzo del libro che ho scritto, non me ne frega un cazzo se ricever o meno un premio, lunica cosa che voglio  continuare a scrivere. Quindi cosa ci faccio qui? Ho lasciato che mi adulassero, ho avuto un attimo di debolezza, ne ho molti, ma ora basta farsi blandire e avere attimi di fragilit. Per rimarcare quanto detto in maniera appropriata e inequivocabile, ho portato con me dei giornali. Pensavo di stenderli qui per terra davanti al podio e cacarci sopra. Mi sono trattenuto per qualche giorno per poterlo fare con maggiore efficienza e spinta. Ecco, cos. Fatto. Oh. Ci siamo. Ora devo solo pulirmi un po il culo e poi abbiamo finito. Adesso posso passare la parola al secondo candidato per la nomination, Stein Mehren. Grazie.
Lo cancellai, andai nellangolo cottura per riempire dacqua il bollitore, grattai leggermente con un cucchiaio nel barattolo con il caff liofilizzato, riuscii a staccare qualche grumo per buttarlo nella tazza, che subito dopo riempii di acqua fumante. Poi mi infilai la giacca e uscii per raggiungere la panchina davanti allospedale sullaltro lato della strada, dove mi sedetti e fumai velocemente tre sigarette luna dopo laltra mentre guardavo la gente e le macchine che passavano. Il cielo era inconsolabilmente grigio, laria fredda e pungente, la neve ai margini delle strade scura di smog.
Presi il cellulare e scrissi, cancellai e riscrissi per un po, finch non ebbi pronto un verso da mandare a Geir.
 Geir, Geir, adesso che sei morto
mai pi ti si rizzer
ma non essere sconvolto
femmina da te nascer
che a tutti quanti da brava la dar.
Poi rientrai e mi sedetti di nuovo davanti al computer. La poca voglia, combinata al fatto che mancavano cinque giorni pieni prima che dovessi finire, rendeva difficile, quasi impossibile, sentirsi motivato. Cosa avrei dovuto dire? Bla, bla, bla, Ute av verden, bla, bla, bla, En tid for alt, bla, bla, bla, felice e orgoglioso.
Nella tasca del giaccone sentii il bip del telefono. Lo presi e aprii il messaggio di Geir.
Deceduto per lappunto stamattina in un incidente dauto. Non pensavo che gi si sapesse. Ti affido le mie riviste porno, non mi servono pi, mi sento duro come non lo sono mai stato. Bellepitaffio, a proposito. Ma sai fare meglio di cos, no?
Certo, risposi. Che ne dici di questa?
 Qui riposa lamato Geir nella sua precoce tomba
Al volante della Saab egli esplose come bomba
Spenti gli occhi, il cuor batteva
Ma nessuno se ne accorgeva
Poich il suo petto pi si lev
La morte clinica si dichiar
Fu solo nella bara quando laria fin
che il nostro bravo ragazzo davvero per.
Certo non era molto divertente, ma per lo meno aiutava a passare il tempo. E magari faceva fare a Geir una risata gratuita, lass nel suo ufficio alluniversit. Dopo averlo inviato, andai al supermercato a comprare del cibo. Mangiai, dormii unoretta sul divano. Finii di leggere il primo tomo de I fratelli Karamazov, proseguii con il secondo e, quando ebbi terminato, fuori era buio pesto e la casa si era riempita dei primi rumori della sera. Mi sentivo come mi succedeva quando ero ragazzo, quando potevo rimanere sdraiato a leggere anche parecchie ore di fila, a mente fredda, come risvegliato da un sonno, un sonno gelido, sulla cui scia lambiente circostante appariva duro e inospitale Mi sciacquai le mani con lacqua calda, le asciugai con cura, spensi il computer e lo riposi nella borsa, mi annodai la sciarpa al collo, mi calai il berretto sulla testa, mi misi la giacca e le scarpe, richiusi a chiave la porta, mi infilai i guanti e uscii in strada. Mancava ancora poco pi di mezzora prima del mio appuntamento con Geir al Pelikanen, quindi potevo prendermela comoda.
La neve sul marciapiede era giallastra e aveva una consistenza granulosa, simile alla semola, che faceva s che quasi scivolasse via quando veniva calpestata. Salii lungo Rdmannsgatan, verso la fermata della metropolitana, dove si incrociava con Sveavgen. Erano le sei e mezzo. Le strade intorno a me erano praticamente deserte, pervase da quel buio che sembra sgattaiolare via e che  presente solo sotto il riflesso della luce elettrica che da ogni finestra, da ogni lampione, si riversava sulla neve e sullasfalto, sulle scale e sulle ringhiere, sulle auto in sosta e sulle biciclette parcheggiate, sulle facciate, sui cornicioni, sui cartelli stradali, sui pali della luce. Avrei potuto benissimo essere unaltra persona, pensai mentre camminavo, in me non cera niente che avesse abbastanza valore da non potervi rinunciare in cambio di qualcosaltro. Passai Drottninggatan, che in fondo pullulava di persone nere, simili a scarafaggi, scesi le scale che fiancheggiavano il parco di Observatorielunden, percorsi il vicolo dove si trovava il ristorante cinese con quella sua disgustosa insegna abbuffati e infilai la rampa di scale che scendeva verso la metropolitana. Sui due marciapiedi ci saranno state trenta, quaranta persone, i pi che tornavano a casa dal lavoro, a giudicare dalle borse che avevano. Mi piazzai il pi distante possibile da tutti, posai la borsa a terra tra le gambe, mi appoggiai con una spalla al muro, tirai fuori il cellulare e chiamai Yngve.
Pronto? disse.
Ciao, sono Karl Ove".
Sei ancora vivo?
Mi avevi telefonato? chiesi.
Sabato, rispose.
Avrei dovuto richiamarti, ma poi  stato un po caotico, abbiamo avuto ospiti, una cena, e cos me ne sono dimenticato".
Fa lo stesso, disse Yngve. Non era niente di particolare".
Ti  arrivata la cucina?
S,  arrivata proprio oggi.  qui accanto a me. E poi mi sono comprato unauto nuova".
No!
Dovevo.  una Citron XM, non tanto vecchia. Era un carro funebre".
Stai scherzando?
No".
Te ne andresti in giro con un carro funebre?
 stata ricostruita, ovvio. Non c mica il posto per la bara adesso. Sembra unautomobile normale".
Sar. Ma il solo fatto che ci siano stati dentro dei morti...  la cosa pi assurda che abbia sentito dire ultimamente".
Yngve sbuff.
Quanto sei sensibile, comment.  unauto come le altre. E avevo i soldi per comprarla".
S, s, dissi.
Ci fu una pausa.
Per il resto? domandai.
Niente di particolare. E tu?
No, niente. Ieri siamo stati in campagna dalla mamma di Linda".
Ah, s?
S".
E Vanja? Ha gi cominciato a camminare?
Solo un paio di passi. Ma sembrava che inciampasse pi che camminare, se devo essere sincero, commentai.
Ridacchi allaltro capo del telefono.
E Torje e Ylva?
Stanno bene, rispose. A proposito, a quanto pare Torje ti ha spedito una lettera. Dalla scuola. Ti  arrivata?
No".
Non ha voluto dire cosa ha scritto. Ma lo vedrai".
Okay".
Dalla galleria comparvero i fanali di un treno. Sulla banchina si alz una leggera folata di vento. La gente cominci ad avvicinarsi al bordo.
Sta arrivando il treno, dissi. Ma ci sentiamo presto".
Il treno si arrest lentamente davanti a me. Sollevai la borsa e feci qualche passo per appropinquarmi alla porta.
S, certo, rispose. Ciao".
Ciao".
Le porte si spalancarono davanti a me e la gente cominci a scendere. Nellattimo in cui stavo staccando la mano con il cellulare dallorecchio, qualcuno mi urt il gomito da dietro e il telefonino vol in avanti, tra la calca che si assiepava di fronte alla porta, senza che io potessi rendermi conto con esattezza di dove fosse caduto, dal momento che mi ero voltato automaticamente verso la persona che mi aveva urtato.
Dovera finito?
Non avevo sentito il tonfo del cellulare che cadeva a terra. Forse era andato a sbattere su un piede? Mi accovacciai e mi misi a scandagliare con lo sguardo il marciapiede. Il telefonino non cera. Forse qualcuno gli aveva dato una pedata spingendolo via? No, me ne sarei accorto, pensai alzandomi, girai la testa per guardare la gente che si stava avviando verso luscita. Non era mica caduto dentro la borsa di qualcuno? Cera una donna con una borsetta aperta appesa allavambraccio. Magari era andato a finire l? No, certe cose non succedono.
O forse s?
Mi misi a seguirla. Forse avrei potuto darle un leggero colpetto sulla spalla e chiederle il permesso di dare unocchiata nella sua borsa, ho perso un cellulare, sa, e credo che potrebbe essere finito qui dentro.
No, impensabile.
Dal vagone giunse il segnale delle porte che si richiudevano. Il prossimo treno non sarebbe arrivato prima di dieci minuti, ero gi in ritardo e il cellulare era un modello vecchio, riuscii a pensare prima di saltare sul treno tra le porte che si stavano chiudendo. Confuso mi sedetti accanto a un ventenne goth mentre la luce della stazione illuminava a intermittenza il vagone prima di essere sostituita di colpo dal buio.
Quindici minuti dopo scesi a Skanstull, prelevai qualche spicciolo dallo sportello del bancomat, attraversai la strada e mi diressi verso il Pelikanen. Era una birreria classica, con panche e tavoli che correvano lungo le pareti, tavoli e sedie assiepati sul pavimento a quadri bianchi e neri al centro del locale, alle pareti pannelli di legno marroni, quadri appesi al soffitto e al muro che spuntava sopra i pannelli, alcune ampie colonne portanti, anchesse ricoperte nella parte inferiore dai soliti pannelli di legno marroni, da cui partivano delle panche, e in fondo cera un bar lungo e ampio. I camerieri erano quasi tutti vecchi e indossavano abiti neri e grembiuli bianchi. Non cera musica, ma il livello del rumore era comunque alto, il ronzio delle voci e delle risate e il tintinnio delle posate e dei bicchieri formavano una specie di coltre sopra i tavoli, che non si notava dopo essere stati l dentro per un po, ma che risultava impressionante, a volte anche fastidiosa quando si apriva la porta e si entrava venendo dalla strada, poich si sentiva un frastuono vero e proprio. Tra la clientela cera ancora qualche ubriacone, che aveva laria di bere l dentro fin dagli anni sessanta, cera qualche anziano che stava cenando, ma erano in via di estinzione, predominavano invece, qui come in tutti gli altri posti di Sder, gli uomini e le donne che facevano parte della classe portatrice della cultura. Non erano troppo giovani n troppo vecchi, non erano troppo belli n troppo brutti, e non si ubriacavano mai eccessivamente. Giornalisti che si occupavano di cultura, ricercatori universitari, studenti di facolt umanistiche, dipendenti di case editrici, personale della radio o della televisione, qualche attore o scrittore, ma raramente quelli pi in vista.
Allinterno mi fermai a qualche metro dalla porta e lasciai scivolare su di loro il mio sguardo mentre mi toglievo la sciarpa e mi sbottonavo il cappotto. Gli occhiali scintillavano, le teste calve luccicavano, i denti bianchi brillavano. Tutti avevano davanti a s della birra, che sembrava di un colore quasi ocra a confronto della superficie marrone dei tavoli. Ma Geir non lo vedevo.
Mi diressi verso uno dei tavoli con la tovaglia e mi sedetti con la schiena rivolta al muro. Cinque secondi dopo ecco arrivare una cameriera che mi offre il menu spesso, in finta pelle.
Siamo in due, dissi. Quindi aspetto a ordinare da mangiare. Intanto potrei avere una Staropramen?
Certo, rispose la cameriera, una donna sulla sessantina con un grosso viso carnoso e capelli folti rosso scuro. Scura o chiara?
Chiara, grazie".
Oh, quel posto era proprio bello. Quel suo essere cos tipico da birreria conduceva i pensieri verso altri tempi, pi classici, senza che per questo il locale desse limpressione di essere un museo, infatti latmosfera non aveva niente di forzato, qui si veniva per bere birra e chiacchierare, e cos si faceva fin dagli anni trenta. Era una delle caratteristiche migliori di Stoccolma, che esistessero tanti posti risalenti a epoche diverse che erano ancora in uso, senza che questo venisse pubblicizzato sullinsegna. Il palazzo Van der Nootska del Seicento, per esempio, dove, a quel che si raccontava, il poeta Bellman si era ubriacato per la prima volta, e allora quel posto aveva gi centanni, era un locale dove ogni tanto pranzavo  la prima volta il giorno successivo a quello delluccisione del ministro degli esteri Anna Lindh, tra laltro, e latmosfera in citt era cos stranamente ovattata e guardinga , poi cera il ristorante settecentesco Den Gyldene Freden a Gamla Stan, i locali ottocenteschi Tennstopet e Berns Salonger, dove si trovava la Stanza Rossa descritta da Strindberg, per non parlare del bel bar in stile liberty Gondolen, che dagli anni venti era rimasto immutato sulla cima dellascensore Katarina con vista su tutta la citt, dove sembrava di essere a bordo di un dirigibile, o nel salone di un piroscafo a vapore atlantico.
La cameriera arriv con in mano un vassoio pieno di bicchieri di birra, con un sorriso me ne appoggi uno davanti sopra il sottobicchiere che aveva lanciato un secondo prima, e prosegu tra i tanti tavoli rumorosi, dove forse una volta s e una no veniva accolta con qualche commento scherzoso.
Mi portai il bicchiere alla bocca, sentii la schiuma che sfiorava le labbra, il freddo liquido amarognolo che mi riempiva la cavit orale, che era cos poco preparata a quel sapore intenso che mi sentii pervadere da un brivido che mi scese gi per la gola.
Ah.
Quando ci si immaginava il futuro e si evocava un mondo dove la vita urbana si era diffusa ovunque e gli uomini avevano portato a termine la loro ambita simbiosi con le macchine, non si prendevano mai in considerazione le cose pi semplici, per esempio la birra, cos dorata e gustosa e robusta, fatta dal grano dei campi e dal luppolo dei prati, o il pane o le barbabietole rosse, con il loro sapore dolce, ma scuro, di terra, tutto quello che avevamo sempre mangiato e bevuto, su tavoli fatti di legno, dietro finestre attraverso cui penetrano i raggi del sole. Cosa si faceva in questi palazzi seicenteschi, con i loro servitori in livrea, con le scarpe dal tacco alto e le parrucche incipriate calcate su crani pieni di pensieri seicenteschi, se non bere birra e vino, mangiare pane e carne e pisciare e cacare? Lo stesso nel Settecento, nellOttocento e nel Novecento. La concezione su cosa sia lessere umano  cambiata di continuo, e anche quella relativa al mondo e alla natura, tutte le idee e i credi pi strani sul mondo sono nati e scomparsi, sono state scoperte cose utili e inutili, la scienza si  addentrata sempre pi nei suoi misteri, le macchine sono diventate pi numerose, la velocit  aumentata, e aree sempre pi ampie dei vecchi modi di vivere sono state abbandonate, ma nessuno si  mai sognato di rinunciare alla birra o di modificarla. Malto, luppolo, acqua. Campi, prati, ruscelli. E cos  stato di fatto per tutto. Eravamo sprofondati nellarcaico, niente di sostanziale in noi, i nostri corpi o i nostri bisogni si erano trasformati da quando il primo uomo aveva visto la luce del giorno in qualche parte dellAfrica quarantamila anni fa, o quando era comparso lHomo sapiens. Ma ci illudevamo che fosse diverso e la forza di questa illusione era cos intensa che non solo ci credevamo, ma ci siamo assoggettati a essa, mentre eravamo l a ubriacarci nei nostri caff e nei club bui, e ballavamo le nostre danze che probabilmente erano molto pi goffe e inutili di quelle che venivano eseguite diciamo venticinquemila anni fa al bagliore di un fal da qualche parte lungo le coste del Mediterraneo.
Come poteva nascere la rappresentazione che noi fossimo uomini moderni quando attorno a noi la gente soccombeva, aggredita da malattie contro cui non esistevano rimedi? Chi pu essere moderno con un cancro nel cervello? Come potevamo credere di essere moderni quando sapevamo che presto tutti gli uomini si sarebbero ritrovati a marcire da qualche parte sotto terra?
Portai di nuovo il bicchiere alla bocca e bevvi qualche sorso lungo e profondo.
Quanto amavo bere. Mi bastava non pi di un bicchiere e mezzo di birra perch il cervello cominciasse a giocherellare con lidea di spingermi fino in fondo questa volta. Bere, bere e nientaltro. Ma lavrei fatto?
No, non lavrei fatto.
Nei pochi minuti che ero l, era entrato un flusso costante di persone. La maggior parte di loro facevano quello che avevo fatto anchio, si fermavano a qualche metro dallentrata e ispezionavano la clientela mentre armeggiavano con cappotti e giacconi.
In fondo allultimo manipolo riconobbi una faccia. Ma era Thomas!
Gli feci cenno con la mano e lui venne verso di me.
Ciao, Thomas, dissi.
Salve, Karl Ove, disse porgendomi la mano.  da tanto che non ci vediamo".
Eh, s. Va tutto bene?
S, abbastanza. E tu?
S, io sto bene".
Sono qui per incontrarmi con altre persone, sono seduti laggi nellangolo. Puoi unirti a noi, se vuoi".
Grazie. Ma rimango qui, sto aspettando Geir".
Mah s! Credo che me lo abbia accennato. Ci ho parlato ieri, sai. Allora vengo da voi pi tardi a salutarvi, se per voi va bene".
Certo, risposi. A dopo".
Thomas era uno degli amici di Geir, e uno di quelli che indiscutibilmente mi piacevano di pi. Aveva poco pi di cinquantanni, assomigliava in modo stupefacente a Lenin, tutto collimava, dalla barba al cocuzzolo calvo della testa fino agli occhi dal taglio alla mongola, e faceva il fotografo. Aveva pubblicato tre libri, il primo con foto che ritraevano soldati appartenenti alle forze speciali della marina, un altro con immagini di pugili  era in quellambiente che aveva incontrato Geir  e lultimo con una serie di foto di animali, oggetti, paesaggi e persone, su cui regnava qualcosa di oscuro e dove il senso di vuoto sia interiore sia esteriore dei soggetti era la cosa pi impressionante. Thomas era amichevole e di poche pretese in ambito sociale, era come se non si avesse niente da perdere a parlare con lui, forse perch investiva cos poco prestigio nella propria presenza, o forse perch al contempo era sicuro di s. Voleva il bene degli altri, questa era la sensazione che dava. Nel suo lavoro invece era estremamente severo ed esigente, sempre alla ricerca della perfezione, le sue fotografie erano orientate pi verso lo stilizzato che verso limprovvisato. Le foto di lui che mi piacevano di pi erano quelle che rappresentavano una via di mezzo: la stilizzazione improvvisata, la casualit immortalata nello scatto. Erano magnifiche. Alcune delle foto dei pugili ricordavano le sculture ellenistiche, sia per lequilibrio del corpo sia per il fatto di essere state colte in attivit esterne al ring, altre possedevano in s una grande oscurit, e violenza, naturalmente. Avevo comprato due delle sue foto quellinverno, dovevano essere il regalo per i quarantanni di Yngve, seduto in laboratorio con Thomas, sfogliavo attraverso la serie che faceva parte del suo ultimo libro, esitai a lungo, ma alla fine ne scelsi due. Quando le diedi a Yngve, vidi che non gli piacevano molto, quindi gli dissi che poteva sceglierne due lui e io presi le prime, che ora erano appese nel mio ufficio. Erano straordinarie, ma anche sinistre, perch emanavano un senso di morte, e quindi capivo bene che Yngve non avesse voglia di tenerle in soggiorno, anche se ero rimasto leggermente offeso. Anzi, non poco, in verit. Quando andai a prendere le foto che alla fine Yngve aveva scelto e bussai alla porta dello scantinato di Gamla Stan, dove si trovava il laboratorio di Thomas, dai muri massicci in pietra del Cinquecento, fu il suo collega ad aprire la porta, un sessantenne scarmigliato vestito in maniera un po trasandata. Thomas non cera, ma potevo scendere ad aspettarlo se volevo. Era Anders Petersen, il fotografo con cui Thomas divideva il laboratorio, ma per me era soprattutto lautore della fotografia che compariva sul disco Rain Dogs di Tom Waits, famoso fin dagli anni settanta, quando aveva fatto il suo exploit con Caf Lehmitz. Le sue foto erano crude, indiscrete, caotiche, e coglievano con una vicinanza incredibile lessenza della vita. Si sedette sul divano nella stanza che si trovava sopra i laboratori, mi chiese se volevo un caff, dissi di no, e riprese le sue occupazioni, che consistevano nello sfogliare canticchiando una pila di stampe di negativi. Non volevo essere dintralcio o sembrare invadente, quindi mi misi davanti a una lavagnetta con delle foto e le osservai per un po, non senza restare condizionato dalla sua presenza, che probabilmente si sarebbe dissolta se ci fossero state pi persone nella stanza, ma adesso ceravamo solo noi due e percepivo ogni suo movimento. Emanava un senso di ingenuit, ma non dovuta a inesperienza, anzi, portava i segni di uno che aveva vissuto molto, ma era come se tutte le esperienze fossero semplicemente l, senza che ne fossero tratte le conseguenze, come se lo avessero lasciato in un certo senso intatto. Sicuramente non era cos, ma questa era la sensazione che avevo quando incrociavo il suo sguardo e lo vedevo intento a lavorare. Thomas era arrivato qualche minuto dopo e sembrava felice di vedermi, cos come probabilmente sembrava felice di vedere tutti. And a prendere il caff, ci sedemmo su un divano vicino alle scale, prese le fotografie, le esamin attentamente unultima volta, le infil con cura nelle rispettive cartelline di plastica trasparente che poi mise dentro una busta, mentre io appoggiavo sul tavolo davanti a lui quella contenente i soldi, in modo cos discreto che non ero sicuro che se ne fosse accorto, cera un qualcosa nelle transazioni private in contanti che mi intimidiva, in un certo senso lequilibrio naturale veniva alterato, o addirittura messo fuori gioco, senza che io capissi bene che cosa lo avrebbe sostituito. Riposi le foto nella borsa, parlammo un po del pi e del meno, oltre a Geir avevamo anche un altro punto in comune: Marie, la donna con cui viveva, poetessa, che era stata linsegnante di Linda a Biskops-Arn molti anni prima e al momento era una specie di mentore per lamica di Linda, Cora. Era una brava poetessa, classica, in un certo senso: la verit e la bellezza non erano dimensioni incompatibili nelle sue poesie e il significato non era qualcosa unicamente legato alle parole. Aveva tradotto in svedese alcune opere di Jon Fosse e adesso stava lavorando, tra laltro, alle poesie di Steinar Opstad. Lavevo vista solo un paio di volte, ma mi aveva dato limpressione di essere una persona interiormente molto ricca, il suo carattere presentava molte sfumature e una profondit spirituale che si percepiva intuitivamente, senza che lelemento nevrotico, che  il compagno costante della sensibilit, sembrasse essere presente, per lo meno non in modo insistente. Ma quando lei era davanti a me non era questo ci a cui pensavo, perch nel suo occhio destro la pupilla sembrava quasi essersi staccata, scivolando verso il basso, si trovava in un punto sospeso tra liride e il bianco, e ci era cos inquietante da condizionare totalmente la prima impressione che faceva.
Thomas disse che avrebbero invitato me e Linda a cena una sera, risposi che saremmo andati con piacere, mi alzai e afferrai la borsa, anche lui si alz e mi strinse la mano, e dal momento che non sembrava che avesse notato la busta con il denaro, glielo dissi, i soldi delle foto li ho messi l, lui annu e mi ringrazi, come se fosse un grazie quello che avevo voluto strappargli, e con un leggero senso di vergogna salii le scale e uscii nelle strade invernali di Gamla Stan.
Adesso erano passati quasi due mesi. Il fatto che non fosse giunto nessun invito non lavevo preso cos male: una delle prime cose che avevo sentito dire di Thomas era che dimenticava continuamente tutto. Capitava anche a me e quindi non gliene facevo una colpa.
Quando si accomod al tavolo in fondo al locale, sembrava un uomo esile, ben vestito con indosso una maschera da Lenin. Presi dalla borsa il pacchetto giallo del tabacco Tiedemann e mi rollai una sigaretta, con la punta delle dita non so per quale motivo cos sudata che il tabacco ci si appiccicava in continuazione, bevvi qualche altro lungo sorso di birra, accesi la sigaretta e vidi passare fuori dalla finestra la sagoma di Geir.
Mi scopr non appena ebbe varcato la soglia, ma mentre veniva verso il tavolo si guard comunque intorno, come se fosse in cerca di altre possibilit. Non molto diverso da una volpe, veniva da pensare, incapace di rintanarsi in un luogo in cui non esistevano molte vie duscita.
Perch cazzo non rispondi al telefono? esord porgendomi la mano, mentre mi guardava di sfuggita negli occhi. Mi alzai per stringerla e mi rimisi a sedere.
Mi sembrava che avessimo fissato per le sette, dissi. Adesso sono le sette e mezzo passate".
Cosa credi che ti volessi dire al telefono? Che devi ricordarti di stare attento alla fessura esistente tra il vagone della metropolitana e il marciapiede mentre stavi scendendo?
Si tolse la sciarpa e il berretto e li appoggi sulla panca accanto a me, appese la giacca allo schienale della sedia e si mise a sedere.
Ho perso il cellulare alla stazione, dissi.
Perso? fece.
S, qualcuno mi ha urtato il braccio e il cellulare  volato via. Credo che sia finito in qualche borsa perch non lho sentito cadere a terra. E proprio in quel momento stava passando una donna con la borsetta aperta".
Sei incredibile, comment. E suppongo che tu non ti sia rivolto a lei per chiederle di riaverlo, giusto?
Nooo, certo! Come prima cosa il treno stava ripartendo, e poi non ero certo che fosse andata cos. E non si pu mica chiedere su due piedi a una donna di sbirciare nella sua borsetta".
Hai ordinato? domand.
Scossi la testa. Prese il menu e si guard intorno in cerca del cameriere.
 quella laggi in piedi accanto alla colonna, dissi. Cosa prendi?
Tu che dici?
Lardo in salsa di cipolle, magari?
Ma s".
In Geir era sempre presente una grande distanza quando mi incontravo con lui, era come se non riconoscesse il fatto che io fossi l presente, ma che cercasse invece di tenermi lontano. Non mi guardava negli occhi, non corrispondeva i miei argomenti di conversazione, ma sembrava volerli cestinare rivolgendo lattenzione altrove, sapeva essere sprezzante e tutto il suo essere emanava arroganza. A volte questo mi destabilizzava, e quando questo accadeva non dicevo niente, cosa su cui sapeva accanirsi quando voleva. Oddio, quanto sei pesante oggi, Hai intenzione di restartene l seduto a fissare il vuoto per tutta la sera, Accidenti quanto sei effervescente stasera, Karl Ove. Era una specie di schermaglia spirituale che conduceva nel suo intimo, perch dopo un po, magari una mezzora, magari unora, magari solo cinque minuti, mutava completamente, metteva da parte la sua posizione di difesa lasciandosi apparentemente scivolare dentro la situazione contingente, attento, sollecito e presente, e la sua risata, fino a quel momento fredda e dura, diventava calda e calorosa, con un cambiamento che coinvolgeva anche la voce e lo sguardo. Quando parlavamo al telefono, le sue difese non cerano, iniziavamo a chiacchierare alla pari fin dallistante in cui veniva sollevata la cornetta. Sapeva pi cose di me di chiunque altro, cos come io, probabilmente, ma non con assoluta certezza, sapevo pi cose di lui di chiunque altro.
La differenza tra noi, che era diminuita con gli anni, ma che non avrebbe mai potuto essere cancellata, poich non era dovuta alle idee o agli atteggiamenti, ma riguardava i tratti fondamentali del carattere, implicava nel profondo ci che si sarebbe sempre conservato immutato, si manifest con estrema chiarezza in un regalo che Geir mi fece quando ebbi finito di scrivere En tid for alt. Era un coltello, il modello in dotazione agli US Marines, che non poteva essere usato per molti altri scopi se non quello di uccidere. Non lo aveva fatto per scherzo, per lui quello era semplicemente loggetto pi bello che potesse immaginarsi. Ne ero contento, ma il coltello, che incuteva paura con quel suo acciaio lucido, la lama affilata e le scanalature su cui sarebbe dovuto scorrere il sangue, rimase chiuso nella sua scatola nella libreria dellufficio, nascosto dietro alcuni libri.  possibile che si fosse reso conto di quanto mi fosse estraneo quelloggetto, perch quando En tid for alt usc, qualche mese dopo, ricevetti un nuovo regalo, una riedizione dellEncyclopedia Britannica del Settecento  profondamente affascinante per tutti gli oggetti e i fenomeni che non descriveva, visto che non esistevano ancora al mondo  che era pi consono ai miei gusti.
In quel momento estrasse una cartellina di plastica contenente dei fogli e me la porse.
Sono solo tre pagine, spieg. Potresti leggerle per vedere se  meglio?
Annuii, presi i fogli e, dopo aver spento la sigaretta, iniziai a leggere. Era lincipit del saggio che gli avevo chiesto di scrivere mentre lavoravo al suo manoscritto. Prendeva come punto di partenza lidea di Karl Jaspers sulle situazioni di confine. Il luogo in cui la vita viene vissuta al massimo della sua intensit, lantitesi del quotidiano, in altre parole in prossimit della morte.
Va bene, dissi quando ebbi finito.
Sicuro?
Certo".
Bene, comment riponendo i fogli nella cartellina di plastica e infilandola nella borsa che aveva sulla sedia accanto a s. In seguito avrai modo di leggere altro".
Penso proprio di s, risposi.
Avvicin maggiormente la sedia al tavolo, vi poggi i gomiti e intrecci le mani. Io mi accesi unaltra sigaretta.
A proposito, il tuo giornalista mi ha telefonato oggi, disse.
Chi? chiesi.  Ah, il tizio dellAftenposten".
Dato che il giornalista intendeva fare un ritratto, mi aveva chiesto di poter parlare con un paio di miei amici. Gli avevo dato il numero di Tore, che sotto questo punto di vista costituiva un po un salto nel buio visto che era capace di dire su di me qualunque cosa, e quello di Geir, poich sapeva un po meglio come era la situazione al momento.
E cosa gli hai detto? domandai.
Niente".
Niente? Perch?
Be, che cosa avrei dovuto dire? Se avessi espresso qualcosa di vero su di te, o non lavrebbe capito, o lavrebbe distorto totalmente. E quindi ho detto il meno possibile".
E allora che senso aveva?
E che ne so? Sei stato tu a dargli il mio numero..".
Perch tu gli raccontassi qualcosa, ovvio. Qualsiasi, te lavevo detto, non ha nessuna importanza cosa ci sar scritto".
Geir mi lanci unocchiata.
Non stai parlando sul serio, disse. Comunque s, ho detto una cosa su di te. Forse la pi importante, in effetti".
Cio?
Che hai un alto senso della morale. Sai cosa ha risposto quellidiota? Ce lo hanno tutti. Riesci a immaginartelo?  proprio quello che non tutti hanno. Non c quasi nessuno che abbia un alto senso della morale, o che perlomeno sappia cosa sia".
Magari la spiegazione risiede semplicemente nel fatto che lui intendesse con morale qualcosa di diverso da te".
S, comunque era solo in cerca di qualche pettegolezzo. Qualche aneddoto su quanto eri ubriaco quella volta o notizie simili".
S, s, dissi. Domani vedremo. Tanto non potr mica essere cos terribile. Infondo si tratta dellAftenposten".
Geir scosse la testa l dovera seduto sullaltro lato del tavolo. Poi il suo sguardo and in cerca della cameriera, che arriv subito.
Lardo con salsa di cipolle, grazie, disse Geir. E una Staropramen bionda".
Io prendo le polpette, grazie, dissi prima di sollevare appena il bicchiere della birra. E unaltra di queste".
Bene, signori miei, rispose la cameriera, che, infilato il taccuino nel taschino della camicia, punt dritta in cucina, che si intravedeva dietro le porta a spinta.
E tu cosa intendi con alto senso della morale? domandai.
Be, tu sei una persona profondamente etica, nella profondit del tuo essere si celano delle fondamenta etiche che sono irriducibili. Reagisci a livello prettamente fisico a ci che  inappropriato, la vergogna che ti assale non  astratta n concettuale, ma puramente corporea, e non ti sottrai a essa. Non sei di certo un attore. Ma neppure un moralista. Tu sai che ho una predilezione per lepoca vittoriana, quel suo sistema costituito da un palcoscenico su cui tutto  visibile, e le quinte dove tutto viene tenuto nascosto. Non credo che unesistenza simile possa rendere pi felici, ma rappresenta pi vita. Tu sei protestante dalla testa ai piedi. Il protestantesimo  lintimo,  lessere tuttuno con se stessi. Non potresti vivere una doppia vita, neppure se tu lo volessi,  una cosa che non sei in grado di realizzare. Dentro di te esiste un rapporto uno-a-uno tra la vita e la morale. Perci sei eticamente inattaccabile. La maggior parte delle persone sono Peer Gynt, barano un po nel percorso dellesistenza, vero? Tu no. Tutto quello che fai, lo fai con la pi grande seriet e coscienziosit. Per esempio, hai mai saltato una riga nei manoscritti per cui fai da consulente?  mai successo che tu non li abbia letti dalla prima allultima pagina?
No".
No, ed eccoci al punto. Non riesci a barare. Non puoi. Sei un vero protestante. E come ho detto prima, per questo sei il contabile della felicit. Se ottieni un successo per cui qualcun altro avrebbe dato la vita, non fai altro che cancellarlo dalla lista. Non ti rallegri di niente. Quando sei tuttuno con te stesso, come succede quasi sempre, sei molto, molto pi controllato di me. E sai benissimo quanto ci tenga a tutti i miei sistemi. Hai i tuoi scatti in cui capita che tu perda il controllo, ma quando non li hai, e ormai non ti capita quasi pi, sei del tutto spietato nella tua moralit. Oltretutto sei sottoposto a tentazioni, molto pi di me e di altri che non sono famosi. Se tu fossi stato me, avresti vissuto una doppia vita. Ma tu non puoi farlo. Sei condannato a vivere in modo semplice. Ah, ah, ah! Non sei un Peer Gynt e credo che questo sia il nucleo del tuo essere. Il tuo ideale  il candore, linnocenza. E cos linnocenza? Io mi trovo esattamente dalla parte opposta della barricata. Baudelaire scrive di questo, di Virginia, ricordi, limmagine della pura innocenza che viene confrontata con la caricatura e lei sente una risata dura e crudele e capisce che  successo qualcosa di infamante, ma non sa cosa. Non lo sa! Si avvolge nelle proprie ali. E qui torniamo al quadro di Caravaggio, sai, I bari, il tipo che viene raggirato dagli altri. Quello sei tu. Anche quella  innocenza. E in quellinnocenza, che nel tuo caso risiede anche nel passato, nella tredicenne di cui hai scritto in Ute av verden e nella folle brama nostalgica che hai per gli anni settanta... anche Linda ha qualcosa di tutto questo. Com che lavevano descritta, come un misto tra Madame Bovary e Kaspar Hauser?
S".
Kaspar Hauser, ovvero la pagina non scritta. Ora, non ho mai conosciuto la tua ex moglie, Tonje, ma ho visto le sue foto e, anche se non assomiglia a Linda, c in lei, nel suo aspetto, qualcosa di innocente. Non che creda che lei lo sia, non necessariamente, ma  ci che suggerisce. Quellinnocenza che ti  caratteristica. La purezza e linnocenza non sono cose che attraggono il mio interesse. Ma in te si notano. Sei una persona profondamente morale e profondamente innocente. Cos linnocenza?  ci che non  stato toccato dal mondo, ci che  incontaminato,  come il corso dacqua in cui non  mai stato gettato un sasso. Non  che tu non abbia voglie, che tu non abbia desideri, perch li hai,  solo che tu conservi linnocenza. E anche quella tua immensa attrazione per la bellezza rientra in questo quadro. Non  un caso che tu abbia scelto di scrivere proprio degli angeli. Rappresentano la cosa pi pura in assoluto. Non esiste nulla di pi puro".
Ma non nel mio libro.  della loro fisicit, della loro corporeit di cui si parla".
S, ma restano comunque il simbolo stesso della purezza. E della caduta. Ma tu hai conferito loro una dimensione umana, li hai lasciati cadere non nel peccato, ma nellumano".
Da un punto di vista cos astratto, in un certo senso hai ragione. La tredicenne rappresentava linnocenza, e cosa  successo a essa? Doveva materializzarsi in un corpo".
Anche questo  un modo di esprimere il concetto!
Okay. Che doveva essere scopata da qualcuno, ecco. E che gli angeli dovessero diventare umani. Quindi esiste una connessione. Ma ci avviene nel subconscio. Nel profondo. Quindi, in questo senso, non  corretto. Pu essere che cerchi di arrivarci, ma di fatto non ne conosco lesistenza. Non sapevo di aver scritto un libro sulla vergogna, prima di leggere la quarta di copertina. E al fatto dellinnocenza e della tredicenne non ci ho pensato se non molto tempo dopo".
Ma  presente. In modo assolutamente palese e indubbio".
S. Ma nascosto a me. E ora mi rendo conto che c una cosa che dimentichi. Linnocenza  imparentata con la stupidit. In realt ci di cui stai parlando  la stupidit, vero? Quello che nessuno sa?
No, tuttaltro, rispose Geir. Linnocenza e la purezza sono diventate simbolo di stupidit, ma questo avviene nella nostra epoca. Viviamo in una cultura in cui colui che ha avuto pi esperienze, vince.  una cosa malata. Tutti sanno in che direzione porta il modernismo, crei una forma distruggendone unaltra, in un regresso senza fine, continuer cos e fino a quando queste sono le prospettive, lesperienza avr la supremazia. Ai nostri giorni lunico, lazione pura e autonoma, consiste nel rinunciare, non nel prendere. Il prendere  troppo semplice. Non se ne ricava niente.  qui che ti colloco da qualche parte. Molto vicina alla santit, ecco".
Sorrisi. Arriv la cameriera con le nostre birre.
Alla salute, dissi.
Alla salute, disse Geir.
Bevvi un lungo sorso, mi asciugai la schiuma dalle labbra con il dorso della mano e posai la birra sul sottobicchiere. Cera qualcosa di edificante e incoraggiante in quel colore chiaro e dorato, mi sovvenne. Guardai Geir.
Simile a un santo?
S. Nel senso che i santi della fede cattolica erano probabilmente vicini al tuo modo di credere, di pensare e di agire".
Non ti stai spingendo un po troppo in l, adesso?
No, niente affatto. Per me quello che fai rappresenta una vera e propria mutilazione".
Di cosa?
Dellesistenza, delle possibilit, di vivere, di creare. Creare la vita, non la letteratura. Per me lascesi in cui vivi  quasi spaventosa. Anzi no, tu nellascesi ci sguazzi. E, per come la vedo io,  profondamente inusuale. Estremamente anomala. Non credo di aver mai conosciuto qualcuno n sentito di qualcuno... be, in quel caso devo rifarmi ai santi o ai padri della Chiesa, come dicevo".
Adesso smettila".
Sei tu che me lo hai chiesto. Non esiste un altro apparato concettuale da applicare a te. Non  una qualit esteriore, non viene messa in gioco la morale, non si tratta di una morale di carattere sociale, non  questo il punto.  la religione. Ovviamente senza un dio, certo. Sei lunica persona che conosco che fa la comunione senza credere in Dio, senza essere blasfema. Lunica".
Vuoi dire che nessuno di quelli che conosci lha mai fatto?
 S, ma non con purezza! Prendi me, quando ho fatto la Confermazione. Lho fatto per denaro. E poi mi sono cancellato dalla Chiesa di Stato. Come ho speso quei soldi? Be, mi sono comprato un coltello. Ma non era questo ci di cui stavamo parlando. Cosera?
Di me".
S, giusto. Hai qualcosa in comune con Beckett, in effetti. Non per il modo di scrivere, ma per questa aria di santit. E come scrive Cioran da qualche parte: Paragonato a Beckett, io sono una puttana. Ah, ah, ah! Credo che sia proprio vero! Ah, ah, ah! E Cioran  considerato uno dei pi integerrimi. Guardo la tua vita e mi sembra totalmente sprecata. Mi succede quasi con tutti, ma la tua vita  ancora pi sprecata, perch ci sono pi cose da buttare. La tua morale non riguarda la dichiarazione dei redditi, come pensava quellidiota, ma il tuo essere. Nientaltro che il tuo essere. Ed  grazie allenorme discrepanza che esiste tra me e te che possiamo parlare insieme ogni giorno. Sympatheia  il concetto alla base. Posso simpatizzare con il tuo destino. Perch  un destino, non puoi farci niente. Non posso fare altro che guardarti. Non si pu intervenire su di te. Non c niente da fare. Mi dispiace per te. Ma non posso fare altro che contemplarla come una tragedia che si svolge da vicino. La tragedia, come sai,  quando per un grande uomo finisce male. Al contrario della commedia, che  quando per un uomo meschino finisce bene".
Perch tragedia?
Perch sei cos privo di felicit. Perch la tua vita  priva di felicit. Possiedi risorse incredibili e cos tanto talento che per si fermano l, diventano arte, ma mai qualcosa di pi. Sei come Mida. Tutto ci che tocca si trasforma in oro, ma questo non gli d nessuna gioia. Tutto brilla e luccica intorno a lui, ovunque vada. Altri non fanno altro che cercare senza sosta e, quando trovano una pepita doro, la vendono per procurarsi vita, lusso, musica, balli, godimenti, sfarzo, o per lo meno un po di fica, no, gettarsi su di una donna soltanto per dimenticarsi che esistono per unora o due. Quello che tu brami  innocente, ed  unequazione irrisolvibile. La brama e linnocenza non potranno mai ascendere insieme. Persino la cosa pi elevata smette di essere tale dopo che ci hai infilato dentro il tuo uccello. Hai raggiunto la posizione di Mida, puoi avere tutto, quanti credi che possano fare lo stesso? Quasi nessuno. Quanti rispondono no grazie? Ancora meno. Uno solo, per quanto ne so. Dimmi se questa non  una tragedia. Credi che il tuo giornalista avrebbe potuto usare questo?
No".
Ha la sua bilancia da giornalista con cui pesare tutti. I giornalisti fanno di tutte le erbe un fascio, su questo si basa il sistema. Ma in questo modo lui non si avvicina neppure, non si avvicina neanche lontanamente a te e a ci che sei. Possiamo fare che scordarcelo".
Questo vale per tutti, Geir".
Mah, forse, o forse no. In questo tu hai anche a che fare con limmagine distorta che hai di te stesso e il tuo desiderio di essere come tutti gli altri".
Puoi ben dirlo. Quello che posso dire io,  che questa  unimmagine di me che solo tu potevi dare. Yngve o la mamma o qualunque altro dei miei parenti o amici non sarebbe neppure stati a conoscenza di ci di cui stavi parlando".
Questo per non la rende meno vera, giusto?
No, non necessariamente, ma mi viene da pensare a quello che lei ha detto una volta su di te, che tu rendi grandi tutte le persone intorno a te perch vuoi che la tua vita sia grande".
Ma  grande. La vita di ognuno  grande nella misura in cui uno la rende tale. Io sono leroe della mia stessa esistenza, no? Le persone note, quelle famose, quelle che tutti sanno chi sono, non sono note e famose di per s, per grazia ricevuta, qualcuno le ha rese famose, qualcuno ha scritto di loro, le ha filmate, ha parlato di loro, le ha analizzate, le ha ammirate. In questo modo diventano celebri per altri. Ma in fondo  solo una messa in scena. E la mia messa in scena dovrebbe essere meno vera? No, al contrario, quelli che conosco si trovano nella mia stessa stanza, posso toccarli, guardarli in faccia quando parliamo, ogni tanto ci incontriamo, ma questo non succede con tutti quei nomi che ci ronzano intorno in continuazione. Io sono luomo del sottosuolo e tu sei Icaro".
La cameriera venne verso di noi con il cibo. Sul piatto che mise davanti a Geir spuntava un pezzo di lardo, come uno scoglio in un mare di salsa di cipolla bianca. Sul mio le polpette formavano una collinetta scura accanto al pur di piselli verde brillante e alla marmellata di mirtilli rossi, il tutto affiancato da una densa salsa alla panna di colore marrone chiaro. Le patate furono servite in una ciotola a parte.
Grazie, dissi sollevando gli occhi verso la cameriera. Potrei averne unaltra, per favore?
Una Staro, s, rispose e guard Geir. Lui distese il tovagliolo sulle gambe e scosse la testa.
Io aspetto, grazie".
Bevvi lultimo sorso dal bicchiere e mi misi tre patate nel piatto.
Non era un complimento, se  questo che pensavi, comment Geir.
Cosa? chiesi.
Limmagine del santo. Non esistono uomini moderni che vogliono essere santi. Cos una vita di santit? Sofferenza, sacrificio e morte. Chi cazzo desidera una bella vita spirituale se non pu averne una esteriore? La gente pensa solo a quello che la parte spirituale pu offrire in termini di vita mondana e di successo. Che visione ha luomo moderno della preghiera? Per luomo moderno esiste un solo tipo di preghiera, quella che implica una richiesta. Nessuno prega, a meno che non voglia qualcosa".
Ma io desidero un mucchio di cose".
S, certo. Ma non ti danno nessuna felicit. Non cercare di perseguire una vita felice rappresenta la pi grande delle provocazioni. E ti ripeto, questo non  affatto un complimento. Anzi. Io voglio la vita.  lunica cosa che abbia un qualche valore".
Parlare con te  come andare in terapia con il diavolo, dissi mettendogli davanti la ciotola delle patate.
Ma il diavolo alla fine perde sempre, replic.
Questo non lo sappiamo, dissi. Non siamo ancora arrivati alla fine".
Hai ragione. Ma niente fa supporre che vincer. Per lo meno non in base a quanto vedo".
Neppure quando Dio non  pi tra noi?
?Tra noi  la parola. Prima lui non era qui, era sopra di noi. Adesso lo abbiamo interiorizzato. Ce ne siamo appropriati".
Per qualche minuto mangiammo in silenzio.
Allora? disse Geir. Com andata la tua giornata?
Quasi non lo  stata affatto, risposi. Ho cercato di scrivere il testo per quella conferenza, sai, ma non ho combinato niente, solo stupidaggini, quindi mi sono sdraiato a leggere fino a poco fa".
Non mi sembra che sia la cosa pi stupida che tu possa fare".
No, non in s. Ma noto quanto tutto questo mi faccia incazzare. Del resto tu non potresti mai capire".
E cosa sarebbe tutto questo? domand Geir posando il bicchiere della media.
In questo caso concreto riguarda la sensazione che provo quando devo scrivere dei miei due libri. Sono costretto a fingere che siano importanti, altrimenti non avrebbe senso parlarne,  una specie di autocelebrazione, no,  ripugnante, perch devo starmene l davanti a parlare in modo lusinghiero dei miei libri, e quelli che sono l seduti ad ascoltare sono in effetti interessati. Perch? E dopo vengono da me e vogliono dirmi che le mie opere sono davvero fantastiche, che il mio intervento  stato bellissimo, e io non voglio incrociare i loro sguardi, non voglio vederli, voglio uscire da quellinferno, perch l sono prigioniero, capisci? I complimenti sono la cosa peggiore a cui una persona possa essere sottoposta. Georg Johannesen parla dellabilit di elogiare, ma si tratta di una distinzione inutile, sostiene in pratica che esiste una forma di lode che ha valore, ma non  vero. Pi viene dallalto e peggio . Io prima mi sento in imbarazzo, perch dentro di me sono privo di difese, poi mi arrabbio. Quando la gente comincia a trattarmi in quella maniera specifica. S, lo sai. Anzi no, cazzo, tu non ne sai proprio niente! Tu sei in fondo alla gerarchia! Tu vuoi salire. Ah, ah, ah!
Ah, ah, ah!
Comunque questa storia degli elogi non  del tutto vera, proseguii. Se sei tu a dirmi che una cosa  ben fatta, questo ha un valore. Ha un valore se lo dice Geir. E Linda, naturalmente, e Tore ed Espen e Thure Erik. Tutti quelli che mi sono vicini.  tutto ci che ci sta fuori, ci a cui mi riferisco. Alle situazioni su cui non ho il controllo. Non so cosa sia... So solo che il successo  traditore. Mi accorgo di arrabbiarmi solo nel parlarne".
Ci sono due cose che hai detto che hanno attirato la mia attenzione e a cui ho pensato molto, disse Geir e mi guard con il coltello e la forchetta come rimasti in sospeso sul piatto. La prima  quando hai raccontato del suicidio di Harry Martinson. Che si era squarciato il ventre dopo aver ricevuto il premio Nobel. Tu dicesti che capivi bene il perch".
S, ma  ovvio, dissi. Ricevere il premio Nobel per la letteratura  la pi grande vergogna di tutte per uno scrittore. E sul suo premio fu sistematicamente messo un punto interrogativo. Era svedese, era membro dellAccademia, era chiaro che si trattasse di una specie di scambio di favori, che in realt non lo meritava. E se non lo meritava davvero, allora era solo una presa in giro. Cazzo, devi essere maledettamente forte se riesci a farti sbeffeggiare in quel modo. E per Martinson, con tutti i suoi complessi dinferiorit, deve essere diventato insostenibile. Sempre ammesso che labbia fatto per questo. Qual era laltra cosa?
Mmm?
Hai detto che cerano due cose che avevo detto che avevano attirato la tua attenzione. Qual era la seconda?
Oh. Era Jastrau, il protagonista di Hrverk, te lo ricordi?
Scossi la testa.
Non c posto in cui i segreti siano al sicuro come dentro di te, riprese Geir. Ti scordi proprio tutto. Il tuo cervello  come un formaggio svizzero senza formaggio. Hai detto che  stato il romanzo pi inquietante che hai letto. Insistevi sul fatto che in esso la caduta non era una caduta. Lui non aveva fatto altro che mollare la presa e lasciarsi andare, rinunciando a tutto quello che aveva per bere, e che nel libro sembrava unalternativa realistica. Insomma, una buona alternativa. Non fare altro che mollare tutto quello hai e lasciarsi scivolare via. Come da un molo".
Adesso ricordo. Descrive con grande perizia com essere ubriachi. Quanto possa essere fantastico. E quindi uno ha limpressione che non sia cos pericoloso. Prima non avevo mai pensato a quellindolenza, a quella quasi mancanza di volont implicita nella caduta. La vedevo come qualcosa di drammatico, qualcosa di determinante. Ed  stato scioccante pensarci come a qualcosa di quotidiano, di arbitrario e forse persino piacevole. Perch  piacevole. I postumi della sbornia, per esempio. Ci che nasce in quel momento..".
Ah, ah, ah!
Tu non riusciresti mai a mollare la presa, dissi. Ci riusciresti?
No. E tu?
No".
Ah, ah, ah! Ma quasi tutti quelli che conosco lo hanno fatto. Stefan non fa altro che bere nella sua fattoria. Beve, arrostisce maiali interi alla griglia e guida il trattore. Quando ero a casa questestate, Odd Gunnar beveva il whisky nel bicchiere del latte. La scusa per riempirlo fino allorlo era che cero io a fargli visita. Io per non ho bevuto nulla. E poi c Tony. Lui pero  un tossico,  un po diverso".
Da uno dei tavoli al lato opposto si alz una donna che fino a quel momento era rimasta girata di schiena e, nellattimo in cui si incammin verso la porta della toilette, vidi che era Gilda. Nei pochi secondi in cui mi trovai nel suo raggio visivo, chinai la testa e guardai il tavolo. Non che avessi niente contro di lei, era solo che non mi andava di parlarci in quel momento. Era stata a lungo una delle migliori amiche di Linda, per un periodo avevano addirittura abitato insieme e allinizio della nostra relazione avevamo trascorso del tempo insieme. Per un po aveva collaborato molto con la casa editrice Vertigo, non ero mai riuscito veramente a capire cosa facesse per loro, fatto sta che le sue foto erano presenti su almeno una delle loro copertine, un libro del Marchese de Sade, per il resto lavorava alcuni giorni della settimana alla libreria Hedengrens e aveva aperto da non molto unagenzia con unamica, anche lei legata in qualche modo alla letteratura. Era imprevedibile e labile, ma non in maniera malata, era pi un esubero di vita che faceva s che non si sapesse mai cosa stesse per dire o per compiere. Un lato di Linda si combinava con lei alla perfezione. Il modo in cui si erano incontrate serviva da esempio. Linda laveva fermata al volo gi in citt, non si erano mai viste prima, ma a Linda Gilda era apparsa interessante, si era avvicinata a lei ed erano diventate amiche. Gilda aveva i fianchi larghi, il seno prosperoso, i capelli scuri, i lineamenti mediterranei, fisicamente ricordava soprattutto il modello di donna anni cinquanta ed era stata oggetto dellattenzione di pi di uno scrittore famoso di Stoccolma, ma oltre a quellaspetto emergeva spesso unaria sorprendentemente da ragazzina, un che di insolente, becero, selvaggio. Una volta Cora, che era di natura pi fragile, aveva detto che le incuteva paura. Gilda stava insieme a uno studente di letteratura, Kettil, che aveva appena cominciato un dottorato: dopo essersi visto rifiutare la proposta di scrivere su Herman Bang, aveva optato per quello che volevano, quello a cui non avrebbero detto di no, quindi sulla letteratura legata allOlocausto, che naturalmente era stata accolta. Lultima volta che ci eravamo visti era stato a una festa a casa loro, lui era appena stato in Danimarca per un seminario, dove raccont di aver conosciuto un norvegese che studiava a Bergen, chi, avevo chiesto, Jordal, aveva risposto, mica Preben per caso, avevo domandato, s, era quello il nome, Preben Jordal. Raccontai che era un mio amico, che avevamo lavorato insieme nella redazione della rivista Vagant e che lo stimavo molto, era arguto e brillante, commento a cui Kettil non aveva replicato, e proprio per il fatto di non dire niente, da quellaria leggermente imbarazzata che si impadron di lui, da quellimprovvisa voglia di versare ancora da bere e creare cos una distanza che rendesse meno evidente linterruzione della conversazione in atto, capii che forse Preben non si era espresso su di me in termini altrettanto lusinghieri. Come un fulmine mi colp il pensiero che Preben avesse stroncato il mio ultimo libro in modo netto, prima su Vagant, poi sul Morgenbladet, e che sicuramente quello era stato largomento di conversazione in Danimarca. Kettil si sentiva in imbarazzo perch il mio nome non godeva di grande prestigio. Ovviamente questa non era altro che una teoria, tuttavia ero piuttosto sicuro che fosse fondata. Era strano il fatto che non mi fosse venuta in mente prima la stroncatura, ma non cos tanto da non capire quale fosse il motivo recondito: Preben faceva parte dei miei ricordi legati a Bergen, lui apparteneva a quel mondo, mentre la critica negativa riguardava il periodo a Stoccolma, il presente, ed era legata al libro, e non alla vita intorno a esso. Oh, mi aveva fatto male, era stato come ricevere una pugnalata al cuore, o forse alle spalle rendeva meglio lidea, dal momento che conoscevo Preben. Non era tanto lui che incolpavo, quanto il fatto che il libro non fosse impeccabile, che non fosse al riparo da quel tipo di critica, in altre parole che non fosse abbastanza buono, al contempo temevo che proprio quel giudizio sarebbe rimasto incollato al romanzo, che proprio quelle fossero le parole che sarebbero state ricordate.
Ma non era mica per questo che non mi andava di parlare con Gilda. O forse s? Per me avvenimenti simili incombevano come ombre su tutti coloro che vi erano coinvolti. No, quella di cui non volevo sentir parlare era la sua attivit. Fungeva come da specie di punto di contatto tra le case editrici e le librerie, da quanto avevo capito. Qualcosa che aveva a che fare con lorganizzazione di eventi? Feste e trovate pubblicitarie...? Qualunque cosa fosse, non avevo voglia di sentirne parlare.
A proposito,  stata una bella serata a casa vostra, disse Geir.
 stata quella lultima volta che ci siamo visti?
Perch?
 stato cinque settimane fa. Strano che la tiri fuori adesso".
Ah, in quel senso. Ne ho parlato con Christina non pi tardi di ieri, forse  per quello. Pensavamo di invitarvi tutti quanti tra non molto".
Bella idea, dissi. A proposito, Thomas  qui, lo hai visto?  seduto laggi in fondo".
Oh? Ci hai parlato?
Appena. Ha detto che dopo sarebbe passato a salutarci".
Sta leggendo il tuo libro, te lo ha detto?
Scossi la testa.
Gli  piaciuto molto il saggio sugli angeli, secondo lui avrebbe dovuto essere molto pi lungo. Ma  tipico del suo carattere non dirti niente. Probabilmente si  dimenticato che lo hai scritto tu. Ah, ah, ah!  talmente smemorato".
 semplicemente molto assorto in se stesso, risposi. Io sono fatto esattamente allo stesso modo. E ho solo trentacinque anni, cazzo. Ti ricordi quando sono venuto qui con Thure Erik? Eravamo rimasti a bere tutto il giorno e tutta la sera. Dopo un po lui si era messo a parlare della sua vita. Mi ha raccontato della sua infanzia, del padre, della madre e dei fratelli, e della sua famiglia a ritroso nel tempo, prima di tutto  bravissimo a narrare e poi ha detto un paio di cose davvero clamorose. Per, nonostante ascoltassi intensamente, e nonostante pensassi che, cazzo, era davvero fantastico, il giorno dopo mi ero dimenticato tutto. Insomma, restava solo la cornice. Che aveva parlato dellinfanzia, del padre e della famiglia. E che era stato sensazionale. Ma in cosa consistesse questo sensazionale, non me lo ricordavo. Niente! Tabula rasa!
Eri ubriaco".
Non centra niente. Ricordo che Tonje parlava sempre di qualcosa di terribile che le era capitato, molto tempo prima, ci tornava sempre sopra, ma non voleva dirmi di cosa si trattasse, non ci conoscevamo abbastanza, era il segreto della sua vita. Capisci? Passarono due anni prima che me lo raccontasse. Lalcol non centrava niente. E io ero totalmente presente e lucido, ho ascoltato con attenzione e cura quello che aveva da dirmi e dopo ne abbiamo parlato a lungo. Ma poi tutto  sparito, cos, semplicemente. Qualche mese dopo era completamente svanito. Non ricordavo niente. E questo mi metteva in una posizione di estrema difficolt, perch per lei era una cosa talmente delicata, un punto cos dolente, che sarebbe stata capace di lasciarmi se le avessi detto che purtroppo non ricordavo pi niente. Quindi dovevo fingere di sapere tutto in merito a questa cosa ogni volta che saltava fuori. E questo vale per tutto. Una volta, per esempio, avevo proposto a Fredrik della Damm di pubblicare una raccolta di racconti brevi norvegesi e nella email successiva lui aveva ripreso largomento, ma senza fare riferimento diretto allidea, e quindi non sapevo assolutamente di cosa stesse parlando. Me ne ero del tutto dimenticato. Ci sono scrittori che mi hanno raccontato cosa scrivono, con ardore e intensit, e io mi sono sentito coinvolto, ne ho discusso con loro con altrettanta enfasi, magari per mezzora o unora di seguito. Qualche giorno dopo, completamente sparito. Ancora oggi non so esattamente su cosa mia madre abbia scritto la sua tesi di laurea. A un certo punto non  pi possibile chiedere senza offendere la gente, no? E quindi faccio finta. Annuisco e sorrido chiedendomi di che cazzo si trattava. In ogni ambito della vita  cos. E tu pensi che abbia a che fare con il fatto che non me ne importi abbastanza, o che non sono sufficientemente presente, ma non  cos, me ne importa, e sono presente. Tuttavia, puff!, sparito. Yngve, invece, lui si ricorda tutto. Tutto! Linda ricorda tutto. E tu ricordi tutto. E per complicare la situazione, ci sono anche cose che non sono mai state dette e mai sono successe e che io sono sicuro che siano avvenute. Torniamo a Thure Erik: ricordi quando ho conosciuto Henrik Hovland a Biskops-Arn?
Certo che me lo ricordo".
 saltato fuori che veniva da una fattoria che si trovava nelle vicinanze di quella di Thure Erik. Li conosceva bene e ha parlato un po del padre di Thure Erik. Allora gli ho detto che adesso il padre di Thure Erik era morto. Oh? ha fatto Henrik Hovland, lui non lo aveva sentito dire. Per non aveva pi contatti cos stretti con il vicinato, aveva spiegato. Per era rimasto visibilmente stupito. Non dubitava che fosse vero. Perch avrei dovuto dire che il padre di Thure Erik era morto, quando non lo era? Per non lo era affatto. Quando avevo incontrato Thure Erik la volta dopo, lui aveva parlato di suo padre al presente, con grande naturalezza e senza tristezza. Era vivo e vegeto. Dunque che cosa mi aveva spinto a credere che fosse morto? A considerarlo un fatto? Non ne ho idea. Non lo so proprio. Per questo voleva dire che dopo quellepisodio mi sentivo in ansia ogni volta che incontravo Thure Erik, e se avesse incontrato Hovland e lui gli avesse fatto le condoglianze e Thure Erik avesse assunto unaria interrogativa, di cosa stava parlando, ma s, tuo padre,  morto allimprovviso, mio padre, chi cazzo te lo ha detto? Be,  stato Knausgrd a informarmi.  ancora in vita? Dici davvero? Ma Knausgrd aveva detto... Nessuna persona al mondo avrebbe creduto che non lavevo fatto apposta, ma che ne fossi davvero convinto, ma perch poi? Nessuno me lo aveva detto, il padre di nessunaltra delle persone che conoscevo era deceduto in quel periodo, quindi non avevo fatto confusione. La mia era pura fantasia, eppure credevo che fosse vero. Mi  capitato pi volte, ma non perch sono mitomane, ci credo veramente. Dio solo sa quante sono le cose che secondo me sono fatti reali quando invece sono solo baggianate!
Buon per te che invece io sia cos monomane da parlare sempre della stessa cosa. In questo modo puoi inculcartela bene in testa e non puoi commettere errori".
Ne sei sicuro? Tuo padre,  passato molto tempo dallultima volta che ci hai parlato?
Ah, ah".
 un difetto congenito.  come vederci male. Quella laggi  una persona? O un alberello? Ehi, mi sembra proprio di essere andato a sbattere contro qualcosa. Un tavolo! Aha,  un ristorante! Allora non resta che procedere rasente il muro fino al bar. Ops! Del morbido? Una persona? Scusi! Mi conosci? Ah, Knut Arild! Cazzo! Non ti avevo riconosciuto subito... E il terribile pensiero che emerge da questo  che tutti hanno simili difetti. Le loro voragini intime, private e segrete che cercano di coprire e nascondere ricorrendo a gran parte delle proprie forze. Che il mondo  pieno di storpi dellanima che vanno a sbattere tra di loro. S, dietro tutti i volti pi o meno belli, ma perlomeno normali e non spaventosi, a cui ci rapportiamo. Non a livello mentale, n spirituale, o psicologico, ma consapevolmente, quasi da un punto di vista fisiognomico. Lacune nei pensieri, nella coscienza, nella memoria, nella capacit di percezione, nella comprensione".
Ma  davvero cos. Ah, ah, ah! E cos che stanno le cose! Guardati intorno, caro mio! Svegliati! Secondo te quanti difetti di comprensione sono radunati soltanto qui dentro? Perch credi che abbiamo stabilito delle convenzioni per tutto quello che facciamo? Forme per la conversazione, forme per rivolgersi a qualcuno, forme di insegnamento, forme di servizio, forme nel mangiare, forme nel bere, forme nel camminare, forme nel sedersi, persino forme nel fare sesso. You name it. Perch credi che la normalit sia cos degna di ogni sforzo se non proprio per questo?  lunico luogo in cui siamo sicuri di incontrarci. Per non ci incontriamo neppure l. Arne Nss lha detto una volta, che quando sapeva di dover incontrare una persona normale, comune, si sforzava il pi possibile di essere normale e comune, mentre quella persona normale, da parte sua, probabilmente si sforzava fino allestremo di raggiungere Nss. Tuttavia non si sarebbero mai trovati, secondo lui, nessun ponte poteva colmare labisso che esisteva tra loro. Formalmente s, certo, ma non a livello reale".
Ma non  stato Arne Nss a dire anche che su qualsiasi punto sulla faccia della Terra si fosse buttato con il paracadute da un aereo, era sicuro che avrebbe sempre incontrato ospitalit? Che avrebbe sempre avuto un pasto e un letto?
S, era lui. Ho scritto di questo nella mia tesi".
Devo averlo preso da l. Il mondo  piccolo".
Per lo meno il nostro, disse Geir con un sorriso. Ma Nss ha ragione. Anche secondo la mia esperienza personale. Esiste una specie di senso minimo di umanit che  collettivo e comune a tutti, e lo si incontra ovunque. A Bagdad era assolutamente cos".
Alle sue spalle arriv Gilda, che stava attraversando il locale portando dei tacchi di altezza media e con indosso un vestito estivo a fiori.
Ciao, Karl Ove, disse. Come va?
Ciao Gilda, risposi. Abbastanza bene. E tu, come stai?
S, bene. Sto lavorando molto, sai. Ma come va a casa? Linda e la bambina?  passato molto tempo dallultima volta che ci siamo sentite. Sta bene? Si trova bene?
S, s. Certo.  molto impegnata con la scuola in questo momento. E quindi di giorno porto io a spasso Vanja con il passeggino".
E come ti sembra?
Mi strinsi nelle spalle.
Okay".
Anchio ci sto facendo un pensierino, sai. A come sarebbe avere un bambino. Mi fanno una certa repulsione. E lidea del pancione e del latte al seno mi inquieta, per dire le cose come stanno. Ma a Linda piace?
Oh, s".
Ecco, vedi! Ma salutamela tanto. Mi far viva tra qualche giorno. Diglielo".
Glielo dir. Salutami Kettil!
Sollev la mano in un breve cenno di saluto e torn al suo posto.
Ha appena preso la patente, dissi. Te lho raccontato? La prima volta che  uscita in auto da sola, aveva un camion davanti e le due corsie si restringevano in una sola un poco pi avanti, ma lei credeva di farcela a sorpassarlo, ha dato gas ed  passata, ma solo per capire che non ci sarebbe riuscita. La macchina  rimasta schiacciata contro il guardrail, si  rovesciata su un fianco ed  scivolata via per diverse centinaia di metri. Ma lei non si  fatta un graffio".
Tanto quella non  una da morire nellimmediato, constat Geir.
La cameriera venne per sparecchiare. Ordinammo altre due birre. Restammo per un po senza dire niente. Io mi accesi una sigaretta, con la punta raggruppai la morbida cenere in un mucchietto al centro del posacenere lucido.
Oggi offro io, tanto perch sia chiaro, dissi.
Okay, disse Geir.
Se non lavessi detto prima che fosse arrivato il momento di pagare, avrebbe insistito nel pagare lui, e se lo avesse detto lui per primo, non sarebbe stato possibile fargli cambiare idea. Una volta che eravamo usciti tutti e quattro insieme, Geir e Christina, Linda e io, ed eravamo andati in un ristorante thailandese in fondo a Birger Jarlsgatan, aveva dichiarato che avrebbe pagato lui e io mi ero rifiutato, dovevamo fare come minimo a met, no, disse, pago io, fine del discorso. Quando il cameriere aveva preso la sua carta, io avevo contato met della somma e lavevo posata sul tavolo davanti a lui. Non aveva accennato a prenderla, non sembrava neppure che lavesse vista. Il caff arriv, lo bevemmo, e quando ci alzammo per andarcene dieci minuti dopo, non aveva ancora toccato il denaro. Forza, prendi i soldi,  ovvio che facciamo a met. Dai, su. No, pago io, ripet. I soldi sono tuoi. Prendili tu. Allora non avevo trovato altra soluzione se non quella di prendere i soldi e rificcarmeli in tasca. Se non lo avessi fatto, sarebbero rimasti l, lo sapevo. Fece uno dei suoi sorrisi pi insopportabili alla che-cosa-ti-avevo-detto. Mi ero pentito di non averli lasciati sul tavolo. Ero disposto a qualsiasi sacrificio quando si trattava di non perdere la faccia davanti a Geir. Ma dal volto di Christina, che era cos sensibile da lasciar trapelare tutto quello che pensava, sembrava che lei si vergognasse di lui. O che come minimo trovasse la situazione imbarazzante. Non mi ero mai scontrato apertamente con Geir. Una scelta saggia, forse, perch cera in lui qualcosa su cui non potevo avere la meglio. Se per esempio avessimo fatto a gara a guardarci fissi negli occhi, come si fa da piccoli, lui avrebbe resistito per una settimana, se ce ne fosse stato bisogno. Avrei potuto farlo anchio, ma prima o poi avrei pensato che non fosse necessario, e abbassato lo sguardo. Quel pensiero non gli avrebbe mai sfiorato la mente.
E com stata la tua di giornata? chiesi.
Ho scritto di una situazione limite. In concreto della Stoccolma del Settecento. Quanto era alta la mortalit, quanto era breve la durata media della vita, come questo influisse sulle loro esistenze, paragonate alle nostre. Poi  venuta Cecilia nel mio ufficio e voleva chiacchierare. Siamo andati a pranzo insieme. Ieri era uscita con il suo convivente e lamico di lui. Mi ha detto che aveva flirtato per tutta la sera con lamico e ovviamente il suo convivente era infuriato quando erano tornati a casa".
Da quant che stanno insieme?
Sei anni".
Lei ha mai pensato di lasciarlo?
No, niente affatto. Anzi, vuole avere un figlio da lui".
E allora perch quel flirtare? chiesi.
Geir mi guard.
Vuole entrambe le cose,  chiaro".
Tu cosa le hai detto? Perch di sicuro  venuta da te per avere un consiglio, no?
Le ho detto che doveva negare. Negare tutto. Non aveva flirtato, era solo stata gentile. Dire no, no, no. E poi non essere cos maledettamente stupida la prossima volta, ma aspettare che le si presentasse loccasione, prendersela con calma e ponderare bene la cosa. Non la biasimo perch lo ha fatto, ma perch non ha avuto riguardo. Lo ha fatto soffrire. Non era necessario".
Doveva sapere che le avresti detto una cosa simile. Altrimenti non sarebbe venuta da te".
Lo penso anchio. Se fosse venuta da te, invece, sarebbe stato per ricevere il consiglio di confessare tutto, mettersi in ginocchio e implorare perdono e poi mantenersi fedele al suo uomo legittimo da qui alleternit".
S, o questo, o lasciarlo".
La cosa peggiore  che tu ci credi".
Certo che ci credo, ribattei. Lanno dopo che ero stato infedele a Tonje, senza dirglielo,  stato il peggiore che abbia mai passato.  stato completamente nero. Una unica lunga notte di merda. Ci pensavo in continuazione. Sobbalzavo sulla sedia ogni volta che squillava il telefono. E se in televisione menzionavano la parola infedelt, arrossivo dalla punta dei piedi fino alle radici dei capelli. Prendevo fuoco. Quando noleggiavamo dei film, evitavo accuratamente tutti quelli che avevano a che vedere con linfedelt, perch sapevo che prima o poi lei lavrebbe notato, che mi contorcevo come un verme ogni volta che saltava fuori largomento. E il fatto che fossi stato infedele distruggeva ogni altra cosa presente nella mia vita, non riuscivo a dire niente con sincerit, tutto diventava menzogna e finzione.  stato un incubo".
Se tornassi indietro, glielo racconteresti?
S".
E che mi dici di quello che  successo a Gotland?
Non si  trattata di infedelt".
Ma ti tormenta allo stesso modo, giusto?
S, e cos".
Cecilia non  stata infedele. Perch mai dovrebbe raccontare al suo convivente quello che aveva in mente di fare?
Non si tratta di questo. Si tratta dellintenzione. Finch essa c, bisogna affrontarne le conseguenze".
E le tue intenzioni a Gotland?
Ero ubriaco.  stata una cosa che non avrei mai fatto da sobrio".
Ma lo avresti pensato?
Forse. Ma questo presuppone un bel salto".
Tony  cattolico, come ben sai. Il suo sacerdote una volta disse, cosa che attir la mia attenzione, che peccare vuol dire mettersi in una posizione in cui il peccato diventa possibile. Ubriacarsi, quando sai quali pensieri ti passano per la testa e quale pressione esercitano dentro di te, significa mettersi in una posizione simile".
S, ma io pensavo di essere del tutto al sicuro, prima di mettermi a bere".
Ah, ah, ah!
 vero".
Ma Karl Ove, quello che hai fatto, non era niente. Una bazzecola. E tutti lo capiscono. Tutti. Cos che hai fatto, in fin dei conti? Bussato a una porta?
Per mezzora, s. Nel cuore della notte".
Ma non ti ha fatto entrare, giusto?
No, no. Lei ha aperto la porta, mi ha dato una bottiglia dacqua e lha richiusa".
Ah, ah, ah! E per questo ti ho trovato seduto tremante, cadaverico in volto, quando ti ho visto. Sembrava che tu avessi ammazzato qualcuno".
Mi sentivo cos".
Ma in realt non era niente, no?
Possibile. Ma non riesco a perdonarmi per questo. E cos sar fino alla mia morte. Ho un lungo elenco di cose che ho fatto in cui non sono stato allaltezza. La questione  l. Non bisogna tradire le aspettative, cazzo. E verrebbe da credere che sia un ideale a cui  cos semplice conformarsi. Conosco qualcuno, non molti, ma qualcuno, che fa sempre la cosa giusta. Che sono sempre brave persone, buone di cuore. Non sto parlando di coloro che non sbagliano perch non fanno niente, perch le loro vite sono talmente meschine che non c niente che possa essere distrutto, perch esistono anche tipi cos. Parlo di coloro che sono giusti ed equi con tutto se stessi, e di coloro che sanno cosa  meglio fare in qualsiasi situazione. Coloro che non antepongono se stessi a tutto, ma neppure si sminuiscono. Li hai incontrati anche tu, no? Brave persone in tutto e per tutto, vero? E non saprebbero neppure di cosa sto parlando. Proprio perch non  un qualcosa che hanno calcolato, non esiste dentro di loro questo pensiero, che devono essere bravi, lo sono e basta, e non lo sanno. Si preoccupano dei loro amici, sono premurosi con le loro compagne e i loro compagni, sono dei buoni padri, ma mai in modo effeminato, svolgono sempre un buon lavoro, desiderano ci che  bene e compiono quello che lo . Persone integerrime. Jon Olav, per esempio, sai, mio cugino?
S, lho conosciuto".
 sempre stato un idealista, ma non per trarne qualche vantaggio. Cera sempre per quelli che avevano bisogno di lui. Ed  totalmente incorrotto e incorruttibile. Lo stesso vale per Hans. La sua onest... s,  questa la parola che cercavo. Onest. Se uno  onesto, compie la cosa giusta. Io sono cos disonesto, cazzo, spunta sempre qualcosa di... be, non proprio di malato, ma da me trasuda un che di basso, di viscido nel tentativo di ingraziarmi gli altri, di strisciante. Se mi ritrovo in una situazione in cui c bisogno di attenzioni e premure, dove tutti capiscono che quello  ci di cui c bisogno, pu succedere che io parta lancia in resta, vero? E perch? Perch penso solo a me stesso, vedo solo me stesso, trasudo me stesso. Posso essere bravo, buono verso gli altri, ma devo averlo programmato in anticipo. Non ce lho nel sangue. Non  nella mia natura".
E dove collocheresti me, per esempio, nel tuo sistema?
Tu?
S".
Oh, ma tu sei un cinico. Sei orgoglioso e geloso del tuo onore, forse sei la persona pi fiera che abbia mai conosciuto. Non faresti mai nulla di palesemente degradante, come soffrire la fame o vivere per strada. Sei leale con i tuoi amici. Mi fido ciecamente di te. Al contempo, per, sei sempre concentrato su te stesso e sai essere spietato con gli altri se per qualche motivo hai qualcosa contro di loro o se loro ti hanno fatto qualche torto, o se in questo modo puoi raggiungere una meta pi alta. Giusto?
S. Ma sono sempre premuroso verso coloro a cui voglio bene. Di fatto. Dire che non ho scrupoli rende forse meglio lidea.  una distinzione importante".
Sei senza scrupoli, allora. Ma per fare un esempio. Hai vissuto insieme a dei veri e propri scudi umani in Iraq, hai viaggiato sempre con loro partendo dalla Turchia, con loro hai condiviso tutto una volta giunti a Bagdad. Alcuni sono pure diventati tuoi amici. Erano l per via delle loro convinzioni, che a dire il vero tu non condividevi, ma loro non lo sapevano".
Lo intuivano, disse Geir e sorrise.
E poi quando arrivano i marines, saluti i tuoi amici e passi al nemico, senza guardarti indietro. Li hai traditi, non c altro modo di vedere la cosa. Ma non hai tradito te stesso. Ti colloco in questo spazio.  uno spazio libero e indipendente, ma il prezzo per arrivarci  alto. La gente cade come birilli intorno a te. Per me sarebbe impossibile, la pressione sociale trasversale comincia nel momento in cui mi alzo dalla sedia del mio ufficio e, quando arrivo fuori in strada, mi tiene imbrigliato mani e piedi. Quasi non posso muovermi. Ah, ah, ah! Ma  vero. In fondo a tutto questo, e non credo che tu lo abbia capito, non c unaspirazione alla santit o un elevato senso della morale, ma la vigliaccheria. Vigliaccheria e nientaltro. Credi forse che non mi piacerebbe tagliare tutti i legami con gli altri e fare ci che voglio, invece di quello che vogliono loro?
S".
Credi che mai lo far?
No".
Tu sei libero. Io non lo sono.  molto semplice".
No, per niente, replic Geir.  possibile che tu ti senta imprigionato per quanto riguarda la sfera sociale, cosa che oltretutto suona pure strana, visto che non incontri mai anima viva, ah, ah, ah!, ma capisco cosa intendi e in questo hai ragione, tu cerchi di aver riguardo per tutti allo stesso tempo, ho visto con i miei occhi come ti davi da fare quando siamo stati a cena da voi. Ma esistono molti modi per sentirsi imprigionati, esistono molti modi per non sentirsi liberi. Devi assolutamente ricordarti che hai ottenuto tutto quello che volevi. Ti sei vendicato delle persone di cui intendevi vendicarti. Hai una posizione. L fuori c gente che  in attesa di quello che fai e che sventola foglie di palma non appena ti fai vedere. Puoi scrivere un articolo su una cosa che ti interessa e qualche giorno dopo viene stampato sulla testata che preferisci. La gente ti chiama perch ti vuole di qua e di l. I giornali ti chiedono di commentare qualsiasi cosa. I tuoi libri saranno pubblicati in Germania e in Inghilterra. Capisci quale libert  insita in tutto questo? Capisci cosa ti si  aperto nella vita? Parli del desiderio di mollare e lasciarti cadere. Se fossi io a farlo, rimarrei dove mi trovo. E io sono assolutamente sul fondo. A nessuno interessa quello che scrivo. A nessuno interessa quello che penso. Nessuno mi invita da qualche parte. Sono costretto a farmi avanti da solo, giusto? Ogni volta che entro in una stanza con delle persone, devo farmi valere. Non esisto a priori, come te, non ho un nome, devo ripartire ogni volta da zero. Mi trovo sul fondo di una fossa che si  aperta nel terreno e urlo in un megafono. Non ha importanza quello che dico, nessuno ascolta. E tu lo sai, in ci che dico allesterno soggiace una critica di quello che  presente allinterno. E in quel caso uno  gi per definizione cavilloso. Un tipo acido e petulante. Tutto questo mentre gli anni passano. Ho quasi quarantanni e non ho avuto niente di quello che volevo. Tu dici che  brillante e unico, e forse lo , ma a cosa serve? Tu hai ottenuto tutto quello che desideravi e quindi puoi rinunciare, astenerti, non sfruttarlo. Ma io non posso. Io devo riuscire a farmi strada. Ci ho investito ventanni. Per il libro di cui mi sto occupando adesso me ce ne vorranno come minimo altri tre. Gi noto come gli ambienti e le persone che mi circondano hanno perso fiducia e quindi interesse. Mi sto trasformando sempre pi in un pazzo che si rifiuta di abbandonare il suo folle progetto. Tutto quello che dico adesso viene misurato in base a questo. Quando affermavo qualcosa subito dopo la mia tesi di dottorato, veniva misurato in base a essa, ma allora ero ancora in vita da un punto di vista accademico e intellettuale, adesso sono morto. E pi questo richiede tempo, tanto pi il prossimo libro deve essere migliore. Non basta che sia piuttosto buono, passabile, che contenga molte parti interessanti, perch il tempo che ho impiegato e la mia et sono talmente alti e grandi, relativamente parlando, per cui deve essere straordinario. Visto da questa prospettiva non sono libero. E, per ricollegarmi a ci di cui parlavamo pocanzi, lideale vittoriano, che non era affatto un ideale, ma una pratica, ergo una doppia vita. Anche in essa  insita una sofferenza, perch una vita simile non pu mai essere completa. Ed  proprio quello che tutti sognano, il solo, grande innamoramento, o linnamoramento in una sola, unica persona, quando il cinismo e il calcolo spariscono, quando tutto  integro e completo. S, lo sai. Il Romanticismo. La doppia vita rappresenta la soluzione adeguata a un problema, ma non  aproblematica, se credevi che fosse quello che andavo pensando.  pratica, provvisoria, pragmatica, quindi viva. Ma non completa, e non ideale. La maggiore differenza tra noi due non risiede nel fatto che io sono libero e tu non lo sei, perch non ritengo che le cose stiano in questi termini. La pi grande differenza  che io sono felice e tu no".
Non sono mica cos scontento..".
Ecco! Scontento, questa parola puoi usarla solo tu! Dice tutto di te".
Uglad, scontento  unottima parola in norvegese. Lho vista anche nelle saghe sui re norreni contenute in Heimskringla. E ledizione di Storm ha cento anni. Ma forse  venuto il momento di cambiare argomento di conversazione?
Se tu lo avessi detto due anni fa, lo avrei capito".
Okay, posso anche continuare. Dopo quella cosa con Tonje me ne sono andato su unisola dove ho abitato per due mesi. Cero gi stato, bastava fare una telefonata e tutto era a posto. Una casa, unisoletta sperduta in mezzo al mare, e altre tre persone. Linverno stava per finire, quindi tutto era congelato e immobile. L camminavo e pensavo. E quello che pensavo era che dovevo fare di tutto per diventare una persona buona. Che tutto quello che avrei fatto doveva essere improntato in questa direzione. Ma non in quel modo di fare strisciante, sfuggente che mi aveva contraddistinto fino a quel momento, sai, quando venivo sopraffatto dalla vergogna per ogni minima cosa. La mancanza di dignit. No, nella nuova immagine che avevo disegnato di me stesso cerano anche coraggio e lo stare a schiena dritta. Guardare la gente dritto negli occhi, dire da che parte stavo. Mi ero incurvato sempre di pi, sai, volevo occupare sempre meno spazio, e laggi cominciai a drizzare le spalle, in senso letterale. Concretamente. Al contempo leggevo i diari di Hauge. Tutte le tremila pagine.  stata una consolazione enorme".
Stava peggio di te?
Di sicuro. Ma non era quello il punto. Ha lottato incessantemente contro le stesse cose, lideale di come avrebbe dovuto essere, contrapposto a quello che lui era. La volont di sostenere quella lotta era enormemente forte dentro di lui. E questo in un uomo che in realt non faceva niente, non provava niente nella vita, ma non faceva altro che leggere, scrivere e combattere la sua battaglia interiore in una fattoria piccola e miserabile su un fiordo piccolo e miserabile di una nazione piccola e miserabile ai confini del mondo".
No, in fondo non era poi cos strano che ogni tanto desse fuori di testa".
Si ha limpressione che anche quello fosse un sollievo. Che il fatto che cedesse e una parte della velocit che lo trascinava gi nel precipizio provenisse anche da un senso di felicit. Sembra quasi che rinunciasse a quel controllo ferreo che aveva su se stesso e che si lasciasse andare".
C da chiedersi se non  questo che era Dio, disse Geir. Quella sensazione di essere osservati, di essere costretti in ginocchio da ci che ci guarda.  solo che gli diamo un altro nome. Super io o vergogna o che cazzo ti pare. Che per questo motivo Dio  una realt pi forte per alcuni piuttosto che per altri".
E dunque la pulsione a lasciarsi andare ai sentimenti pi bassi e a crogiolarsi nel godimento e nei vizi dovrebbe essere il diavolo?
Esatto".
Non ne ho mai avuto voglia. Tranne quando bevo. Allora faccio piazza pulita di tutto. Quello che voglio  viaggiare, vedere, leggere, scrivere. Essere libero. Totalmente libero. E ne avevo la possibilit, su quellisola, perch con Tonje in realt era finita. Mi sarei potuto recare ovunque. Tokyo, Buenos Aires, Monaco. E invece sono andato l, dove non cera anima viva. Non mi capivo, non avevo idea di chi fossi, e dunque ci in cui mi ero rifugiato, tutti quei pensieri sullessere una brava persona, erano in pratica lunica cosa che avevo. Non guardavo la televisione, non leggevo giornali, e le uniche cose che mangiavo erano gallette integrali e zuppa. Quando volevo festeggiare, cerano polpette di pesce e cavolfiore. E arance. Cominciai a fare flessioni e addominali. Riesci a immaginartelo? Quanto deve essere disperato un uomo quando comincia a fare flessioni sulle braccia per risolvere i propri problemi?
Tutto questo  purezza. Da cima a fondo. Ascesi. Non lasciarsi traviare dalla televisione n corrompere dai giornali, mangiare il meno possibile. Il caff lo bevevi?
Il caff lo bevevo, s. Ma  vera, questa cosa della purezza. C un che di quasi fascista in tutto ci".
In fondo Hauge ha scritto che Hitler  stato un grande uomo".
Allepoca non era tanto vecchio. Ma la cosa peggiore  che riesco a capirlo, quel bisogno di far sparire tutto quello che c di piccolo e meschino che pu annidarsi e marcire in un uomo, tutte quelle inezie di cui uno si pu irritare o diventare infelice, che questo riesca a far nascere una voglia di qualcosa di puro e di grande in cui  possibile immergersi e svanire. Rimuovere tutta la merda, no? Un popolo, un sangue, una terra. Ora questo  stato screditato una volta per tutte. Ma quello che c dietro. Quello non ho nessuna difficolt a comprenderlo. E visto che mi lascio cos facilmente influenzare dalla pressione sociale e sono mosso e pilotato da quello che gli altri pensano di me, solo gli dei sanno cosa avrei combinato se fossi vissuto negli anni quaranta".
Ah, ah, ah ! Rilassati. Non fai quello che fanno gli altri adesso, figuriamoci se avresti fatto come gli altri allora".
Ma quando mi sono trasferito a Stoccolma e mi sono innamorato di Linda,  cambiato tutto. Era come se mi fossi elevato al di sopra di tutte queste piccolezze, niente di questo aveva pi nessuna importanza, tutto andava bene, non cerano problemi da nessuna parte. Non so come fare a spiegarlo... Era come se la mia forza interiore fosse cresciuta a tal punto da abbattere tutto ci che si trovava allesterno. Ero invulnerabile, capisci? Pieno di luce. Tutto era luce! Riuscivo addirittura a leggere Hlderlin!  stato un periodo davvero fantastico. Non mi sono mai sentito cos bene. Colmo fino allorlo di felicit".
Me lo ricordo. Scintillavi lass in Bastugatan. Brillavi di luce tua. Ascoltavi in continuazione Manu Chao. Parlare con te era quasi impossibile. Traboccavi di gioia. Te ne stavi seduto sul letto come un qualsiasi fiore di loto del cazzo e sorridevi".
Il punto  che tutto dipende dai modi con cui guardi le cose. Con uno, tutto d felicit. Un altro porta solo dolore e tristezza. Credi che mi importasse di tutta la spazzatura che ci propinano i giornali e la televisione, quando ero felice? Credi che ci fossero cose di cui mi vergognassi? Ero indulgente nei confronti di tutto. Non potevo perdere, cazzo. Fu quello che ti dissi quando eri cos abbattuto e fuori di te lautunno dopo. Che dipende unicamente dal modo di osservare. Nel tuo mondo niente era cambiato o si era aggravato, tranne il modo in cui tu lo vedevi. Ma ovviamente non mi hai ascoltato e invece sei partito per lIraq".
Lultima cosa che uno vuole sentire quando si trova sprofondato nel buio sono i balbettii di qualche sciocco felice. Ma ero contento quando sono ritornato. Mi ha aiutato a uscirne".
S. E adesso ci siamo di nuovo invertiti i ruoli. Ora tocca a me starmene qui seduto a lamentarmi di quanto la vita sia miserabile".
Credo che rientri nellordine naturale delle cose, comment Geir. Hai ricominciato a fare flessioni sulle braccia?
S".
Sorrise. Sorrisi anchio.
Che cazzo dovrei fare, allora? dissi.
Unora dopo uscimmo dal Pelikanen, prendemmo insieme la metropolitana per Slussen, dove Geir cambi per prendere la linea rossa. Dopo avermi posato una mano sulla spalla, disse che dovevo aver cura di me stesso e salutare Linda e Vanja. Quando se ne fu andato, mi lasciai sprofondare sul sedile, avrei voluto restare l per ore e ore, viaggiare attraverso la notte, non come adesso, alzarmi e scendere a Htorget, a sole tre stazioni di distanza.
Il vagone era quasi vuoto. Un giovane con la custodia di una chitarra in spalla si reggeva alla sbarra di fronte alla porta, magro come un chiodo e con i capelli ricci e neri che gli uscivano da sotto il bordo del berretto. Due ragazzine di sedici anni sedute in fondo si mostravano degli sms. Nel sedile di fronte era seduto un uomo anziano con un cappotto nero, una sciarpa color ruggine e un berretto grigio, quasi quadrato, che sembrava di lana, come quelli che si portavano negli anni settanta. Verso di lui, una donna piccola e pingue dai lineamenti sudamericani con indosso una giacca a vento enorme, jeans blu scuro a buon mercato, scarponcini alti di pelle scamosciata con in cima un bordo di lana sintetica.
Lintermezzo del telefonino me lo ero completamente dimenticato, fino a quando non me lo aveva ricordato Geir poco prima di andarcene. Mi aveva dato il suo cellulare dicendomi di chiamare il mio, lo avevo fatto, ma non aveva risposto nessuno. Restammo daccordo che lui avrebbe scritto un messaggio chiedendole di chiamare il mio numero di casa e che lavrebbe inviato una mezzora dopo, quando sarei dovuto essere arrivato a casa.
Forse lei avrebbe pensato che si trattava di una specie di stratagemma per abbordarla? Che avessi infilato di proposito il cellulare nella sua borsetta per poterla chiamare servendomi di quello?
Alla Stazione centrale unondata di gente si rivers sul treno. Giovani per lo pi, un paio di gruppetti che sbraitavano a tutto spiano, alcuni invece da soli con gli auricolari infilati nelle orecchie, altri con i borsoni per gli allenamenti tra i piedi.
A questora a casa stavamo sicuramente dormendo.
Quel pensiero giunse allimprovviso, ed era solleticante.
Era la mia vita. Era quella la mia vita.
Dovevo riprendermi. Sollevare la testa.
Un treno pass sul binario accanto, per qualche secondo vidi linterno di quel vagone che pareva un acquario, in cui la gente sedeva assorbita nelle proprie faccende, poi furono convogliati su nel loro binario, mentre noi venivamo catapultati dentro una galleria dove lunica cosa visibile era il riflesso del vagone, il mio volto vuoto. Mi alzai e mi diressi alla porta nel momento in cui il treno diminu la velocit. Attraversato il marciapiede, presi le scale mobili che salivano verso Tunnelgatan. La donna grassa, dai capelli chiari, sulla trentina, che a lungo era rimasta per me una figura anonima, fino a quando una volta Linda non laveva salutata dicendomi di essere stata con lei a Biskops-Arn, era seduta allo sportello della biglietteria. Quando i nostri occhi si incrociarono, lei abbass lo sguardo. Chi se ne frega, pensai, spostai lateralmente la sbarra con la coscia, e salii a grandi balzi gli ultimi scalini.
Che la strada per arrivare a casa fosse probabilmente la stessa di quella che a suo tempo lassassino di Palme aveva percorso correndo era una cosa a cui pensavo quasi ogni volta che mi affrettavo a salire le lunghe scale che portavano a Malmskillnadsgatan. Ricordavo con precisione il giorno in cui si era saputo dellomicidio. Che cosa avevo fatto, che cosa avevo pensato. Era un sabato. La mamma era malata e io ero andato in citt con lautobus insieme a Jan Vidar. Avevamo diciassette anni. Se non ci fosse stato lomicidio di Palme, quella giornata sarebbe sparita, cos come erano sparite tutte le altre. Tutte le ore, tutti i minuti, tutti i dialoghi, tutti i pensieri, tutti gli avvenimenti. Via ogni cosa nel pozzo delloblio. Cos il poco che restava doveva essere rappresentativo di tutto quanto. Non era ironico dato che era rimasto proprio perch si distingueva dal resto?
Al Kgb alcuni tipi dai capelli lunghi stavano bevendo seduti vicino alla finestra. Per il resto il bar sembrava vuoto. Forse la serata vera e propria si stava svolgendo nel locale del seminterrato.
Due taxi neri e luccicanti sfrecciarono diretti verso il centro. I fiocchi di neve che sollevarono al loro passaggio mi si posarono un attimo dopo sul viso, che in quel momento si trovava alla stessa altezza della strada. La attraversai, percorsi quasi correndo lultimo tratto in discesa fino a raggiungere il portone, aprii con la chiave. Per fortuna non cera anima viva nellingresso o per le scale. Silenzio totale nellappartamento.
Mi svestii e attraversai il soggiorno senza fare rumore, socchiusi la porta della camera da letto. Linda spalanc gli occhi guardandomi nella semioscurit. Tese le braccia verso di me.
Ti sei divertito?
S, risposi chinandomi per baciarla. Qui  andato tutto bene?
Mmm. Ci sei mancato. Vieni a letto?
Mangio qualcosa e arrivo subito. Okay?
Okay".
Nel lettino con le sponde Vanja era sdraiata con il sederino allins e il viso premuto contro il cuscino, come sua abitudine. Quando le passai davanti, sorrisi. In cucina trangugiai un bicchiere dacqua e rimasi un po a fissare il frigorifero prima di tirare fuori la margarina e una confezione di prosciutto. Presi il pane dalla credenza accanto. Nel momento in cui stavo per richiudere lanta, lanciai unocchiata in direzione delle bottiglie che si trovavano nello scaffale pi in alto. Non era unocchiata casuale, perch le bottiglie non erano disposte come sempre. Lacquavite mezza piena di Natale aveva cambiato di posto con il Calvados. La grappa, che prima era in fondo, adesso si trovava davanti, accanto al jenever. Fosse stato solo quello, non ci avrei rimuginato oltre, avrei pensato che quando avevo pulito sabato non ci avevo fatto caso, ma ora sembrava anche che ci fosse meno liquido dentro le bottiglie. La stessa considerazione mi aveva sfiorato soltanto una settimana prima, ma lavevo respinta dicendomi che quando avevamo avuto ospiti avevamo bevuto pi di quanto credevo di ricordare. Per adesso avevano anche cambiato posto.
Rimasi per un po l dovero mentre mi rigiravo le varie bottiglie tra le mani chiedendomi cosa potesse essere successo. La grappa era quasi piena, no? Il corrispondente di tre bicchierini lavevo versato durante una cena che avevamo fatto qualche settimana prima. Ora lalcol era sceso al livello delletichetta. E lacquavite, non era forse rimasto solo un piccolo sorso sul fondo? E il cognac, non ce nera di pi?
Quelle erano bottiglie che avevo portato a casa di ritorno dai viaggi o che avevamo ricevuto in regalo. Non le bevevamo mai, se non quando avevamo ospiti.
Poteva essere stata Linda?
Beveva quando restava da sola?
Di nascosto?
No, no, era impossibile. Non toccava una goccia di alcol da quando era rimasta incinta. E fino a quando allattava, non lo avrebbe fatto.
Mi mentiva al riguardo?
Linda?
No, cazzo. Non potevo essere cieco fino a quel punto.
Rimisi le bottiglie al loro posto, esattamente doverano prima, e in modo da ricordarmelo. Cercai anche di memorizzare quanto rimaneva pi o meno in ciascuna. Poi richiusi lanta della credenza e mi sedetti per mangiare.
Probabilmente ero io che ricordavo male. Probabilmente nelle ultime settimane avevamo bevuto pi di quanto mi fosse sembrato. Non ricordavo con esattezza la quantit di bevande alcoliche che restava da una volta con laltra. E sicuramente le bottiglie erano state spostate sabato mentre pulivo la credenza. Il fatto che non ricordassi quel dettaglio era del tutto normale. Non era forse Tolstoj che lo aveva scritto nei suoi diari, secondo Sklovskij? Che non ricordava pi se aveva spolverato o meno in salotto? E se lo aveva fatto, quale valore avevano allora quellesperienza e il tempo che aveva dedicato loro?
Oh, formalismo russo, che fine hai fatto nella mia vita?
Mi alzai e stavo per sparecchiare quando in soggiorno squill il telefono. Mi sentii trafiggere il petto dallangoscia. Poi mi venne in mente il messaggio che Geir aveva inviato al mio cellulare. Non cera nessun pericolo.
Mi affrettai ad andare in soggiorno per rispondere.
S, pronto? Qui  Karl Ove".
Per qualche secondo regn un silenzio totale dallaltro lato della cornetta. Poi una voce: Sei tu che hai perso il cellulare?.
Era quella di un uomo. Parlava uno svedese stentato e se il tono non era aggressivo, non era neppure molto amichevole. S, sono io. Lo ha trovato lei?
Era dentro la borsa della mia fidanzata quando  arrivata a casa. Ora spiegami per piacere come  finito l".
La porta davanti a me si apr. Linda entr guardandomi con aria inquieta. Sollevai la mano per segnalarle di non preoccuparsi, le sorrisi.
Ero alla stazione della metropolitana di Rdmannsgatan e avevo il telefonino in mano quando qualcuno mi ha urtato e mi  caduto. Mi sono voltato verso la persona che mi aveva spinto e non ho visto dov finito il cellulare. Ma non lho sentito toccare terra. Poi ho visto una donna che teneva una borsetta aperta appesa al braccio e ho capito che era finito l dentro".
Perch non le hai detto niente? Perch volevi che la mia fidanzata si mettesse in contatto con te?
Il treno  arrivato proprio in quel momento. Ed ero di fretta. Oltretutto non ero neanche sicuro che fosse caduto proprio l dentro. Non potevo certo avvicinare una sconosciuta e chiederle di poter dare unocchiata nella sua borsetta".
Sei norvegese?
S".
Okay. Ti credo. Puoi riavere il tuo telefono. Dove abiti?
Nella City. In Regeringsgatan".
Sai dov Banergatan?
No".
stermalm, la via sopra Strandgatan, vicino a Karlaplan. C un supermercato Ica. Vieni l per mezzogiorno. Io sar l fuori. Altrimenti, trovi il telefono alla cassa. Basta chiedere al personale. Okay?
Bene. Grazie".
La prossima volta vedi di non avere pi le mani di pastafrolla".
Poi riattacc. Linda, che si era seduta sul divano con una coperta di lana sulle gambe, mi guard con aria interrogativa.
Di che si trattava? domand. Chi  che telefona a questora?
Scoppi a ridere quando le raccontai cosa era successo. Non tanto per come si erano svolti i fatti, quanto per il clima di sospetto che avevano suscitato. Se uno voleva mettersi in contatto con una sconosciuta di cui non aveva il numero, cosa cera di meglio che mettere il proprio cellulare nella sua borsetta e poi chiamarla?
Mi sedetti accanto a lei sul divano. Si accoccol al mio fianco.
Adesso Vanja  iscritta alla lista dattesa per lasilo, disse. Ho telefonato oggi".
Davvero? Bene!
Devo ammettere che provo sentimenti contrastanti, prosegu.  cos piccola. Magari allinizio potremmo tenerla noi per met giornata, non credi?
Certo".
Piccola Vanja".
La guardai. Il viso sembrava appannato dal sonno da cui era appena emersa. Gli occhi appena socchiusi, i lineamenti morbidi. Non sarebbe mai stata capace di bere di nascosto, no? Con quei sentimenti cos travolgenti che provava per Vanja e la massima seriet con cui affrontava il suo ruolo di madre?
No, ovviamente no. Come potevo pensare una cosa simile?
Sta succedendo qualcosa di misterioso nella credenza della cucina, esordii. Ogni volta che guardo le bottiglie, sembra che il loro contenuto diminuisca. Ci hai fatto caso?
Sorrise.
No. Probabilmente si beve pi di quanto tu ti renda conto".
Probabilmente, risposi.
Avvicinai la mia fronte alla sua. I suoi occhi, che guardavano dritto nei miei, mi colmarono. In quel breve istante erano tutto quello che vedevo, scintillavano della sua vita, cos come la viveva dentro di s.
Mi manchi, disse.
Ma sono qui, risposi. Cosa c, vuoi possedere tutto di me?
S, esatto, disse, e mi afferr le mani prima di trascinarmi gi sul divano.
Il mattino seguente mi alzai come sempre alle quattro e mezzo, lavorai fino alle sette alla correzione di una raccolta di racconti tradotti e feci colazione con Linda e Vanja senza dire una parola. Alle otto Ingrid venne a prendere Vanja. Linda and a scuola, io lessi dei giornali su internet per una mezzora, prima di cominciare a rispondere alle email che si erano accumulate. Poi mi feci una doccia, mi vestii e uscii. Il cielo era blu, il sole basso scintillava sopra la citt e, nonostante facesse ancora freddo, la luce trasmetteva una sensazione di primavera, anche in fondo alla via profondamente incavata e immersa nellombra che avevo imboccato per andare a Stureplan. A quanto pareva, non ero lunico a sentirmi cos: le persone che il giorno prima camminavano con la testa bassa e le spalle curve in avanti adesso avevano sollevato il viso, e negli sguardi con cui si guardavano intorno cerano curiosit e gioia. Quella citt aperta e leggera era la stessa chiusa e pesante in cui avevamo camminato il giorno prima? Mentre la tenue luce dellinverno che si era aperta un varco tra le nuvole sembrava attrarre luna contro laltra tutte le tinte e le superfici minimizzandone le differenze con il suo grigiore e la sua debolezza, questa luce solare chiara e diretta le acuiva. Intorno a me la citt esplodeva di colori. Non quelli caldi, biologici dellestate, ma quelli freddi e minerali, sintetici, dellinverno. Muri rossi, muri gialli, cofani verde scuro, insegne blu, giacca arancione, sciarpa lilla, asfalto grigio scuro, metallo verderame, cromo lucido. Finestre luccicanti, muri lucenti e grondaie scintillanti su un lato delledificio, finestre nere, muri scuri, grondaie smorzate, quasi invisibili, sullaltro. Procedetti in Birger Jarlsgatan, ai cui angoli la neve era raccolta in piccole montagnole, in parte sfavillanti, in parte grigie e mute, a seconda di come cadeva la luce del sole. Giunto a Stureplan, entrai nella libreria Hedengrens, dove un giovanotto stava aprendo la porta con la chiave proprio nel momento in cui arrivai. Scesi al piano interrato, girai tra gli scaffali dove racimolai un mucchio di libri che mi sedetti per sfogliare. Comprai una biografia su Ezra Pound, perch ero interessato alla sua teoria sul denaro e speravo di trovarci qualcosa sullargomento, un libro sulla scienza in Cina dal 1550 al 1900, un altro sulla storia economica del mondo, scritto da un certo Cameron, e un altro ancora sui nativi dAmerica, che prendeva in rassegna tutte le trib esistenti prima dellarrivo degli europei, una preziosa opera rilegata di seicento pagine. Inoltre trovai un saggio su Rousseau di Starobinski e uno su Gerhard Richter, Doubt and Belief in Painting, che acquistai. Non sapevo niente di Pound, di economia, di scienza, della Cina o di Rousseau, non sapevo neppure se mi interessavano, ma presto avrei iniziato a scrivere un romanzo, e da qualche parte dovevo pur cominciare. Gli indiani erano un tema a cui pensavo da tempo. Qualche mese prima avevo visto limmagine di alcuni indiani in una canoa, stavano attraversando un lago, a prua cera un uomo vestito come un uccello, con le ali spalancate. Quellimmagine apr una breccia tra tutti gli strati di idee che avevo sugli indiani, tutto quello che avevo letto nei libri, nei fumetti, e visto nei film, per penetrare direttamente nella realt: erano esistiti davvero. Avevano davvero vissuto le loro vite con i loro totem, le lance, gli archi e le frecce, soli su un continente enorme, senza sospettare neppure che altre vite diverse dalle loro non solo fossero possibili, ma si fossero anche realizzate. Era un pensiero fantastico. Il senso di romanticismo emanato da quellimmagine, cos selvaggia, con quelluomo uccello e quella natura incontaminata, derivava perci dalla realt, e non il contrario, come succedeva sempre in altri casi. Era conturbante. Non riesco a spiegarlo in altri modi. Ero rimasto turbato. E sapevo che dovevo scrivere di questo. Non dellimmagine in s, ma di ci che essa conteneva. Poi erano sopraggiunte tutte le obiezioni. Certo erano esistiti s, ma adesso non esistevano pi, loro e la loro cultura erano stati sterminati da molto tempo. E allora perch scrivere di queste cose? Non esistevano pi, e non sarebbero mai pi esistiti. Se avessi creato un mondo nuovo, in cui esistevano anche elementi di quellaltro, si sarebbe trattato solo di letteratura, solo di uninvenzione, quindi, in realt, priva di valore. Contro questa presa di posizione potevo argomentare che Dante, per esempio, non aveva fatto altro che inventare e poetare, che Cervantes non aveva fatto altro che inventare e poetare, che Melville non aveva fatto altro che inventare e poetare. Non si poteva negare il fatto che gli uomini non sarebbero stati gli stessi se queste tre opere non fossero esistite. E quindi perch non inventare? La verit non aveva un rapporto univoco ed esclusivo con la realt. Ottimi argomenti, ma non servivano a niente, il solo pensiero dellinvenzione, del poetare, il solo pensiero di un personaggio di fantasia dentro una trama inventata, mi faceva venire la nausea, era qualcosa a cui reagivo a livello fisico. Non avevo idea del perch. Eppure era cos. E quindi dovetti accantonare lidea degli indiani. Pensando al contempo che forse non avrei provato per sempre le stesse sensazioni.
Dopo aver pagato i libri, scesi a Plattan ed entrai nel negozio di musica e film, dove comprai tre dvd e cinque cd, dopo mi recai alla libreria Akademibokhandeln, dove trovai una tesi su Swedenborg pubblicata dalla casa editrice Atlantis, che comprai insieme a un paio di riviste. Non avrei letto quasi niente di tutto questo, cosa che per non mi impediva di sentirmi bene. Andai a casa dove posai i miei acquisti e, dopo aver mangiato qualche fetta di pane imburrata in piedi davanti al ripiano della cucina, uscii di nuovo, questa volta diretto verso stermalm, al supermercato in Banergatan, dove arrivai a mezzogiorno preciso.
Non cera nessuno. Accesa una sigaretta, mi misi ad aspettare. Scrutavo gli sguardi dei passanti, ma nessuno si ferm o venne verso di me. Dopo un quarto dora entrai nel supermercato e chiesi alla cassiera se qualcuno le avesse consegnato un cellulare. S, certo, ce lo avevano loro. Potevo gentilmente descriverglielo?
Lo feci e la donna lo tir fuori da un cassetto accanto al registratore di cassa e me lo porse.
Grazie, dissi. Chi  stato a portarlo qui, lo sa?
S. O meglio, non conosco il nome. Ma  un uomo giovane, lavora allAmbasciata israeliana proprio laggi".
AllAmbasciata israeliana?
S".
Oh. Grazie di nuovo. Arrivederci!
Arrivederci!
Percorsi lentamente la via sorridendo. LAmbasciata israeliana! Niente di strano quindi se si era mostrato sospettoso! Il cellulare doveva essere stato esaminato da cima a fondo. Tutti i messaggi, tutti i numeri di telefono... Eh eh eh!
Lo accesi e telefonai a Geir.
S, pronto? rispose.
Ieri mi ha telefonato uno per il cellulare, gli spiegai. Era molto sulle sue, ma alla fine ha accondisceso a restituirmelo. E quindi sono andato a prenderlo. Lo aveva lasciato alla cassa di un supermercato. Ho chiesto alla tipa che lavora l se sapeva chi fosse. Sai cosa mi ha detto?
Certo che no".
Che lavorava allAmbasciata israeliana".
Stai scherzando?
No. Una volta tanto che mi capita di perdere il cellulare, non mi cade per terra, ma finisce in una borsetta. E non si tratta mica della borsetta di una Svensson qualsiasi, ma in quella della fidanzata di uno che lavora allAmbasciata israeliana. Strano no?
Questa storia della fidanzata credo che tu te la possa anche dimenticare.  molto pi verosimile che lei lavori allAmbasciata israeliana e che si sia messa in contatto con loro quando ha trovato il tuo cellulare. E che quindi sono stati l a guardarlo chiedendosi chi cazzo poteva avercelo piazzato. E cosa fosse! Una bomba ? Un microfono?
E cosa mai potesse significare il collegamento con la Norvegia. Qualcosa a che vedere con lacqua pesante? Una vendetta per lAffare Lillehammer?
 incredibile come tu riesca a rimanere invischiato in ogni genere di situazioni. Prostitute russe e agenti israeliani. Quella scrittrice che era a cena da voi, che pesava sempre il cibo prima di mangiarlo, com che si chiamava?
Maria. A proposito, anche lei ha legami con la Russia".
E che dopo cena aveva dovuto telefonare a una per raccontarle per filo e per segno che cosa aveva mangiato. Ah ah ah!
Cosa centra adesso?
Come sarebbe a dire? Magari che succedono cose strane dove ci sei tu? Laltra amica di Linda, innamorata di un tossicomane la cui sorella vive nella loro casa? Lappartamento che hai trovato nel quartiere dove abitava Linda? Il tuo portatile che ne passa di cotte e di crude, resta fuori e si inzuppa di pioggia, cade dal treno sulle rotaie senza che gli succeda niente.  perfettamente consono a questo quadro che tu dovessi perdere il tuo cellulare nella borsetta di una dipendente dellAmbasciata israeliana".
A sentirti sembra molto bello e affascinante, commentai. Ma la verit sulla mia vita  tuttaltra, come sai".
Oh, andiamo, non possiamo fare finta una volta tanto?
No. Cosa stai facendo? chiesi.
Secondo te?
Non sento nessuna confusione di sottofondo. Quindi stai sicuramente scrivendo".
Infatti. E tu?
Sto andando alla Filmhuset. Pranzo con Linda. Ci sentiamo pi tardi".
Va bene".
Riattaccai, infilai il cellulare in tasca e affrettai il passo. Passai davanti alla fontana asciutta di Karlaplan, attraversai Fltversten e proseguii lungo Valhallavgen fino alla Filmhuset, che luccicava alla luce del sole al limitare di Grdet, mezzo coperto di neve.
Dopo pranzo presi la metropolitana fino a Odenplan e da l andai a piedi in ufficio, pi che altro per trovare un posto dove starmene in pace. Ingrid aveva le chiavi dellappartamento e sarebbe sicuramente stata l con Vanja. Non mi sentivo pronto neppure per i bar, con tutte quelle persone sconosciute e quegli sguardi inquieti. Mi sedetti alla scrivania e per un po tentai di scrivere il testo di quella conferenza, ma questo non fece che deprimermi. Scelsi invece di sdraiarmi sul divano, dove mi addormentai. Quando mi svegliai, la strada era avvolta nel buio ed erano le quattro e dieci. Il giornalista dellAftenposten sarebbe arrivato alle sei, quindi, se quel giorno volevo stare un po con Vanja e Linda, dovevo vestirmi e andare a casa.
C nessuno? esclamai aprendo la porta. Vanja mi venne incontro nel corridoio gattonando a gran velocit, rise e io la lanciai un po per aria prima di portarla in braccio in cucina, dove Linda stava rimestando in una pentola.
Ceci in umido, disse. Non mi  venuto in mente niente di meglio".
Buoni, commentai. Come andata oggi con Vanja?
Bene, credo. Sono state tutta la mattina al museo dei bambini di Junibacken. La mamma  appena andata via. Non lhai incontrata?
No, risposi. Portai Vanja a letto dove la feci saltare e rotolare per un po fino a quando non mi stufai, la misi a sedere nel seggiolone della cucina, sudata e rossa per le risate, e andai in soggiorno per controllare le email. Dopo aver letto la posta in arrivo, spensi il computer e sbirciai dentro lappartamento al piano di sotto che si trovava sullaltro lato della strada, dove cera un altro computer acceso. Una volta l avevo visto un uomo che si masturbava davanti allo schermo, si credeva inosservato, non aveva pensato alla possibilit di essere visibile da quass. Era solo nella stanza, ma non nellappartamento: oltre la parete cera la cucina, dove erano seduti una donna e un uomo. Era stato strano vedere quanto potevano essere vicini il lato nascosto e quello manifesto.
Adesso la stanza era vuota. Solo il baluginio dei puntini luminosi dello schermo, la luce di una lampada in un angolo che ricadeva su di una sedia, e un tavolino con un libro aperto.
 pronto! grid Linda dalla cucina. Mi alzai e andai da loro. Erano gi le cinque e un quarto.
A che ora dovrebbero arrivare? domand Linda, doveva essersi accorta che avevo lanciato unocchiata allorologio.
Alle sei. Ma ce ne andiamo via subito. Non c bisogno che tu ti faccia vedere. Certo, se vuoi puoi salutarli, ma non sei obbligata".
Credo che rester qui. Senza farmi vedere. Sei nervoso?
No, per non ne ho nessuna voglia. Sai bene come funziona".
Non pensarci. Pensa a parlare con loro, di quello che vuoi, senza pretendere niente da te stesso. Rendi le cose semplici".
Ho parlato con Majgull Axelsson, sai, quella che ha partecipato a quelle letture ad alta voce a Tvedestrand e a Gteborg. Durante la tourne ha sviluppato per me delle attenzioni quasi materne. Mi ha detto che aveva come regola quella di non leggere mai niente di quello che scrivono su di lei, di non guardare mai niente in televisione, di non ascoltare mai niente alla radio. Prendere tutto come un fenomeno passeggero. Rapportarsi unicamente solo allattimo in cui succede. In quel modo gli incontri con gli altri sarebbero diventati semplici e facili, privi di complicazioni. Mi sembrava che avesse un senso. Ma poi entrava in ballo la mia vanit, vero? Vengo raffigurato come un perfetto idiota adesso o solo come un idiota? E si tratta della raffigurazione che mi  stata data, o sono davvero io?
Mi piacerebbe tanto che tu riuscissi liberarti di questi tuoi atteggiamenti, esclam Linda. Non servono a niente! E poi richiedono un tale spreco di energie. Lo fai in continuazione".
S, lo so. Ma ci dar un taglio. Dir di no a tutti".
Sei una cos bella persona. Vorrei soltanto che ti sentissi tale".
La mia sensazione di fondo  lesatto contrario. E impregna tutto. E non dirmi che dovrei entrare in terapia".
Ma io non ho aperto bocca!
Anche a te succede lo stesso, continuai. Lunica differenza  che tu passi anche periodi in cui lidea che hai di te stessa  a posto, per dirla con cautela".
Se soltanto a Vanja potesse essere risparmiato tutto questo, disse Linda guardandola. Vanja ci sorrise. Il riso era sparso dappertutto sul tavolo davanti a lei e per terra, e poi per terra sotto il seggiolone. La bocca era rossa di sugo, con dei chicchi di riso appiccicati.
Ma non lo sar, risposi.  impossibile. O ce lha dalla nascita, oppure lo assimiler con il tempo.  impossibile da nascondere. Ma non  sicuro che influenzer la sua vita. Non deve essere per forza cos".
Spero di no, disse.
Aveva gli occhi lucidi.
In ogni caso la cena era buona, dissi alzandomi. Lavo i piatti. Dovrei farcela prima che arrivino".
Mi girai verso Vanja.
Quanto  grande Vanja? chiesi.
Orgogliosa, stese le braccia sopra la testa.
Cos grande! esclamai. Vieni, che andiamo a lavarci un po.?
La sollevai dal seggiolone e la portai in bagno, dove le sciacquai le mani e il viso. La tenni in piedi davanti allo specchio e poggiai la mia guancia sulla sua. Rise.
Poi in camera da letto le cambiai il pannolino, la misi per terra e tornai a sparecchiare. Fatto questo, quando la lavastoviglie stava gi rumoreggiando sotto il ripiano aprii la credenza per controllare se tra le bottiglie fosse successo qualcosa che avallasse le mie supposizioni.
Era cos. Rispetto al giorno prima era stata bevuta della grappa, di questo ero certo, perch il livello del liquido arrivava esattamente al bordo delletichetta. Il cognac era in una posizione differente e anche da quello sembrava che fosse stato bevuto, ma non ne ero altrettanto sicuro.
Cosa cazzo stava succedendo?
Mi rifiutavo di credere che Linda ne fosse responsabile. Per lo meno non adesso, dal momento che ne avevamo parlato la sera prima.
Altre persone qui non ce nerano.
Non avevamo una donna delle pulizie o qualcosa di simile.
Oh, porca puttana.
Ingrid.
Oggi era venuta da noi. E il giorno prima. Doveva essere stata lei, era chiaro.
Ma beveva mentre accudiva Vanja? Ingurgitava alcolici a casa nostra con la nipotina attaccata ai suoi piedi?
In tal caso doveva essere alcolizzata. Vanja era tutto per lei. Non avrebbe messo la situazione a repentaglio, per il bene della bambina. Ma se beveva, doveva trattarsi di qualcosa di pi forte di lei, qualcosa per cui era disposta a rischiare tutto.
Oh, Dio del cielo misericordioso.
Sentii i passi di Linda che si avvicinavano dalla camera da letto, quindi richiusi lanta della credenza, mi diressi verso il ripiano, afferrai lo straccio e cominciai a pulire il tavolo. Erano le sei meno dieci.
Scendo a fumarmi una sigaretta prima che arrivino, va bene? chiesi. Qui non ho finito, ma..".
Certo. Vai pure, disse Linda. Potresti approfittarne per portare gi la spazzatura?
In quel preciso istante suonarono il campanello. Andai ad aprire. Un uomo giovane con la barba e una borsa a tracolla mi sorrise. Dietro di lui cera un uomo che sembrava avere qualche anno in pi, dalla pelle scura, con una grossa borsa da fotografo in spalla e una macchina fotografica in mano.
Salve, esord il pi giovane porgendomi la mano. Kjetil stli".
Karl Ove Knausgrd, risposi.
 un piacere, disse.
Strinsi la mano al fotografo e li invitai a entrare.
Volete un caff?
S, volentieri".
Andai in cucina a prendere il thermos con il caff e tre tazze. Quando tornai, si stavano guardando intorno nel soggiorno.
Si potrebbe anche restare bloccati qui dentro dalla neve, comment il giornalista. Ne ha di libri!
La maggior parte non li ho letti, dissi. E di quelli che ho letto, non ricordo niente".
Era pi giovane di quanto mi fossi immaginato, non sembrava avere pi di ventisei, ventisette anni, nonostante la barba. Aveva i denti grandi, gli occhi allegri, emanava una sensazione di leggerezza e felicit. Era un tipo di persona che non mi era estranea, avevo incontrato molti che gli somigliavano, ma solo negli ultimi anni, mai durante ladolescenza. Forse aveva a che fare con lestrazione sociale, la zona geografica o le generazioni, probabilmente un insieme di tutte queste componenti. Ceto medio della Norvegia orientale, mi diceva il mio intuito, probabilmente con genitori che erano accademici. Ben educato, comportamento che ostentava sicurezza di s, mente brillante, dotato nelle relazioni sociali. Una persona che finora non si era imbattuta in nessuna difficolt di rilievo, questa era limpressione che mi diede nei primi minuti. Il fotografo era svedese e quindi non cera possibilit di catturare le sfumature del suo atteggiamento.
A dire il vero avevo deciso di dire di no alle interviste da ora in avanti, annunciai. Ma poi quelli della casa editrice mi hanno detto che lei  davvero bravo e che non dovevo assolutamente lasciarmi sfuggire questa occasione. Spero che avessero ragione".
Un po di lusinghe non fanno mai male.
Lo spero anchio, disse il giornalista.
Versai loro del caff.
Posso scattare delle foto qua dentro? chiese il fotografo.
Dal momento che esitavo, mi assicur che sarei apparso solo io e non ci sarebbe stato nulla dellambiente circostante.
Allinizio il giornalista voleva fare lintervista nel nostro appartamento, avevo detto di no, ma quando aveva chiamato per fissare un luogo dincontro, gli avevo riferito che potevano venire da noi, cos saremmo partiti da l. Avevo percepito la sua gioia.
Okay, dissi. Qui?
Mi misi davanti alla libreria con in mano la tazza del caff, lui mi girava intorno e scattava foto.
Che razza di stronzata era mai quella.
Pu sollevare un po la mano?
Non sembra un po artificiale?
Okay, lasciamo stare".
Sentii Vanja che arrivava carponi dal corridoio. Si sedette sulla soglia e ci guard.
Ciao Vanja! dissi. Qui  pieno di orchi? Ma conosci me..".
La presi in braccio. In quello stesso istante apparve Linda. Salutati a malapena i due, prese Vanja e torn in cucina.
Tutto quello che non volevo fosse visto, era stato visto. Tutto quello che ero io e le mie cose si riduceva a una rigida simulazione non appena qualcuno vi posava sopra lo sguardo. Non volevo che andasse cos. Non volevo, cazzo. Ma eccomi qui ancora una volta a sorridere come un idiota.
Posso scattarne ancora qualche altra? domand il fotografo.
Mi rimisi in posa.
Una volta un fotografo ha detto che fotografare me era come fotografare un tronco di legno, commentai.
Deve essere stato un cattivo fotografo, ribatt il fotografo.
Ma capisce cosa voleva dire?
Si ferm, stacc la macchina fotografica dal volto, sorrise, se la riport di nuovo al viso e riprese.
Pensavo di andare al Pelikanen, dissi al giornalista.  il locale dove vado di solito. E non c musica. Dovrebbe andare bene".
Allora va bene".
Per prima facciamo qualche altra foto allesterno. E poi posso lasciarvi andare, intervenne il fotografo.
In quel momento squill il cellulare del giornalista. Guard il numero.
Devo rispondere, disse. La conversazione che segu, che non dur pi di uno, al massimo due minuti, parlava di precipitazioni nevose, auto, orari dei treni, baite. Riattacc e incroci il mio sguardo.
Faccio una gita in montagna con gli amici nel fine settimana, sa. Era quello che ci d un passaggio per arrivare dal treno alla baita. Un signore anziano che ci ha sempre dato una mano".
Sembra bello, dissi.
Gite in montagna con gli amici, era una cosa a cui non avevo mai preso parte. Quando frequentavo il liceo, e anche per un paio di anni allinizio delluniversit, quello era stato un punto dolente. Non avevo quasi amici. E i pochi che avevo, li frequentavo singolarmente. Adesso ero troppo vecchio per preoccuparmi di certe cose, eppure avvertii una fitta, come se provenisse dal mio vecchio io.
Dopo essersi infilato il cellulare in tasca, pos la tazza sul tavolo. Il fotografo ripose la macchina nella borsa.
Allora andiamo? dissi.
Ci fu un attimo di imbarazzo mentre ci vestivamo, lingresso era cos piccolo, li avevo addosso, senza che nessuno dicesse niente. Gridai un saluto a Linda, scendemmo le scale e uscimmo. Gi per i gradini mi accesi una sigaretta. Faceva un freddo pungente. Il fotografo mi condusse verso le scale che si trovavano sullaltro lato della strada, dove posai per qualche minuto, con la sigaretta nascosta nel palmo della mano, fino a quando il fotografo disse che gli sarebbe piaciuto includerla nella foto, se non mi dispiaceva. Capii cosa voleva, in quel momento successe qualcosa, e cos rimasi in piedi sulle scale a fumare, mentre lui scattava a ruota libera, mi spostavo secondo le sue indicazioni, il tutto registrato dai tanti passanti, finch non ci spostammo gi allentrata della galleria, dove continu come minimo per altri cinque minuti prima di ritenersi soddisfatto. Poi spar e io percorsi la salita in silenzio con il giornalista prima di scendere alla fermata della metropolitana sullaltro lato. Un treno scivol sul marciapiede proprio in quel momento, salimmo e ci sedemmo luno di fronte allaltro accanto al finestrino.
Prendere la metropolitana mi ricorda ancora la Norway Cup, dissi. Mi viene in mente ogni volta che sento lodore particolare delle stazioni della metro. Se venivi da una cittadina, la metropolitana era la cosa pi esotica che ci potesse essere. E la Pepsi-Cola. Da noi non cera neppure quella".
Ha giocato per molto tempo a calcio?
Fino a diciotto anni. Ma non sono mai stato un granch. Ho sempre giocato da dilettante a livelli bassi".
Tutto quello che fa  di basso livello? Ha detto che i libri che ha in casa non li ha letti. E nelle interviste che ho visto di lei, parla spesso della pessima qualit di quello che fa. Non pensa di essere un po troppo critico con se stesso?
No, non credo. Dipende da quali traguardi uno si pone, ovviamente".
Lanci una rapida occhiata dal finestrino quando il treno usc dal tunnel alla Stazione centrale.
Crede che vincer lei il premio? domand.
Quello del Concilio nordico?
S".
No".
E secondo lei chi lo vincer?
Monica Fagerholm".
Ne sembra sicuro".
 un ottimo romanzo. Lo ha scritto una donna,  da molto tempo che il premio non viene assegnato alla Finlandia.  ovvio che lo vincer lei".
Si fece di nuovo silenzio. La fase che precedeva e seguiva unintervista era sempre poco chiara: luomo che non conoscevo era l per cercare di strapparmi i miei dettagli pi intimi, ma non ancora, quella situazione non era ancora cominciata, per ora i ruoli non erano ancora stati assegnati, eravamo sullo stesso piano, ma non cerano tra noi punti di contatto, tuttavia dovevamo chiacchierare.
Pensai a Ingrid. Non potevo dire niente a nessuno, neppure a Linda, prima di essere del tutto certo di avere ragione. Lunica cosa da fare era contrassegnare le bottiglie. Dovevo farlo quella sera stessa. E poi controllare il giorno dopo. Se fosse sparito qualcosa, avrei deciso poi come agire.
Arrivammo a Skanstull, e camminammo senza dire una parola, con la citt che scintillava nel buio intorno a noi, dirigendoci verso il Pelikanen, dove trovammo un tavolo in fondo al locale. Restammo a parlare per unora e mezzo, di me e di quello che mi riguardava, poi mi alzai e me ne andai, mentre lui, che non avrebbe ripreso laereo di ritorno per la Norvegia prima del giorno seguente, rimase. Come sempre dopo una lunga intervista, mi sentivo vuoto, come un fossato che era stato prosciugato. Come sempre avevo la sensazione di aver tradito me stesso. Con il semplice gesto di mettermi l a sedere con lui, avevo accondisceso alle sue premesse, cio che i due libri che avevo scritto erano validi e importanti, e che io, che li avevo scritti, ero una persona originale e interessante. Quello era il presupposto della conversazione: tutto quello che dicevo era importante. E se non dicevo niente di importante, be, allora voleva dire che lo tenevo nascosto. Perch da qualche parte doveva pur esserci! Perci quando parlavo della mia infanzia, per esempio, uno di quei temi talmente comuni e banali di cui tutti avevano esperienza, essa acquisiva importanza perch ero io a parlarne. Diceva qualcosa di me, lautore dei due libri importanti e validi. E a questa valutazione, avallata dalla situazione stessa, non solo accondiscendevo, ma lo facevo addirittura con energia e passione. Cianciavo a ruota libera come un pappagallo in un parco di pappagalli. E tutto mentre sapevo come stavano veramente le cose. Con quanta frequenza usciva un romanzo significativo e di valore in Norvegia? Qualcosa come ogni dieci o ventanni. Lultimo romanzo notevole era stato Fyr og flamme di Kjartan Flgstad ed era uscito nel 1980, venticinque anni prima. Lultimo valido prima di questo era stato Gli uccelli di Vesaas, pubblicato nel 1957, cio altri ventitr anni prima. Quanti romanzi norvegesi erano stati pubblicati nel frattempo? Migliaia! S, migliaia! Pochi buoni, alcuni mediamente buoni, i pi scarsi.  cos, non c niente di clamoroso in questo, tutti lo sanno. Il problema risiede in quello che circonda gli scrittori e la loro opera, le lusinghe che gli autori mediocri succhiano alla pari di caramelle e tutto quello che arrivano a dire nei giornali e in televisione sulla base della falsa immagine che hanno di s.
So di cosa parlo, anchio sono uno di loro.
Oh, potrei staccarmi la testa in preda allamarezza e alla vergogna di essermi lasciato adescare, non una sola volta, ma una dietro laltra. Se ho imparato una cosa in questi anni, che ritengo di infinita importanza soprattutto nel nostro tempo, che trabocca di tanta mediocrit,  questa:
Non devi credere di essere qualcuno.
Non devi credere di essere qualcuno, cazzo.
Perch non lo sei. Sei solo una piccola merda mediocre buona solo per se stessa. Non credere di essere qualcuno, non credere di valere qualcosa, perch non vali niente. Sei solo una piccola merda.
Quindi abbassa la testa e lavora, piccola merda. Cos per lo meno ottieni qualcosa. Chiudi il becco, china il capo, sgobba e sappi che non vali un cazzo.
Questo era, pi o meno, quello che avevo imparato.
Erano tutte le mie esperienze fuse in una.
Era lunica verit, cazzo, a cui fossi mai giunto.
Quello era un lato della questione. Laltro era che mi preoccupavo in modo assolutamente esagerato di piacere agli altri, e lo facevo fin da quando ero piccolo. Allopinione che gli altri avevano di me attribuivo un peso inaudito fin da quando avevo sette anni. Quando i giornali mostravano interesse per quello che facevo e per quello che ero, ci rappresentava da un lato la conferma del fatto di essere apprezzato, e quindi una cosa che una parte di me faceva con grande gioia e desiderio; dallaltro per diventava un problema quasi ingestibile, perch non era pi possibile controllare quello che le altre persone pensavano di me, per il semplice fatto che non le conoscevo pi, non le vedevo pi. Ergo, ogni volta che avevo rilasciato unintervista e nellintervista cera qualcosa che non avevo detto, o le mie parole venivano riportate in un altro modo, smuovevo mari e monti per cambiarlo. Quando non era possibile, limmagine che avevo di me stesso bruciava per la vergogna. Che nonostante questo io continuassi a tornare a sedermi di fronte a un giornalista era dovuto al fatto che il desiderio di sentirsi adulare era pi forte sia della paura di fare la figura dellidiota, sia del mio ideale di qualit, inoltre capivo che importanza avesse per la diffusione dei miei libri. Dopo aver scritto En tid for alt avevo detto a Geir Gulliksen che non volevo rilasciare interviste, ma poi lui mi aveva convinto e avevo deciso di farlo comunque, tale era linflusso che lui aveva su di me, e, se era mia la responsabilit di questa nuova decisione, era anche vero che dovevo farlo per la casa editrice. Ma non era sufficiente: io ero uno scrittore, non un imbonitore o una prostituta.
Tutto questo si mescolava in un unico pastrocchio. Mi lamentavo spesso del fatto di essere rappresentato come un idiota nei giornali, ma non era un errore degli altri, ma mio, perch se vedevo come venivano raffigurati altri scrittori, per esempio Kjartan Flgstad, di sicuro non era mai come degli idioti. Flgstad aveva una sua integrit, restava una pietra miliare indipendentemente da ci che gli succedeva intorno e doveva, intuivo, appartenere alla rara razza delle persone complete e tutte dun pezzo.
E poi non parlava di se stesso.
E invece io che cosa avevo appena fatto se non proprio quello, e soltanto quello?
Porsi il biglietto alluomo di colore, che, dopo averlo vidimato con forza, me lo restitu con occhi privi di espressione, ripresi le scale mobili per scendere nel sottosuolo, attraversando il tunnel fino allo stretto marciapiede, dove, dopo aver constatato che il treno successivo sarebbe passato dopo sette minuti, mi sedetti su una panchina.
Ad autunno inoltrato era uscito Ute av verden, mi avrebbe intervistato il telegiornale di TV2. Vennero a casa a prendermi per raggiungere in automobile il battello della Hurtigruten, dove avrebbe avuto luogo lintervista, e per strada, pi o meno allaltezza del cosiddetto edificio di Alta tecnologia in fondo al parco di Nygrdsparken a Bergen, il giornalista si volt e mi chiese chi ero.
Chi  lei, in realt? domand.
Cosa intende? chiesi.
Be, Erik Fosnes Hansen  il ragazzo prodigio che incarna la parte del vecchio saggio, del conservatore in ambito culturale. Roy Jacobsen  lo scrittore del Partito Laburista. Vigdis Hjort  la scrittrice vogliosa e ubriaca. Lei chi ? Non so niente di lei".
Mi strinsi nelle spalle. Allesterno il sole scintillava sulla neve.
Non lo so, risposi. Sono solo un tipo qualunque".
Su! Deve darmi qualcosa. Che cosa ha fatto?
Lavorato un po qua e un po l. Studiacchiato. You know..".
Si era voltato di nuovo in avanti sul sedile. In seguito aveva risolto il problema mostrando la cosa invece di farsela raccontare: verso la fine dellintervista aveva montato insieme un mucchio di pause ed esitazioni, che avrebbero dovuto rappresentare la mia personalit, lasciando che sfociassero nella seguente dichiarazione:
Ibsen ha affermato che il pi forte era colui che era solo. Secondo me non  vero.
Avevo sollevato le mani davanti a me mentre ero l seduto sulla panchina e quando mi era venuto in mente ci che avevo espresso, inspirai profondamente.
Come potevo aver detto una cosa simile?
Ci avevo creduto?
S, ci avevo creduto. Ma quello che avevo espresso era un pensiero di mia madre, era lei che era interessata alle relazioni interpersonali, che pensava che il vero valore risiedesse in esse, non io. Voglio dire, quando lo ero anchio, lo credevo anchio. Ma non partendo dallesperienza personale, era solo una delle cose che si davano per scontate.
Ibsen aveva ragione. Tutto quello che vedevo intorno a me lo confermava. Le relazioni esistevano per annientare lelemento individuale, vincolare la libert, trattenere ci che voleva trovare espressione. Quindi mia madre non si arrabbiava mai cos tanto come quando discutevamo il concetto di libert. Quando dicevo quello che pensavo, non faceva che sbuffare sostenendo che fosse solo unamericanata, unidea senza contenuto, vuota e menzognera.  per gli altri che esistiamo. Ma era quella lidea che aveva creato le esistenze sistematizzate fino allultimo che vivevamo adesso, dove limprevedibile era scomparso del tutto, e si poteva passare dallasilo attraverso la scuola e luniversit fino alla vita lavorativa come se si fosse trattato di un tunnel, convinti che le scelte fatte fossero state libere, mentre uno in realt veniva setacciato come i granelli di sabbia sin dal primo giorno di scuola: qualcuno mandato a svolgere un lavoro pratico, qualcuno uno teorico, qualcuno sulla vetta, qualcuno sul fondo, e il tutto mentre ci che apprendevamo era che eravamo tutti uguali. Questa era lidea che ci aveva portati, per lo meno la mia generazione, ad aspettarsi delle cose dalla vita, a vivere nel credo di avere diritto a qualcosa, di averne seriamente diritto, e a dare la colpa a ogni possibile circostanza eccetto noi stessi se le cose non andavano cos come avevamo pensato. La rabbia contro lo Stato quando si abbatteva uno tsunami e non si ricevevano aiuti immediati. Quanto poteva essere patetico un atteggiamento del genere? Inacidirsi se non si otteneva la posizione meritata. Ed era questo pensiero che faceva s che non era pi contemplata la possibilit di cadere, a parte per i pi deboli in assoluto, perch si ricevevano sempre i soldi, e lesistenza vera e propria, in cui ci si trova faccia a faccia con il bisogno pi disperato o il pericolo della morte, era stata completamente cancellata. Era stato quel pensiero a fornirci una cultura in cui le pi grandi mediocrit si adagiavano ovunque con le loro idee a buon mercato, satolle e calde, e facevano s che scrittori come Lars Saabye Christensen o chicchessia venissero coltivati come se fossero Virgilio in persona che, seduto su un divano, disquisiva se un testo era stato scritto a penna o a macchina o al computer e in quale momento della giornata. Odiavo tutto questo, non ne volevo sapere, ma chi era quello che parlava di come scriveva i suoi libri mediocri con i giornalisti, come se fosse un gigante della letteratura, un titano della parola, se non io stesso in persona?
Come pu uno starsene l seduto a prendersi gli applausi quando sa che quello che ha fatto non  abbastanza buono?
Avevo ununica chance. Dovevo recidere ogni legame con il mondo della cultura intriso di lusinghe e corruzione, dove tutti, ogni pi piccola merda, erano in vendita, recidere ogni legame con il mondo della televisione e dei giornali, rinchiudermi in una stanza e cominciare a leggere sul serio, non la letteratura contemporanea, ma la letteratura di qualit sublime, e poi scrivere come se la mia vita dipendesse da questo. Magari per ventanni, se era quello che ci voleva.
Ma quella chance non potevo prenderla. Avevo una famiglia, per la quale dovevo essere presente. Avevo degli amici. E nel mio carattere cera una debolezza che mi faceva dire s, s quando intendevo no, no, e per cui avevo una paura folle di ferire gli altri, una paura folle dei conflitti, una paura folle di non piacere, ed essa era tale da spingermi a rinunciare a tutti i principi, a tutti i sogni, a tutte le possibilit, a tutto ci che sapeva di verit, per evitare di cadere in questo stato.
Ero una puttana. Questa era lunica parola calzante.
Quando mezzora dopo mi richiusi la porta di casa alle spalle, sentii delle voci provenire dal soggiorno. Mi affacciai e vidi che cera Mikaela. Lei e Linda erano sedute raggomitolate sul divano con una tazza di t in mano. Sul tavolo davanti a loro cerano un candelabro con tre candele accese, un piatto da portata con tre formaggi e un cestino pieno di diversi tipi di cracker e biscotti salati.
Ciao, Karl Ove, com andata? domand Linda.
Mi guardavano sorridenti.
Okay? dissi stringendomi nelle spalle. Niente di cui valga la pena parlare, in ogni caso".
Vuoi una tazza di t e un po di formaggio?
No, grazie".
Mentre me ne stavo l in piedi, mi srotolai la sciarpa, prima di appenderla nel guardaroba insieme alla giacca, sciolsi i nodi dei lacci delle scarpe e le appoggiai sulla mensola accanto alla parete. Il pavimento sotto era tutto grigio di sabbia e sassolini. Dovevo sedermi un po con loro, pensai, cos non sarei sembrato troppo scorbutico, e andai in soggiorno.
Mikaela raccont di un incontro con il ministro della Cultura Leif Pagrotsky. Disse che era un ometto piccolo ed era seduto su un grosso divano, con un enorme cuscino sulle ginocchia, che stringeva a s e che addirittura mordicchiava di tanto in tanto, a sentire lei. Per nutriva per lui il massimo rispetto, possedeva unintelligenza arguta ed era un grande lavoratore. Sulle qualifiche di Mikaela ero meno sicuro, dato che lavevo incontrata solo in occasioni come quella, ma qualunque esse fossero era palese che per lei funzionassero bene, visto che a trentanni appena compiuti saltava da una posizione di leadership allaltra. Come molte altre ragazze che avevo conosciuto, era vicina a suo padre, che svolgeva una qualche occupazione in ambito letterario. Con sua madre, una donna esigente che viveva da sola in un appartamento a Gteborg, aveva un rapporto pi complicato, da quel che avevo capito. Mikaela cambiava spesso fidanzato, e per quanto fossero diversi avevano una cosa in comune: lei gli era sempre superiore. Di tutto quello che aveva detto nei tre anni che erano passati dalla prima volta che lavevo incontrata, mi era rimasta impressa soprattutto una cosa. Eravamo al bar della Folkoperaen e lei stava parlando di un sogno che aveva fatto. Era a una festa, girava senza pantaloni, nuda dalla vita in gi, pi o meno come Paperino, ecco. Non si sentiva particolarmente a suo agio, spieg, per percepiva quel suo stato anche come qualcosa di accattivante, e cos si era sdraiata sul tavolo con il sedere per aria. Secondo noi cosa poteva significare quel sogno?
S-, cosa poteva significare?
Quando lo raccont, pensai che non fosse vero o che gli altri presenti seduti intorno al tavolo sapessero qualcosa di cui io non ero a conoscenza, perch quello che il sogno diceva di lei sicuramente non era una cosa che voleva far sapere a tutti. Quel tocco di ingenuit che in maniera cos inaspettata era emerso nel suo modo di fare, per il resto sempre cos sofisticato, fece s che da allora in poi la guardassi con simpatia e meraviglia. Forse era questo lo scopo? In ogni caso aveva unalta opinione di Linda, ogni tanto si rivolgeva a lei per avere dei consigli, perch come me conosceva lindubbio intuito di Linda e il suo buon gusto. Che in situazioni come quella potesse arrivare ad accentrare un po troppo lattenzione su di s non era cos strano, e lontano dallessere considerato imperdonabile, daltronde quello che raccontava della vita nei corridoi del potere era sempre interessante, o per lo meno cos la pensavo io, che ne ero cos lontano. Se si ribaltava la prospettiva e si guardavano le cose dal suo punto di vista, era andata a trovare unamica cara, ma fragile, e il suo uomo taciturno, e cosa poteva fare se non prendere liniziativa e riempire quella famigliola con un po della sua gioia ed energia? Era la madrina di Vanja ed era stata da noi per il battesimo, dove aveva fatto unimpressione cos positiva su mia madre che capitava ancora che mi chiedesse di lei. Aveva mostrato interesse per quello che raccontava mia madre e laveva persino aiutata a lavare i piatti quando la festa si stava avviando alla fine, mostrando di comprendere la situazione, cos come Linda non aveva mai fatto allo stesso modo, con tutto ci che ne conseguiva in termini di cupi attriti tra lei e la mamma.  per questo che esistono le convenzioni sociali, ci aiutano a stare insieme, sono un segno di cordialit e buona volont, e dove vengono messe in atto sono tollerate anche grandi divergenze personali e idiosincrasie, cosa che purtroppo le persone idiosincratiche non capiranno mai, dato che non capirlo fa parte dellessenza stessa dellidiosincrasia. Linda non voleva servire, voleva essere servita, e la conseguenza era che non veniva servita. Mikaela, invece, serviva, e cos veniva servita. La cosa era molto semplice. Il fatto che la mamma avesse ceduto di fronte a questo mi fer nel profondo, anche perch Linda possedeva una ricchezza interiore e unimprevedibilit di tuttaltro genere. Strapiombi improvvisi, colpi inaspettati, enormi muri di resistenza. Cercare di far fluire le cose, impegnarsi per raggiungere unassenza di contrasti, questo  il contrario dellessenza dellarte, e il contrario della saggezza, che si basa sul presupposto di fermare o di essere fermati. E dunque la domanda verte su cosa scegliere, il movimento, che  vicino alla vita, o il luogo esterno al movimento, che  quello dove risiede larte, ma anche, in un certo senso, la morte?
Prendo lo stesso un po di t, dissi.
Questa  una tisana, spieg Linda. Mi sa che non ti va, vero? Comunque lacqua di l  sicuramente ancora calda".
No, preferisco di no, dissi, e andai in cucina. Mentre aspettavo che lacqua bollisse, presi una matita, mi sedetti davanti alla credenza e contrassegnai tutte le bottiglie. Solo un puntino sulle etichette, tanto piccolo che bisognava sapere che cera per vederlo.
Mi comportavo come il padre di un adolescente e mi sentivo parecchio stupido, tuttavia non avevo altra scelta. Non volevo che colei che accudiva mia figlia e che, a parte me e Linda, era la persona che aveva maggiormente a che fare con lei, bevesse alcolici mentre era con la piccola.
Poi misi una bustina di t nella tazza e ci versai sopra lacqua. Diedi unocchiata gi al Nalen, dove i cuochi stavano lavando il pavimento e le lavastoviglie fumavano per via del vapore. Dai suoni intermittenti che venivano dal soggiorno capii che Mikaela stava per tornare a casa. Andai in corridoio per salutarla. Poi mi sedetti davanti al computer, aprii internet, controllai le email, niente, entrai sul sito di un paio di quotidiani e poi cercai me stesso su Google. Cerano poco pi di 29.000 risultati. Il numero cresceva e diminuiva come una specie di indice di borsa. Navigando cliccai un po a casaccio. Evitai le interviste e le recensioni e diedi uno sguardo ad alcuni blog. Uno di questi scriveva che i miei libri non erano buoni neppure per pulircisi il culo. Attraverso un altro link arrivai alla homepage di una piccola casa editrice o di una rivista. Il mio nome era contenuto in una didascalia sotto la foto di Ole Robert Sunde e cera scritto che lui avrebbe raccontato a tutti coloro che avevano voglia di ascoltarlo quanto fosse scadente lultimo libro di Knausgrd. Poi mi imbattei nella documentazione relativa a una lite tra vicini in cui evidentemente era coinvolto un parente. Si trattava della parete di un garage che era troppo lunga o troppo corta di qualche metro.
Cosa stai facendo? chiese Linda alle mie spalle.
Mi cerco su Google.  un maledetto vaso di Pandora. Non crederesti mai a cosa arriva a scrivere la gente".
Non farlo, disse. Vieni a sederti qui, piuttosto".
Arrivo, risposi. Devo soltanto controllare prima un paio di cose".
La mattina seguente mi recai in ufficio quando Ingrid venne a prendere Vanja verso le otto. Ci restai fino alle tre a scrivere il testo della mia conferenza, alle tre e mezzo ero di nuovo a casa. Linda era nella vasca da bagno, pi tardi sarebbe uscita a cena con Christina. Andai in cucina a controllare le bottiglie. Da due di esse era stato bevuto qualcosa.
Andai da Linda, mi misi a sedere sul coperchio del water.
Ciao, mi disse sorridendo. Oggi mi sono comprata una bomba da bagno".
La vasca era piena di schiuma. Quando alz il braccio per tirarsi un po su, gliene era rimasta una striscia.
Vedo, dissi. C una cosa di cui dobbiamo parlare".
Oh?
Si tratta di tua madre. Ricordi che ti avevo detto che gli alcolici erano diminuiti notevolmente negli ultimi tempi?
Annu.
Ieri ho fatto un segno sulle bottiglie. In modo da poter controllare. E qualcuno ha bevuto. Se non sei stata tu, deve essere stata tua madre".
La mamma? 
S. Beve quando  qui con Vanja. Lo ha fatto per tutta la settimana e non c nessun motivo per credere che la cosa sia cominciata soltanto adesso".
Ne sei sicuro?
S-. Assolutamente".
Cosa facciamo?
Le diciamo che sappiamo cosa succede. E che per noi  inammissibile".
Certo".
Rimase in silenzio.
Quando tornano? chiesi dopo un po.
Lei mi guard.
Verso le cinque, rispose.
Tu cosa suggerisci? chiesi.
Dobbiamo dirglielo. Porre un ultimatum. Se lo fa di nuovo, non avr pi il permesso di stare da sola con lei".
S, dissi.
Sicuramente  una cosa che va avanti da diversi anni, comment, come assorta in se stessa. Questo spiegherebbe un bel po di cose. Era cos frenetica, in modo quasi innaturale, era quasi impossibile entrare in contatto con lei".
Mi alzai.
Non  sicuro, dissi. Pu darsi che abbia a che fare con la relazione tra lei e Vidar, che laggi si senta in gabbia. E che sia infelice".
Ma uno non comincia a bere perch  infelice quando ha pi di sessantanni, comment Linda.
Deve averlo elaborato come metodo. E da tempo".
Arrivano tra una mezzora abbondante, dissi. Lasciamo sedimentare la cosa e la affrontiamo unaltra volta, oppure lo facciamo subito e non ci pensiamo pi?
Non c niente da aspettare, rispose. Ma come glielo diciamo? Non posso farlo da sola. Non farebbe che negare e ricondurlo in qualche modo a me. Perch non lo facciamo insieme?
Tipo una riunione di famiglia?
Linda si strinse nelle spalle e spalanc le braccia dentro la vasca piena di schiuma.
S, io se no non saprei, disse.
 troppo complicato. E poi saremmo due contro uno. Come un qualsiasi tribunale daccusa. Posso farlo io. La porto fuori e le parlo".
Te la senti?
Se me la sento?  lultima cosa che ho voglia di fare a questo mondo! Lei  mia suocera, cazzo. Tutto quello che desidero  un po di decenza e dignit, di pace e quiete".
Sono contenta che lo faccia tu, disse.
Mi sembra che tu labbia presa bene, commentai.
 quasi solo nel momento in cui sono tranquilla che succede qualcosa di imprevisto, e allora scatta la crisi.  cos fin dallinfanzia. Allora era la normalit. Ci sono abituata. Ma sono anche furibonda, sappilo.  adesso che abbiamo bisogno di lei. Deve rappresentare qualcosa per i nostri figli. Che quasi non hanno famiglia. Non pu tradirci adesso. Non le  permesso, a costo di dovermene occupare di persona".
Figli? intervenni. Sai forse qualcosa che io non so?
Sorrise e scosse la testa.
No. Ma forse avverto qualcosa".
Uscii, mi richiusi la porta alle spalle, andai alla finestra del soggiorno. Sentii lacqua che spariva dallo scarico della vasca da bagno, guardai la fiaccola che tremolava al vento davanti al caff sullaltro lato di quella strada stretta, le figure scure dei passanti dai volti bianchi, quasi simili a maschere. Il vicino del piano di sopra cominci a suonare la chitarra. Linda usc nel corridoio con un asciugamano rosso avvolto a mo di turbante intorno alla testa e scomparve dietro lanta aperta dellarmadio. Andai a controllare le email. Una di Tore, una di Gina Winje. Cominciai a scriverle una risposta, ma la cancellai. Andai in cucina e preparai il caff, bevvi un bicchier dacqua. Linda si stava truccando davanti allo specchio dellingresso.
Quando arriva Christina? chiesi.
Alle sei. Comincio a prepararmi, mentre siamo soli. A proposito, com andata oggi? Sei riuscito a fare qualcosa?
Un po. Far il resto domani sera e venerd".
Parti sabato? chiese piegando la testa allindietro mentre si passava su una ciglia lo spazzolino.
S".
Lascensore si mise in moto nellingresso del condominio. Non vivevano molte persone nella palazzina e quindi era molto probabile che fossero loro. S. Lapparecchio si ferm, la porta dellascensore si apr, subito seguita dal rumore di qualcuno che armeggiava con un passeggino.
Ingrid apr la porta ed entr nel corridoio, che subito si riemp della sua presenza energico-indaffarata.
Vanja si  addormentata per strada, esord. Questo tesorino era distrutto, poverina. Ma ha fatto tante cose oggi! Siamo state a Junibacken, ho comprato un abbonamento annuale, potete tenerlo voi... cos avrete accesso gratuito per il resto dellanno..".
Pos tutti i sacchetti e, dopo aver estratto il portafogli dalla giacca, tir fuori una tessera gialla, che diede a Linda.
E poi abbiamo comprato anche un tutone nuovo, identico a quello vecchio, che era diventato un po piccolo... Spero che non vi dispiaccia".
Mi guard, scossi la testa.
E un paio di guanti nuovi abbinati".
Cerc nei sacchetti e da uno tir fuori un paio di guanti rossi.
Hanno delle clip con cui si possono fissare alle maniche. Sono belli grandi e caldi".
Guard Linda.
Stai per uscire? Oh, s, era stasera che dovevi andare fuori con Christina".
Mi guard. Allora tu e Geir dovreste trovare qualcosa da fare. Ma non voglio disturbarvi. Adesso vado".
Si volt verso Vanja, che era sdraiata nel passeggino dietro di lei con il berretto sugli occhi.
Dormir sicuramente ancora unora. Non ha dormito molto stamattina. La porto dentro?
Posso farlo io, dissi.  Ma vai a Gnesta adesso?
Mi guard con aria interrogativa.
No. Vado a teatro con Barbro. Avevo pensato di usare il tuo ufficio per unaltra notte. Credevo... Lo avevo detto a Linda. Ne hai bisogno tu?
No, no, risposi. Era solo una domanda. Dovrei parlarti, sai. C una cosa che ti devo dire".
I grandi occhi dietro le spesse lenti degli occhiali mi scrutarono con espressione un po indagatrice e un po inquieta.
Ti va di fare due passi fuori con me? chiesi.
Certo, disse.
Allora andiamo subito. Non ci vorr molto".
Allentai i dadi dei bulloni che tenevano insieme la porta a doppio battente, tirai su il chiavistello che la fissava a terra, la aprii e spinsi dentro il passeggino. Nel frattempo Ingrid and in cucina a bere un bicchiere dacqua. Mentre mi vestivo, lei aspettava a qualche metro di distanza, immersa nei suoi pensieri. Linda era andata in soggiorno.
Non starete mica per separarvi? domand quando mi richiusi la porta alle spalle. Non dirmi che vi separate..".
Mentre lo diceva, era bianca in viso.
No, no. Ma va. Voglio parlarti di tuttaltro".
Oh, meno male".
Uscimmo nel cortile sul retro e poi dal portone che si affacciava su David Bagares gata, che percorremmo fino a Malmskillnadsgatan. Non dissi niente, non sapevo come affrontare largomento, come cominciare. Anche lei rimase in silenzio, mi guard di sfuggita un paio di volte, come per esortarmi o esprimere il proprio stupore.
Non so come dirtelo, esordii quando, arrivati allincrocio, ci incamminammo verso la chiesa di Johanneskirken.
Pausa.
Le cose sono che... S, forse  meglio andare dritto al punto. So che oggi mentre accudivi Vanja hai bevuto alcolici. E che lo hai fatto anche ieri. E questo... be, in poche parole non lo tollero affatto. Non va. Non puoi fare una cosa cos".
Mi guard con attenzione per tutto il tempo mentre camminavamo.
Non che voglia controllarti, proseguii. Per me ovviamente puoi fare quello che ti pare. Ma non quando accudisci Vanja. Sono costretto a mettere dei limiti. Non va bene. Lo capisci?
No? disse stupita. Non so di cosa tu stia parlando. Non ho mai bevuto mentre accudivo Vanja. Mai. E neppure mi sarei mai sognata di farlo. Come ti  venuto in mente?
Mi sentii crollare tutto addosso. Come sempre quando mi trovavo in situazioni dove cera molto in gioco, situazioni strazianti dove mi spingevo, o venivo spinto ad andare, molto pi in l di quanto volevo, vedevo ogni cosa che mi circondava, e anche me stesso, con una strana chiarezza che andava oltre il reale. Il tetto verde di stagno del campanile della chiesa davanti a noi, gli alberi neri e spogli del cimitero che stavamo costeggiando, lautomobile di un blu scintillante che scivolava su per la strada dal lato opposto; il mio incedere con la testa china in avanti, Ingrid pi energica al mio fianco; il modo in cui sollevava lo sguardo su di me. Stupita, con unombra leggera, quasi impercettibile, di rimprovero.
Ho notato che gli alcolici sono diminuiti. Per esserne certo ieri ho contrassegnato le bottiglie. Quando sono tornato a casa, ho visto che qualcuno aveva bevuto. Non sono stato io. Le uniche che sono state in casa oggi siete tu e Linda. So che non  stata Linda. Significa che devi essere tu. Non c nessunaltra spiegazione".
Deve esserci, rispose. Perch non sono io. Mi dispiace, Karl Ove, ma non ho bevuto i tuoi alcolici".
Ascolta, replicai. Sei mia suocera. Ti voglio tutto il bene possibile. Non voglio questo. Assolutamente no. Lultima cosa che desidero  accusarti di qualcosa. Ma cosa dovrei fare, quando so come stanno le cose?
Ma questo non puoi saperlo, disse. Non sono stata io".
Mi faceva male lo stomaco. Stavo brancolando in una specie di inferno.
Devi capire, Ingrid, ripresi, che indipendentemente da quello che dici questa cosa avr delle conseguenze. Sei una nonna fantastica. Fai per Vanja e sei per lei pi di chiunque altro. Di questo sono molto felice. E voglio che continui a essere cos. Come sai, non abbiamo molte persone intorno a noi. Ma se non lo ammetti, allora non possiamo fidarci di te. Lo capisci? Questo non significa che tu non potrai vedere Vanja. Perch la vedrai, indipendentemente da quello che accadr. Ma se non lo ammetti e non ci garantisci che non si ripeter, non potrai pi vederla da sola. Non potrai mai pi stare da sola con lei. Capisci cosa intendo dire?
S, lo capisco.  un peccato. Ma allora sar cos. Non posso ammettere qualcosa che non ho fatto. Anche se ne avrei voglia. Non posso".
Okay, dissi. Non riusciamo a smuoverci da questo punto. Propongo di accantonare la questione per il momento e di riparlarne in seguito e vedere cosa possiamo fare".
Possiamo benissimo fare cos, constat. Ma questo non cambier le cose".
No, dissi.
Scendemmo le scale di fronte alla scuola francese e salimmo per Dbelnsgatan fino a Johannesplan, proseguimmo lungo Malmskillnadsgatan e poi gi per David Bagares gata, sempre in silenzio. Io a passi lunghi e a capo chino, lei quasi correndo accanto a me. Non sarebbe dovuta andare cos, lei era mia suocera, non cera nessun motivo al mondo per cui avrei dovuto riprenderla o punirla, a parte quello. Mi sembrava indegno. Tanto pi se lei negava tutto.
Infilai la chiave nella serratura e le spalancai il portone. Mi sorrise ed entr.
Come faceva a prenderla con tanta calma e a rispondere con altrettanta sicurezza?
Poteva essere stata Linda invece?
No, che cazzo.
Ma mi ero sbagliato? Avevo sbagliato a contrassegnare le bottiglie?
No.
Oppure?
Fuori sulla piazza cera la parrucchiera vestita di bianco che fumava. La salutai, lei mi sorrise. Ingrid si ferm davanti alla porta dingresso, io la aprii.
Allora io adesso vado, disse mentre salivamo le scale. Cos possiamo riparlarne pi in l, come hai suggerito tu. Forse per allora avrai capito cos successo".
Prese la sua borsa e due dei sacchetti, sorrise come sempre mentre salutava, ma non mi abbracci.
Quando se ne fu andata, Linda arriv nel corridoio.
Com andata? Cosa ti ha detto?
Ha detto che non ha mai bevuto mentre era insieme a Vanja. Neppure oggi. E che non capiva comera possibile che gli alcolici nella nostra dispensa fossero diminuiti".
Se  alcolizzata, fa parte del gioco continuare a negarlo.  parte della questione".
Possibile, dissi. Ma che cazzo facciamo? Dice solo no, non lho fatto. Io dico ma s, devi averlo fatto e lei dice no, non lho fatto. Non posso certo portare delle prove. Non abbiamo mica una telecamera nascosta in cucina".
Dato che noi lo sappiamo, non ha nessuna importanza. Se vuole portare avanti questo gioco, ne subir le conseguenze".
Che sarebbero?
S-, che non possiamo lasciarla sola con Vanja".
Porca puttana, esclamai. Che situazione di merda. Essere costretto ad andarmene in giro con mia suocera sostenendo che beve. Che storia  questa?
Sona contenta che tu lo abbia fatto. Di sicuro finir per ammetterlo".
Non credo".
Con quanta velocit una vita mette radici in un posto nuovo. Con quanta velocit passa il tempo dal momento in cui uno si sente straniero in un luogo al momento in cui il luogo lo ha risucchiato dentro di s. Tre anni prima vivevo a Bergen, allora non sapevo nulla di Stoccolma, non conoscevo nessuno a Stoccolma. Poi sono andato a Stoccolma, la sconosciuta, abitata da estranei, e gradualmente, giorno dopo giorno, ma in modo del tutto impercettibile, ho cominciato a intrecciare la mia vita con le loro, fino a quando non sono diventate inscindibili. Se fossi andato a Londra, cosa che avrei potuto benissimo fare, sarebbe successo lo stesso, solo con altre persone. Era una cosa cos casuale, e cos gravida di destino.
Ingrid telefon a Linda il giorno dopo e ammise tutto quanto. Aggiunse poi che personalmente non lo riteneva tanto grave, ma dato che per noi era cos, avrebbe preso i necessari provvedimenti affinch non fosse pi un problema per nessuno. Aveva gi fissato un appuntamento da un terapeuta per alcolisti e aveva deciso di dedicare pi tempo a se stessa e ai propri bisogni, poich riteneva che il loro problema fosse l, nel fatto che esigeva molto da se stessa.
Linda era affranta e sconsolata dopo quella conversazione perch, come aveva detto, sua madre era cos ottimista ed entusiasta che non era possibile stabilire con lei un vero contatto, era come se avesse perso il collegamento con la realt e avesse cominciato a vivere in una specie di mondo futuristico privo di complicazioni e avulso da preoccupazioni.
Non riesco a parlare con lei! Non riesco a stabilirci un vero contatto! Non fa altro che ripetere frasi fatte e banalit e quanto sia fantastico questo o quello. Tu, per esempio, hai ricevuto un sacco di elogi per il modo in cui ti sei comportato. Io sono meravigliosa e tutto  cos straordinariamente bello. Ma questo arriva dopo un solo giorno che le abbiamo detto che non vogliamo che beva quando si occupa di Vanja. Sono molto preoccupata per lei, Karl Ove.  come se soffrisse, ma non lo sapesse neppure lei, non so se capisci. Rimuove tutto. Si merita una bella vecchiaia. Non deve vivere tra sofferenze e tormenti e bere per attutirli. Ma cosa posso fare io? Non vuole aiuto. Non vuole neppure ammettere che nella sua vita ci siano problemi".
Ma tu sei sua figlia, dissi.  ovvio che lei non voglia che tu laiuti. O che non voglia ammettere che qualcosa non sia come dovrebbe. Tutta la sua vita  orientata ad aiutare gli altri. Tu, tuo fratello, vostro padre, i suoi vicini. Se foste voi ad aiutarla, tutto si sfalderebbe".
Hai ragione. Ma voglio solo stabilire un contatto con lei, capisci?
Certo".
Cinque giorni pi tardi ricevetti una email con lintervista dellAftenposten. Quando la lessi ne rimasi molto rammaricato. Era sconfortante. Non potevo accusare altri se non me stesso, tuttavia scrissi una lunga risposta al giornalista, in cui cercai di approfondire il mio punto di vista o, meglio, cercai di dare alla cosa un barlume di quella seriet che aveva nei miei pensieri. Il giornalista mi telefon subito, proponendomi di inserire la mia email come allegato allintervista sulla pagina web, offerta a cui dissi no, la questione non era quella. Lunica cosa che potevo fare era non comprare quel giorno il quotidiano e non pensare pi a quanto apparivo stupido. E se lo ero, peggio per me. Ma corredevano quelle interviste-ritratto le foto della vita di chi vi veniva rappresentato, e dato che io non ne avevo, avevo chiesto a mia madre di spedirmene alcune. Dal momento che non erano arrivate entro il termine stabilito, e il giornalista me le aveva chieste, chiamai Yngve, che dopo aver scannerizzato alcune di quelle che aveva gliele invi tramite email, mentre le foto della mamma arrivarono con la posta ordinaria una settimana pi tardi, accuratamente incollate su fogli di carta spessa, con dettagliate didascalie scritte a mano. Capii quanto lei fosse orgogliosa mentre io ero in preda a una disperazione tale da percepirla quasi come un muro interiore che mi opprimeva. La prima cosa che mi venne in mente fu di scomparire nelle profondit di un bosco, costruirmi una capanna e starmene l, lontano dal senso del pudore e dagli sguardi della gente, a fissare le fiamme di un fal. Gli esseri umani, chi aveva bisogno degli esseri umani?
Un giovane norvegese del sud dalle dita ingiallite dalla nicotina e i denti leggermente macchiati, aveva scritto, quella frase mi era rimasta scolpita dentro.
Ma era quello che mi meritavo. Molti anni prima non avevo io stesso scritto unintervista a Jan Kjrstad dal titolo Luomo senza mento? E questo senza capire che offesa fosse...
Ah ah ah!
No, cazzo, non cera niente di cui preoccuparsi. Dora in avanti avrei detto di no a tutto, avrei resistito gli ultimi mesi a casa con Vanja e poi avrei ricominciato a lavorare ad aprile. In modo sodo, metodico e alla ricerca di ci che dava gioia, energia, luce. Prendendomi cura di quello che avevo, dimenticando tutto il resto.
In quel momento Vanja si svegli in camera da letto. La tirai su, la strinsi a me e girai per la stanza per qualche minuto fino a quando non ebbe finito di piangere e non era pronta per mangiare. Riscaldai una patata e dei piselli nel microonde, li schiacciai con un po di burro fino a ridurli in pur, diedi unocchiata nel frigo in cerca di carne o qualcosa di simile, trovai una ciotola con due bastoncini di pesce, riscaldai anche quelli e glieli misi davanti. Aveva fame, e dal momento che potevo vederla dal soggiorno vi tornai per controllare nuovamente la posta, risposi a un paio di email, mentre tendevo lorecchio per captare quello che stava facendo, se per caso sembrasse insoddisfatta.
Hai mangiato tutto! esclamai quando andai in cucina. Sorrise contenta e gett per terra la tazza antigoccia. La sollevai, lei cerc di afferrare la barbetta che avevo sul mento, mi mise le dita in bocca. Risi e la lanciai per aria un po di volte, presi un pannolino in bagno e la cambiai, la posai per terra e andai a buttare quello vecchio nella spazzatura sotto il lavello. Quando ritornai, lei barcollava in piedi nel mezzo della stanza. Cominci a venire verso di me.
Uno! Due! Tre! Quattro! Cinque! Sei! contai. Nuovo record!
Lei stessa aveva notato che era successo qualcosa di eccezionale, perch era radiosa. Forse era la sensazione straordinaria di camminare a riempirla.
La preparai per uscire e in braccio la portai gi nel vano delle biciclette dove cera il passeggino. La giornata era luminosa e primaverile, anche se non brillava il sole. Lasfalto era asciutto. Mandai a Linda un messaggio sulla passeggiata pi lunga di nostra figlia. Fantastico! rispose. Sono a casa per mezzogiorno e mezzo. Vi amo!
Entrai nel supermercato sotto la stazione della metropolitana di Stureplan, comprai un pollo arrosto, un cespo di insalata, qualche pomodoro, un cetriolo, delle olive nere, due cipolle rosse e una baguette, sulla strada di ritorno mi infilai da Hedengrens e trovai un libro sulla Germania nazista, i primi due volumi de Il capitale, 1984 di Orwell, che non ero mai riuscito a leggere, una raccolta di saggi dello stesso autore, un libro di Ekerwald su Cline e lultimo romanzo di Don DeLillo, a quel punto Vanja mi imped di continuare e cos fui costretto ad andare a pagare. Del romanzo di DeLillo mi pentii subito non appena uscii dal negozio perch, nonostante un tempo fossi stato un suo fan, soprattutto dei romanzi I nomi e Rumore bianco, non ero riuscito a leggere pi di met di Underworld, e dato che il libro successivo era terribile, era chiaro che come scrittore era praticamente finito. Per poco non tornai indietro per cambiarlo, cerano un altro paio di opere che avevo visto e che pensavo di prendere, per esempio lultimo romanzo di Esterhzy, Harmonia Caelestis, che parlava di suo padre. Ma preferivo non leggere romanzi in svedese, era troppo vicino alla mia lingua madre, minacciava in continuazione di infiltrarsi e demolirla, e quindi, se il titolo esisteva in norvegese, lo affrontavo in norvegese, anche perch leggevo troppo poco nella mia lingua. Inoltre non avevo molto tempo se volevo preparare il pranzo per Linda prima che arrivasse a casa. Ed era chiaro che Vanja pensava di aver visto abbastanza della libreria.
In cucina, preparai uninsalata di pollo, affettai il pane, apparecchiai, il tutto mentre seduta per terra Vanja colpiva con il martelletto di legno le tre sfere dello stesso materiale che in questo modo cadevano attraverso un pezzo di legno e scivolavano lungo una specie di canaletto fino a sbucare sul pavimento.
Riusc a giocare per cinque minuti prima che la russa si mettesse a picchiare nelle tubature. Odiavo quel rumore, odiavo aspettare che arrivasse, ma adesso non era del tutto ingiustificato, quel martellare avrebbe fatto impazzire chiunque, quindi tolsi a Vanja il giocattolo e la infilai nel seggiolone, dopo averle messo un bavaglino, le diedi una fetta di pane con il burro, in quel momento entr Linda.
Ciao! disse, venne verso di me e mi abbracci.
Ciao, risposi.
Stamattina sono passata in farmacia, prosegu guardandomi con occhi sfavillanti.
S?
Ho comprato un test di gravidanza".
S? Che cosa vorresti dirmi?
Avremo un altro figlio, Karl Ove!
Davvero?
Avevo le lacrime agli occhi.
Lei annu. Anche lei aveva gli occhi lucidi.
Sono cos contento, dissi.
S, non sono riuscita a parlare daltro dalla terapeuta. Ho pensato soltanto a questo per tutto il giorno.  fantastico".
Lhai detto alla terapeuta prima di dirlo a me?
S?
Coshai al posto del cervello? Credi che il bambino sia solo tuo? Non puoi andare a raccontarlo ad altri prima di dirlo a me. Ma sei normale?
Oh, Karl Ove, mi dispiace. Non ci ho pensato. Ero solo cos presa dalla notizia. Ma non lho fatto apposta. Per favore, non lasciare che questo rovini tutto".
La guardai.
No, risposi. Non  poi una tragedia. Guardando il quadro generale, intendo".
Quella notte mi svegliai che lei stava piangendo. Ferita e singhiozzando come solo lei sapeva fare. Le accarezzai la nuca.
Cosa c, Linda? sussurrai. Perch piangi?
Le sue spalle sussultavano.
Cosa c? chiesi di nuovo.
Gir la faccia verso di me.
Ho solo fatto il mio dovere!rispose. Nientaltro".
Eh? dissi. Ma di cosa stai parlando?
S, di stamattina. Sono andata in farmacia e ho comprato quel test perch ero curiosa, non stavo pi nella pelle! E poi, quando ho visto la risposta, dovevo andare dalla terapeuta! Non mi  neppure passato per la testa che sarei potuta tornare a casa! Pensavo di dover andare da lei per forza!
Riprese a singhiozzare.
Sarei potuta tornare a casa per raccontarti quella splendida notizia! Subito! Non cera bisogno che andassi dalla terapeuta!
La accarezzai sulla schiena, tra i capelli.
Ma tesoro mio, non fa niente! dissi. Non ha nessuna importanza! L per l mi sono un po arrabbiato, ma capisco. Lunica cosa importante  che avremo un figlio, cazzo!
Mi guard e sorrise tra le lacrime.
Lo pensi davvero? chiese.
La baciai.
Le sue labbra sapevano di sale.
Quella sera di novembre, mentre ero seduto al buio sulla veranda dellappartamento di Malm dopo essere stato alla festa di compleanno con Vanja, erano passati quasi due anni da allora. La piccola, che allora era stata appena concepita, non solo era nata, ma aveva gi un anno. Lavevamo battezzata Heidi, era una bambina allegra e felice, pi robusta della sorella per alcuni versi, sensibile come lei per altri. Durante il battesimo Vanja aveva gridato un No! No! No! che era riecheggiato in tutta la chiesa mentre il prete bagnava la testa della sorellina con lacqua, ed era impossibile non ridere, era come se lei reagisse fisicamente allacqua benedetta, come un piccolo vampiro o un diavoletto. Quando Heidi aveva nove mesi, ci trasferimmo a Malm, quasi dimpulso: nessuno di noi cera mai stato e non conoscevamo nessuno, ma ci andammo per dare unocchiata a un appartamento e prendemmo una decisione dopo essere rimasti in quella citt per cinque ore in tutto. Avremmo abitato l. Lappartamento, in cima a un edificio in pieno centro, era grande, centotrenta metri quadri, e dato che si trovava cos in alto era pieno di luce da mattina a sera. Niente poteva fare pi al caso nostro, lesistenza a Stoccolma era diventata sempre pi buia, alla fine non avevamo visto altra soluzione se non andarcene. Lontano dalla russa pazza, con cui ci eravamo arenati in un conflitto irrisolvibile, e che continuava a mandare i suoi reclami al padrone di casa, che alla fine aveva deciso di occuparsi personalmente della faccenda e ci aveva convocati per un incontro, senza che ci portasse a niente, perch anche se credevano a noi, perch alla fine erano arrivati a quella conclusione, non cera niente che potessero fare. Prendemmo noi in mano la situazione. Dopo un episodio in cui lei era salita al nostro piano e io, con Vanja e Heidi in braccio, le avevo chiesto di starci lontana, cosa a cui aveva risposto che da lei cera un uomo che avrebbe mandato su per picchiarmi, telefonammo alla polizia e la denunciammo per minacce e molestie. Non avrei mai creduto di arrivare a tanto, per lo feci. La polizia non poteva fare niente, ma non era quella la cosa pi importante, perch le mandarono due assistenti sociali, due tizi che vennero a vedere in che condizioni vivesse, e per lei non poteva esserci umiliazione pi grande. Oh, quanto ne godetti! Ma questo non miglior comunque i rapporti con il vicinato. E con due bambine nel mezzo di una grande citt, dove le uniche zone verdi e senza macchine erano i parchi in cui le portavamo a prendere aria come i cani, il dubbio era solo dove e quando traslocare. Linda voleva andare in Norvegia, io no, e quindi restava da decidere tra due citt in Svezia, Gteborg e Malm, e, dato che Linda associava la prima a qualcosa di negativo, poich era stata costretta a interrompere gli studi di Scrittura letteraria dopo solo poche settimane perch stava troppo male, la questione era chiara: se ci fosse piaciuta la sensazione delle ore passate l, ci saremmo trasferiti a Malm. Malm era aperta, il cielo era alto sopra la citt, il mare era vicino, cera una grande spiaggia a solo pochi minuti dal centro, Copenaghen distava solo quaranta minuti e latmosfera della citt era rilassata, vacanziera, completamente diversa dallaspetto severo, rigido, del fare carriera di Stoccolma. I primi mesi a Malm furono meravigliosi, andavamo a fare il bagno tutti i giorni, ci sedevamo a mangiare in veranda dopo che le bambine erano andate a dormire, pieni di ottimismo, pi vicini di quanto non lo fossimo stati negli ultimi due anni. Ma le tenebre si insinuarono anche l, in modo lento e impercettibile colmarono tutte le parti della mia vita, il nuovo perse la sua patina di splendore, il mondo scivol via, ricomparve il fremito della frustrazione.
Come quella sera mentre Linda e Vanja stavano mangiando in cucina, e Heidi dormiva febbricitante nel lettino con le sponde nella nostra camera da letto, e io avevo quasi la nausea al pensiero dei piatti da lavare, delle stanze che sembrava fossero state metodicamente passate in rassegna come in una perquisizione, come se qualcuno avesse svuotato per terra tutto quello che cera nei cassetti e negli armadi, al pensiero della sporcizia e della sabbia sul pavimento, della montagna di panni sporchi nel bagno. Del romanzo che stavo scrivendo, senza che ci mi portasse da nessuna parte. Avevo impiegato due anni per niente. Il senso di soffocamento e di chiuso della vita in appartamento. Le nostre liti, che crescevano e diventavano sempre meno gestibili. La gioia che era scomparsa.
La mia rabbia era meschina, si scatenava per via di cose futili: chi se ne frega di chi una volta ha lavato che cosa, quando uno rivede la propria vita, quando si tirano le somme della propria esistenza? Linda oscillava tra i suoi diversi stati psichici ed emotivi e quando toccava il fondo non faceva altro che rimanere sdraiata sul divano o a letto, e quello che allinizio della nostra relazione aveva suscitato in me ogni genere di premura nei suoi confronti adesso mi faceva infuriare: dovevo fare tutto io mentre lei se ne stava l completamente apatica? S, potevo farlo, ma non senza delle condizioni. Lo facevo e avevo il diritto di essere arrabbiato e adirato, ironico, sarcastico, talvolta infuriato. Questa mancanza di gioia si espandeva molto al di fuori di me, raggiungeva lessenza della nostra vita insieme. Linda diceva che tutto ci che chiedeva era che fossimo una famiglia felice. Era quello che voleva, quello che sognava, che fossimo una famiglia felice e contenta. Tutto ci che io sognavo era che lei sbrigasse le faccende domestiche quanto me. Lei asseriva di farlo e quindi eccoci l, con le nostre accuse, la nostra ira e i nostri desideri, nel mezzo della vita, che era la nostra vita e di nessun altro.
Come poteva succedere che la gente buttasse via la propria esistenza irritandosi per i lavori domestici? Comera possibile?
Io volevo pi tempo a disposizione per me stesso, essere disturbato il meno possibile. Volevo che Linda, che gi stava a casa con Heidi, si occupasse anche di Vanja, in modo che io potessi lavorare. Lei non voleva. O forse voleva, ma non ce la faceva. In un modo o nellaltro, tutti i nostri conflitti e le nostre liti ruotavano attorno a questa dinamica. Se non fossi riuscito a scrivere per causa sua e delle sue esigenze, lavrei lasciata, molto semplicemente. In un certo senso lo sapeva. Lei tirava i miei limiti in base ai propri bisogni di vita, ma non si spingeva mai fino a farmi raggiungere il punto di rottura. Per ci ero vicino. Il mio modo di vendicarmi era darle tutto quello che pretendeva, cio mi occupavo delle bambine, lavavo i pavimenti, facevo il bucato, la spesa, preparavo la cena e guadagnavo tutti i soldi di modo che lei non avesse nessun motivo concreto di cui lamentarsi quando si trattava di me e del mio ruolo in famiglia. Lunica cosa che non le davo, e che era la sola che desiderava, era il mio amore. Questo era il modo in cui mi vendicavo. Assistevo con la pi assoluta freddezza al modo in cui la disperazione lattanagliava sempre pi fino a quando alla fine non reggeva e inveiva contro di me in preda alla rabbia, alla frustrazione e alla nostalgia. Qual  il problema? dicevo allora. Pensi che io non faccia abbastanza? Sei esausta, dici. Ma posso tenere io le bambine domani. Posso portare Vanja allasilo e poi posso uscire con Heidi, mentre tu dormi e ti riposi. Poi posso riprendere Vanja nel pomeriggio e occuparmi di loro la sera. Va bene, no? Cos tu puoi riposarti, dato che sei cos stanca. Alla fine, quando aveva esaurito gli argomenti, capitava che cominciasse a lanciare e a rompere oggetti. Un bicchiere, un piatto, qualsiasi cosa si trovasse a portata di mano. Era lei che avrebbe dovuto occuparsi della casa e delle bambine al posto mio, di modo che io potessi lavorare, ma non lo faceva. E dato che lessenza del suo problema non risiedeva in questo, cio che lei avesse troppo da fare, ma al contrario che non ci fosse amore, ma solo astio, irritazione, frustrazione e rabbia nelluomo che amava, cosa che lei non riusciva affatto a esprimere, la miglior vendetta per me era prenderla in parola. Oh, quanto ci godevo quando lei cadeva nella trappola e potevo soddisfare tutte le sue richieste. Dopo gli attacchi di rabbia, che sopraggiungevano inevitabili, dopo che ci eravamo coricati, si metteva spesso a piangere e voleva una riappacificazione. Questo mi forniva la possibilit di rinforzare ulteriormente la mia vendetta, perch io non la desideravo.
Ma vivere cos era impossibile e neppure lo volevo perci quando la rabbia, che era cos forte e implacabile, sfumava e tutto ci che restava era una lacerazione dellanima, come se tutto quello che possedevo stesse per frantumarsi, ci riappacificavamo, ci riavvicinavamo, vivevamo come un tempo facevamo sempre. Poi tutto il processo ricominciava da capo, era ciclico, come qualcosa che avviene in natura.
Spensi la sigaretta, bevvi lultimo sorso di Coca sgasata e mi alzai, mi appoggiai alla ringhiera e guardai in alto verso il cielo, dove una luce pendeva immobile in qualche punto esterno alla citt, troppo bassa per essere una stella, troppo silenziosa per essere un aereo.
Che diavolo?
La fissai per diversi minuti. Poi di colpo vir a sinistra e capii che si trattava di un aereo. Immobile perch la sua rotta puntava verso di me mentre si stava abbassando su stersundet.
Qualcuno buss alla finestra e mi voltai. Era Vanja, sorrise e mi salut con la mano. Aprii la porta.
Vai a letto?
Annu.
Volevo augurarti la buonanotte, pap".
Mi chinai e la baciai sulla guancia.
Buonanotte! Sogni doro!
Buonanotte!
Corse lungo il corridoio ed entr nella stanza, piena di energia anche dopo una giornata cos lunga.
Era meglio che mi mettessi a lavare quei dannati piatti.
Raschiare gli avanzi di cibo per buttarli nella spazzatura, rovesciare i resti di latte e acqua dai bicchieri, svuotare i lavelli dalle bucce di mela e carota, dalle confezioni di plastica e dalle bustine di t, sciacquarli e mettere tutto sul ripiano, riempire i lavelli di acqua bollente, versarci un po di detersivo, appoggiare la fronte contro larmadietto e mettersi a lavare bicchiere per bicchiere, tazza per tazza e piatto per piatto. Sciacquare. Poi, quando lo scolapiatti era pieno, cominciare ad asciugare per fare posto al resto. Poi il pavimento, che doveva essere pulito e strofinato nel punto in cui Heidi si era seduta. Chiudere con un nodo il sacchetto della spazzatura e prendere lascensore fin sotto nello scantinato, attraversare quei corridoi caldi e labirintici fino a raggiungere la stanza dellimmondizia, che era ridotta a uno schifo e scivolosa per via del lerciume, con i tubi che pendevano dal soffitto come siluri, pieni di pezzi di adesivo strappato e nastro isolante e sulla cui porta era scritto, con un tipico eufemismo svedese, Miljrum, stanza per lambiente, gettare i sacchetti dentro uno dei grossi contenitori verdi, non senza pensare a Ingrid che, lultima volta che era stata l, aveva trovato in uno di essi centinaia di piccole tele e le aveva portate tutte in casa nostra, cosa che credeva ci avrebbe fatto altrettanto felici quanto lei al pensiero che adesso le bambine avrebbero avuto materiale su cui dipingere per parecchi anni a venire, richiudere il coperchio e tornare indietro, in casa, dove in quel momento Linda stava uscendo in punta di piedi dalla camera delle bambine.
Dorme? chiesi.
Linda annu.
Che bravo che sei stato, comment fermandosi sulla porta della cucina. Ti va un bicchiere di vino? C ancora la bottiglia che ha portato Sissel lultima volta che  stata qui".
Il mio primo impulso era rispondere di no, non voglio assolutamente del vino. Ma quella breve escursione fuori dallappartamento mi aveva stranamente reso un po pi tenero nei suoi confronti, perci annuii.
Perch no, risposi.
Due settimane pi tardi, un pomeriggio mentre come due furie scatenate Heidi e Vanja gridavano, correvano intorno a noi e saltavano sul divano, stretti luno allaltra fissavamo per la terza volta nella nostra vita la lineetta blu che era apparsa su un piccolo bastoncino bianco, sopraffatti dallemozione. Era John che in quel modo ci stava preannunciando il suo arrivo. Nacque alla fine dellestate successiva, dolce e tranquillo fin dal primo istante, sempre incline alla risata, persino quando intorno a lui imperversava il peggiore dei tumulti. Spesso sembrava che qualcuno lavesse trascinato in mezzo ai rovi, pieno dei graffi che Heidi gli faceva non appena ne aveva loccasione, spesso con il pretesto di un abbraccio o di un buffetto amichevole sulla guancia. Quello che un tempo mi aveva infastidito terribilmente, spingere il passeggino in giro per la citt, adesso era una faccenda completamente chiusa e dimenticata, eccomi a spingerne uno tutto scassato con tre bambini a bordo, spesso con due o tre sacchetti che mi pendevano da una mano, con rughe profonde che mi solcavano la fronte simili a delle incisioni proseguendo lungo le guance e gli occhi che ardevano di una selvaticit vuota con cui da tempo avevo perso ogni contatto. Non mi importava pi niente delle eventuali componenti femminee implicite in quello che facevo, adesso era importante portare i bambini ovunque fosse necessario, senza che si mettessero a sedere scontrosi per terra e si rifiutassero di proseguire, o cercando di evitare qualunque cosa che potessero inventarsi che cozzava contro i miei desideri di passare una mattinata e un pomeriggio tranquilli. Una volta una comitiva di turisti giapponesi si ferm sullaltro lato della strada e prese ad additarmi come se io stessi guidando la parata di un circo o qualcosa di simile. Mi additarono. Ecco il maschio scandinavo! Guardate, e raccontate ai vostri nipoti quello che avete visto!
Ero cos orgoglioso dei miei figli. Vanja era energica e coraggiosa, era difficile credere che quel corpicino cos gracile avesse una cos grande fame di movimento, che fosse in grado di impossessarsi con tanta avidit del mondo fisico con i suoi alberi e i suoi parco giochi, le piscine e i campi aperti, e quellessere introversa che laveva frenata cos tanto durante i primi mesi al nuovo asilo era sparito del tutto a tal punto che il cosiddetto colloquio per lo sviluppo successivo si bas sul tema opposto. Il problema adesso non era pi che Vanja si ritraeva, che non voleva relazionarsi con gli adulti, che non voleva mai dirigere il gioco, al contrario era il fatto che forse qualche volta occupava troppo spazio, come si espressero ricorrendo a parole molto caute, ed era troppo concentrata nellessere la numero uno. Tanto per essere chiari, disse il direttore dellasilo, capita che rasenti comportamenti di bullismo nei confronti di alcuni bambini. La cosa positiva in tutto ci, prosegu,  che per poterlo fare deve comprendere la situazione ed essere abbastanza intelligente da sfruttarla. Ma stiamo agendo in modo da farle capire che non pu comportarsi cos. Avete forse qualche idea da dove abbia preso quella specie di ritornello, sapete, na-na-na-na-naaa-na? Se lo ha sentito in qualche film per esempio? Cos potremmo proiettarlo e spiegare ai bambini che cos". Dopo lultimo incontro, in cui avevano parlato di un logopedista e avevano interpretato la sua timidezza come un difetto o una carenza, non mi importava nulla di cosa pensassero di lei. Aveva appena compiuto quattro anni, tra qualche mese si sarebbe lasciata alle spalle tutto questo... Heidi non era altrettanto selvaggia, possedeva tutto un altro genere di padronanza fisica, era come se risiedesse nel proprio corpo in un modo completamente diverso da Vanja, che era capace di lasciarsi trasportare totalmente dalla fantasia e per cui la finzione era solo una variante della realt. Mentre Vanja si infuriava e si faceva sopraffare dalla disperazione quando non riusciva a padroneggiare una cosa fin dal primo istante e accettava con gratitudine qualsiasi forma di assistenza, Heidi voleva fare tutto da sola, si offendeva se le offrivamo un aiuto e insisteva fino a quando non ci riusciva. Che aria di trionfo si leggeva allora sul suo viso! Si arrampic fino in cima al grande albero che si trovava nel parco giochi prima di Vanja. La prima volta si resse con le braccia intorno al ramo pi alto. La seconda, spinta da una smania infantile, ci si arrampic sopra. Io ero seduto su una panchina intento a leggere il giornale quando la sentii urlare: era seduta allestremit del ramo, senza niente a cui aggrapparsi, a sei metri da terra. Un movimento non calcolato e sarebbe caduta. Mi arrampicai e la afferrai, ma non riuscii a trattenermi dal ridere, ma cosa ci sei andata a fare lass? Quando camminava, faceva spesso un balzo in pi e quello, pensavo, era un saltello di felicit. Era lunica della famiglia a essere davvero felice, a quanto sembrava, o almeno la sola ad avere una propensione per la gioia. Tollerava tutto, a parte essere rimproverata. Allora il labbro si sollevava tremolante, le lacrime cominciavano a schizzarle dagli occhi e poteva passare unora prima che si lasciasse consolare. Adorava giocare con Vanja, allora le andava bene tutto, accettava tutto, e adorava andare a cavallo. Quando era in groppa al suo asino nel parco di divertimenti dove eravamo stati lestate prima lo faceva con un viso raggiante di orgoglio. Ma neppure questo era riuscito a far cambiare idea a Vanja, lei non voleva andare a cavallo, non voleva andarci mai pi, si era aggiustata gli occhiali sul naso e, dopo essersi accucciata allimprovviso davanti a John, aveva cacciato un urlo che aveva fatto girare tutte le persone nei paraggi, che si erano messe a guardarci. Ma a John era piaciuto, anche lui si era messo a gridare a mo di risposta, e poi erano scoppiati a ridere tutti e due.
Il sole cadeva obliquo sopra le foreste di abeti a ovest. Il cielo aveva quel colore blu profondo che ricordavo dallinfanzia e che amavo. In quel momento qualcosa si  sciolto dentro di me, qualcosa stava salendo prepotentemente a galla. Ma non potevo farne uso. Il passato non era nulla.
Linda ha sollevato Heidi da quello stupido asino. Lei ha fatto ciao con la mano allanimale e alla donna che vendeva i biglietti.
Ecco fatto, ho detto. Adesso andiamo dritti a casa".
Adesso lautomobile era quasi lunica rimasta in quellenorme parcheggio coperto di ghiaia. Mi sono seduto sul bordo di pietra che lo delimitava e scorreva davanti alla vettura con Heidi in grembo, e le ho cambiato il pannolino. Ho allacciato la cintura di sicurezza a John che sedeva davanti e non riusciva a tenere gli occhi aperti, mentre Linda faceva lo stesso con le bambine dietro.
Avevamo noleggiato una grossa Volkswagen rossa. Quella era solo la quarta volta che guidavo da quando avevo preso la patente, quindi tutto quello che aveva a che fare con la guida mi riempiva di gioia: mettere in moto, inserire le marce, premere lacceleratore, fare retromarcia, tenere il volante. Era tutto divertimento. Non avevo mai immaginato che un giorno avrei guidato lautomobile, non rientrava nellimmagine che avevo di me stesso, e quindi la contentezza  stata ancora pi grande quando mi sono ritrovato a sfrecciare a centocinquanta chilometri allora sullautostrada diretto verso casa, con quel ritmo uniforme, quasi indolente, mettere la freccia, sorpassare, rimettere la freccia per rientrare, in un paesaggio inizialmente caratterizzato da boschi, poi, dopo una lunga e leggera salita su per unenorme collina, da immensi campi di grano, dai bassi edifici agricoli, bellamente raggruppati e da boschetti di caducifoglie, mentre il mare si stendeva per tutto il tempo simile a un lembo blu a ovest.
Guardate! ho esclamato quando siamo arrivati in cima e sotto di noi si apriva il paesaggio della Scania. Quanto  bello!
Campi dorati di grano, boschi verdi di faggi, mare azzurro. Il tutto reso ancora pi intenso e quasi tremolante dalla luce del sole che stava tramontando.
Nessuna risposta.
Che John dormisse, lo sapevo. Ma quelle dietro, si erano spente anche loro?
Mi sono voltato a guardare.
S. Sui sedili posteriori cerano tre fanciulle con le bocche aperte e gli occhi chiusi.
Una sensazione di felicit mi  esplosa dentro.
 durata un secondo, due secondi, forse tre secondi. Poi  arrivata lombra che laccompagnava sempre, lo strascico oscuro della gioia.
Ho picchiato la mano sullo sterzo mentre cantavo seguendo la musica. Era lultimo cd dei Coldplay, un album che in realt non sopportavo, ma che avevo scoperto era perfetto durante la guida. Una volta avevo provato la stessa sensazione di adesso. Avevo sedici anni, ero innamorato, in viaggio attraverso la Danimarca una mattina destate, era molto presto, stavamo andando a Nykping per un ritiro di calcio, tutti quanti nel pullman, a parte lautista e me, che ero seduto sul sedile anteriore, stavano dormendo. Aveva messo Brothers in Arms dei Dire Straits, che era uscito quella primavera e che, insieme a The Dream of a Blue Turtle di Sting e a Its My Life dei Talk Talk era stato la colonna sonora di tutte le cose favolose che mi erano successe negli ultimi mesi. Il paesaggio piatto, il sole che stava sorgendo, limmobilit allesterno, le persone che dormivano, quel guizzo cos forte di felicit da ricordarmelo ancora venticinque anni dopo. Ma in quella felicit non cera nessuna ombra, era stata pura, incontaminata, autentica. Allepoca la vita era l davanti a me. Tutto poteva succedere. Tutto era possibile. Ora non era pi cos. Erano accadute molte cose e ci che era avvenuto aveva posto le premesse per quello che poteva capitare.
Non soltanto le possibilit si erano ristrette. Anche i sentimenti con cui le vivevo erano pi deboli. La vita meno intensa. E sapevo di trovarmi a met strada, forse un po di pi che a met. Quando John avrebbe avuto i miei stessi anni, io ne avrei compiuti ottanta. Quindi avevo un piede nella fossa, se non ci ero gi finito con tutte le ossa. Tra dieci anni avrei avuto cinquantanni. Tra venti, sessanta.
Era forse strano che la felicit fosse velata da unombra?
Ho messo la freccia per sorpassare un tir. Non ero cos esperto da non provare un certo nervosismo quando lauto cominciava a sbandare leggermente sotto la pressione degli spostamenti daria. Ma paura non ne avevo, lavevo avuta solo una volta da quando guidavo ed era successo il giorno dellesame di guida. Era un mattino presto nel cuore dellinverno, fuori era buio, non avevo mai guidato con loscurit. Pioveva a dirotto, non avevo mai guidato mentre diluviava. Per giunta lesaminatore era un uomo dallaria poco affabile e poco benevola. Naturalmente avevo imparato a menadito i passaggi preliminari da eseguire prima di mettersi in moto e che riguardavano i controlli di sicurezza da fare. La prima cosa che mi comunic fu che li avremmo saltati. Vedi solo di spannare i vetri e poi diciamo che va bene cos. Non sapevo come fare perch non rientrava nella sequenza che sapevo a memoria e quando lo scoprii, dopo aver armeggiato per due minuti con il cruscotto, dimenticai che dovevo girare la chiave per farlo funzionare, cosa che spinse lesaminatore a guardarmi dicendomi ma lei sa guidare una macchina, vero? e sconsolato accendere il motore per me. Dopo un inizio cos disastroso non mi aiut per niente il fatto che le gambe fossero totalmente fuori dal mio controllo, tremavano e fremevano, e che la motricit fine fosse praticamente assente, quindi pi che fluire nel traffico procedevamo a balzi. Era completamente buio. Lora di punta del mattino. Pioggia a catinelle. Dopo un centinaio di metri lesaminatore mi domand cosa facevo nella vita. Risposi che ero uno scrittore. Di colpo divenne molto interessato. Disse di essere un pittore. Aveva fatto una mostra, tra laltro. Cominci a chiedermi che cosa scrivevo. Mi ero appena messo a parlare di En tid for alt quando mi comunic il nome di un posto. Davanti a noi cera uno svincolo enorme. Non vidi nessun cartello con quel nome. Mi domand se il mio libro fosse stato pubblicato in svedese. Annuii. Eccolo! Ecco il cartello. Ma dallaltra parte, nella corsia pi interna! Sterzai e diedi gas e lui fren con tanta violenza che inchiodammo.
C il semaforo rosso! esclam. Non lo ha visto? Rosso!
Non avevo neppure notato che ci fosse un semaforo.
Allora fine della corsa? chiesi.
Purtroppo, rispose. Quando siamo costretti a intervenire, c la bocciatura. Funziona cos. Vuole guidare ancora un po?
No. Torniamo indietro".
Lesame era durato tre minuti. Ero a casa alle nove e mezzo, Linda mi fiss ansiosa.
Bocciato! dissi.
Oh, no! fece lei. Povero te! Cos successo?
Sono passato con il rosso".
 vero?
Certo che  vero! Chi avrebbe creduto stamattina presto quando mi sono alzato che sarei passato con il rosso allesame di guida! Ma non  una tragedia. Andr bene la prossima volta. Non passo con il rosso a due esami di fila".
Non era davvero un problema. Non avevamo lautomobile, quindi non faceva nessuna differenza se prendevo la patente a gennaio o a marzo. E avevo gi sborsato talmente tanti soldi per le lezioni di guida che una manciata in pi o in meno non mi cambiava la vita. Lunica cosa era che avevamo programmato una gita alla fine del mese. Avevo accettato un incarico a Sgne nella Norvegia meridionale, lidea era di andarci in auto, tutta la famiglia, e poi di dirigerci a Sandya, unisola sul mare di fronte a Tvedestrand, alloggiare in una pensione per un paio di giorni e vedere come era. In verit avevo visto Sandya diversi anni prima e avevo pensato che fosse un posto perfetto dove vivere. Unisola senza macchine, circa duecento abitanti, con un asilo e una scuola elementare fino alla terza. Il paesaggio era identico a quello in cui ero cresciuto e in cui desideravo tornare, tranne il fatto che non era quello, non era Tromya o Arendal o Kristiansand, dove non sarei voluto tornare per niente al mondo, ma qualcosaltro, qualcosa di nuovo. A volte pensavo che la nostalgia per il paesaggio in cui si  cresciuti fosse biologica, come innata. Che listinto che poteva portare un gatto a vagare per centinaia di chilometri a caccia del suo luogo di origine albergasse anche in noi, dentro lanimale uomo, allo stesso livello di altre correnti profondamente arcaiche che pervadevano il nostro io interiore.
Mi capitava di guardare le foto di Sandya su internet, e la bramosia che mi dava la vista di quel paesaggio era cos forte da mettere in ombra il potenziale senso di solitudine e abbandono che avremmo avuto vivendoci. Non per Linda, naturalmente, lei era pi scettica, ma non del tutto restia allidea. Abitare nel bosco vicino al mare sarebbe stato incredibilmente meglio per noi che abitare al sesto piano al centro della citt. Quindi meditammo a lungo sulla faccenda, tanto da decidere di andare a fare un sopralluogo. Ma poi non mi diedero la patente e quindi dovetti andare da solo a Sgne, cosa che tolse ogni senso al mio incarico. Cosa ci andavo a fare e per parlare di cosa?
La sera in cui stavo prenotando su internet i biglietti per il volo, mi telefon Geir. Quel giorno ci eravamo gi sentiti, ma nelle ultime settimane era fuori di s, nel suo modo controllato, quindi non cera niente di strano nel fatto che mi richiamasse. Andai a sedermi in poltrona e posai i piedi sulla scrivania. Mi raccont un po della biografia di cui si stava occupando, su Montgomery Clift, di come lui si fosse sempre sforzato in tutti i modi di vivere la vita al massimo. Lunico riferimento che avevo di Montgomery Clift erano i Clash, il verso Montgomery Clift, honey! da London Calling, e salt fuori che anche Geir lo conosceva per quello, anche se ci era arrivato in maniera diversa: in Iraq aveva vissuto in un impianto per la depurazione dellacqua insieme a Robin Banks, un eroinomane inglese che era stato uno dei migliori amici della band, aveva viaggiato con loro durante le tourne, avevano addirittura scritto una canzone per lui, e aveva raccontato di come Montgomery Clift avesse avuto un posto importante nella loro vita, cosa che fece venire a Geir voglia di raccogliere notizie su di lui. Un altro dei motivi era che Gli spostati era uno dei suoi film preferiti. Parlai un po de I Buddenbrook di Thomas Mann, che avevo appena cominciato a rileggere, di come ogni frase contenuta in quellopera, fosse perfetta, del suo altissimo livello, che mi rendeva possibile gustarmi, gustarmi veramente, ogni singola pagina, cosa che di solito non accadeva mai, al contempo quella perfezione, come per lambientazione e la forma, apparteneva a unepoca diversa da quella in cui scriveva Thomas Mann, cos che pi che altro si poteva parlare di unimitazione, di una ricostruzione, o, in altre parole, di un pastiche. Cosa succedeva quando il pastiche superava loriginale? Era davvero in grado di farlo? Si trattava di una problematica classica, che gi Virgilio aveva dovuto affrontare. Quanto strettamente legati al tempo e alla cultura specifici in cui nascono sono uno stile o una forma? Tutto viene distrutto nel momento in cui si rivela come tale, uno stile o una forma? In Thomas Mann non era avvenuto, distruzione non era la parola giusta, piuttosto ambivalente, infinitamente ambivalente, da qui scaturiva lironia, quella che rendeva instabile le fondamenta. Ci ritrovammo poi a parlare del libro di Stefan Zweig, Il mondo di ieri, dellimmagine fantastica che dava del periodo di passaggio tra Ottocento e Novecento, quando ci che attraeva era la vecchiaia e il pondus, non la giovinezza e la bellezza, e tutti i giovani cercavano di sembrare persone di mezza et, con le loro pance, gli orologi da taschino, i sigari e le chieriche. Il tutto mandato in frantumi dalla Prima guerra mondiale che, insieme alla Seconda, aveva scavato un abisso tra noi e loro. Geir ricominci a parlare di Montgomery Clift, della sua vita infuocata, di quel vitalismo che abbracciava tutto. Dichiar che tutte le biografie che aveva letto nellultimo anno avevano questo in comune, tutte parlavano di vitalismo. Non in modo teorico, ma pratico, andavano sempre alla ricerca di pi vita possibile. Jack London, Andr Malraux, Nordahl Grieg, Ernest Hemingway, Hunter S. Thompson, Majakovskij.
Posso capire perch Sartre prendesse anfetamine, disse. Aumentare la velocit, essere in grado di fare di pi, ardere. Vero? Ma il pi coerente di tutti  stato Mishima. Torno sempre a lui. Aveva quarantacinque anni quando si tolse la vita. Era coerente, leroe doveva essere bello. Non poteva essere vecchio. E Jnger, che ha intrapreso la direzione opposta. Al suo centesimo compleanno beveva cognac e fumava sigari, tagliente come la lama di un coltello. Tutto riguarda la forza.  lunica cosa a cui sono interessato. Potenza, coraggio, volont. Intelligenza? No. Quella credo che la puoi avere, se vuoi. Non  importante, n interessante. Crescere negli anni settanta e ottanta  una barzelletta. Uno scherzo. Non facciamo niente. Oppure quello che facciamo non sono altro che sciocchezze. Io scrivo per riconquistare la mia seriet perduta. Ecco cosa faccio. Ma non serve a niente. Tu sai come sono messo. Sai cosa faccio. La mia vita  una pochezza. E i miei nemici sono cos meschini. Non vale la pena sprecare energie. Ma non esiste nientaltro. E quindi eccomi qui a tirare fendenti nel vuoto nella mia camera da letto".
Vitalismo, replicai. Esiste un altro tipo di vitalismo, sai. Quello che  legato alla terra e alla stirpe. Gli anni venti norvegesi".
Oh, non mi interessa. Non ci sono tracce di nazismo nel vitalismo di cui parlo. Non che sarebbe stato un problema se ci fossero state, ma non ce ne sono. La cultura elevata antiliberale  quella di cui parlo".
Non cerano tracce di nazismo neppure nel vitalismo norvegese.  stata la classe media a portarvi dentro il nazismo, a trasformarlo in qualcosa di astratto, unidea, in qualcosa che non esisteva. Si trattava di nostalgia per la terra, nostalgia per la stirpe. Ci che rende Hamsun cos complicato  il fatto che lui come essere umano era cos privo di radici e cos ancorato e in questo modo era moderno, nel senso americano del termine. Ma disprezzava lAmerica, la societ di massa, la mancanza di radici. Era se stesso che disprezzava. Lironia che ne emerge  molto piu profonda di quella di Thomas Mann, perch non ha a che fare con lo stile, ma con le fondamenta dellesistenza".
Non sono uno scrittore, sono un contadino, esclam Geir. Ah ah ah! No, no, la terra puoi tenertela per te. Io sono interessato solo al sociale. Nientaltro. Leggiti pure Lucrezio e grida alleluia, puoi parlare dei boschi del Seicento. Non me ne potrebbe fregare di meno. Sono solo gli esseri umani che contano".
Hai visto il quadro di Kiefer? Un bosco, si vedono solo alberi e neve, con macchie rosse sparse qua e l, e poi ci sono dei nomi di poeti tedeschi scritti in bianco. Hlderlin, Rilke, Fichte, Kleist.  la migliore opera darte che sia stata fatta dopo la guerra, forse di tutto il secolo scorso.  limmagine di cosa? Un bosco. Di cosa parla? Ma s, Auschwitz. Dove  il nesso? Non rappresenta dei pensieri, penetra nel profondo della cultura e questo non lo si pu esprimere con i pensieri".
Hai visto Shoah?
No".
Boschi, boschi, boschi. E volti. Boschi, gas e volti".
Il quadro si intitola Varus, era un generale romano, per quel che ricordo. Che perse una grande battaglia in Germania? C dunque una linea che dagli anni settanta torna indietro fino a Tacito. A tracciarla  Schama in Paesaggio e memoria, quel libro che ho letto, sai. Ci potremmo inserire Odino che si impicca a un albero. Forse ce lo mette anche lui, non ricordo. Ma c un bosco".
Capisco cosa vuoi dire".
Quando leggo Lucrezio, ci vedo lo sfarzo del mondo. E questo, lo sfarzo del mondo,  in fondo un pensiero barocco.  morto con il Barocco. Riguarda le cose. Lelemento fisico in esse. Gli animali. Gli alberi. I pesci. Se a te dispiace che sia svanita lazione, a me dispiace che sia svanito il mondo. La sua componente fisica. Ce ne restano soltanto le immagini. Che sono ci a cui ci rapportiamo. Ma lApocalisse, cos adesso? Alberi che spariscono in Sud America. Il ghiaccio che si scioglie, il livello dellacqua che sale. Se tu scrivi per riappropriarti della seriet, io scrivo per riappropriarmi del mondo. S, non quel mondo in cui mi trovo. E per lappunto non il sociale. Le camere delle meraviglie del Barocco. I gabinetti di curiosit. E quel mondo che si trova negli alberi di Kiefer. Questa  arte. Niente altro".
Un quadro?
Sei tu a portarmi l. Un quadro, s".
Bussarono alla porta.
Ti richiamo, dissi e riattaccai.
Avanti!
Linda apr la porta.
Eri al telefono? domand. Volevo solo dirti che mi faccio un bagno. Potresti stare un po attento nel caso che qualcuno si svegliasse? Te lo dico cos non ti metti le cuffie".
Certo. Dopo vai a dormire?
Annu.
Arrivo anchio".
Ah s? rispose sorridendo prima di richiudere la porta. Richiamai Geir.
E che cazzo, commentai sospirando.
Gi, disse lui.
Insomma, cosa hai fatto stasera?
Ho ascoltato del blues. Oggi mi sono arrivati dieci dischi nuovi per posta. E poi ne ho ordinati altri... tredici, quattordici, quindici".
Tu sei pazzo".
No, non lo sono... La mamma  morta oggi".
Cosa hai detto?
Ha esalato lultimo respiro. E quindi ora niente pi ansia. A cosa serviva poi, viene da pensare. Ma pap  a pezzi. E anche Odd Steinar, ovviamente. Partiamo tra qualche giorno. Ci sar il funerale tra una settimana. Non dovevi andare nella Norvegia meridionale pi o meno nello stesso periodo?
Tra dieci giorni, risposi. Ho appena prenotato i biglietti".
Allora forse ci vediamo. Noi resteremo sicuramente qualche giorno in pi".
Ci fu una pausa.
Perch non me lo hai detto subito? chiesi. Abbiamo parlato per mezzora prima che tu me lo dicessi. Perch volevi ostentare il fatto che tutto procedesse come sempre?
No. Oh, no. Qui ti sbagli. Oh, no.  solo che non voglio pensarci. E quando parlo con te riesco per un attimo a staccarmene. Tutto qui. Non c niente di cui parlare. Non serve a niente. Lo stesso vale per il blues.  un luogo dove rifugiarsi. Be, non che io provi pi di tanto. Ma  anche questo un sentimento, direi".
Lo ".
Dopo aver riattaccato e preso una mela, rimasi in piedi nel corridoio tra la cucina e il soggiorno mentre sgranocchiavo. Mi misi a osservare la cucina, dove tutto era stato divelto. Si vedeva il muro nudo dove cera stato il ripiano, lunghe assi erano appoggiate alle pareti spoglie, il pavimento era coperto di polvere, cerano diversi attrezzi e cavi, alcuni oggetti imballati nella plastica che presto sarebbero stati montati. I lavori sarebbero durati altre due settimane. A dire il vero volevamo solo una lavastoviglie, ma il ripiano non aveva le dimensioni adatte e ci avevano detto che sarebbe stato pi semplice rifare tutta la cucina. E cos avevamo fatto. Pagava il padrone di casa.
Una voce mi fece girare la testa.
Veniva forse dalla stanza delle bambine?
Andai a dare unocchiata. Dormivano tutte e due. Heidi nel lettino a castello pi alto, con i piedi sul cuscino e la testa sul piumone tutto arrotolato, Vanja in quello sotto, anche lei sopra il piumone, con le braccia e le gambe distese, a formare una piccola x con il corpo. Girava la testa da una parte allaltra.
Mamma mu, disse.
Aveva aperto gli occhi.
Sei sveglia, Vanja? le domandai.
Nessuna risposta.
Dormiva.
A volte capitava che di notte si svegliasse e piangesse forte, senza che fosse possibile stabilire un contatto con lei, non faceva che urlare, come prigioniera di se stessa, come se noi non esistessimo e lei fosse completamente sola l dovera. Se la tiravamo su e la stringevamo a noi, opponeva resistenza, scalciava e picchiava e voleva essere messa gi. Una volta a terra era ugualmente selvaggia e irraggiungibile. Non dormiva, ma non era neppure sveglia. Era una specie di via di mezzo. Spezzava il cuore a vederla. Ma quando si svegliava, il giorno seguente, era di buon umore. Mi chiedevo se si ricordasse della sua disperazione o se scivolasse via in lei come un sogno.
Le sarebbe comunque piaciuto sentirsi dire che aveva detto Mamma mu nel sonno, dovevo ricordarmi di raccontarglielo.
Chiusi la porta ed entrai nel bagno, dove lunica luce era una piccola candela allangolo della vasca che tremolava nello spiffero della finestra. Cera una spessa coltre di vapore. Linda aveva gli occhi chiusi e la testa per met sottacqua. Si mise lentamente a sedersi quando mi not.
Eccoti qui nella tua grotta, dissi.
 bello, disse. Non  che vuoi saltare dentro anche tu?
Scossi la testa.
Lo sapevo, aggiunse. A proposito, con chi stavi parlando?
Geir, risposi. Oggi  morta sua madre".
Oh, che cosa triste... E lui come lha presa?
Bene, risposi.
Si sdrai di nuovo nella vasca.
Daltronde adesso siamo arrivati a quellet, continuai. Il padre di Mikaela  morto solo qualche mese fa. Tua madre ha avuto un infarto. La mamma di Geir muore".
Non dirlo, disse Linda. Mia madre vivr ancora per molti anni. E anche la tua".
Forse. Se sopravvivono fino ai settantanni, allora forse riusciranno a diventare vecchie. Di solito funziona cos. Ma comunque non manca ancora molto a quando saremo noi i pi vecchi".
Karl Ove! esclam. Non hai ancora compiuto quarantanni! E io ne ho trentacinque!
Una volta ne ho parlato con Jeppe, commentai. Lui ha perso entrambi i genitori. Dissi che per me il peggio sarebbe stato non avere pi testimoni della mia vita. Non capiva di cosa stessi parlando. E non so se lo pensassi davvero. O meglio, non  della mia vita che voglio un testimone. Ma di quella dei nostri figli. Voglio che la mamma veda come se la cavano, non solo adesso che sono piccoli, ma quando cresceranno. Che li conosca davvero. Capisci cosa intendo dire?
Certo. Ma non so se ho voglia di parlarne".
Ricordi quella volta che eri venuta in camera chiedendomi se sapevo dovera Heidi? Ero uscito con te a vedere. Cera Berit, aveva aperto la porta della veranda. E quando lho vista, la porta aperta, mi  venuta unenorme paura. Mi  sparito il sangue dal cervello. Stavo per svenire. Lansia o il panico o lo spavento o qualunque cosa fosse,  stato momentaneo. Ho pensato che Heidi fosse uscita da sola sulla veranda. In quei secondi ero sicuro che lavessimo persa. Sono stati sicuramente i secondi peggiori della mia vita. Non avevo mai provato una sensazione cos forte. La cosa strana  che non mi sia capitato prima. Sentire che pu succedere qualcosa, che li possiamo perdere sul serio. In qualche modo pensavo che fossero immortali. S, ma era proprio di questo che non dovevamo parlare".
Grazie".
Sorrise. Con i capelli tirati indietro e il viso senza trucco pareva cos giovane.
Comunque non dimostri affatto trentacinque anni, dissi. Sembra che ne hai venticinque".
Davvero?
Annuii.
In effetti mi hanno chiesto un documento lultima volta che sono stata a comprare degli alcolici. Potrei sentirmi lusingata. Per vengo anche fermata da ogni tipo di organizzazione cristiana quando cammino per strada.  sempre me che cercano di accalappiare. Quando sono con altri, loro li lasciano sempre in pace. Se vedono me, arrivano di corsa. Deve avere qualcosa a che vedere con il mio aspetto e quello che emano. Ecco una che possiamo redimere. Quella l ha bisogno di redenzione. Non credi?
Mi strinsi nelle spalle.
Non potrebbe anche essere perch hai unaria cos innocente?
Ah! Ancora peggio!
Strinse il naso tra le dita e si immerse. Quando torn su, la prima cosa che fece fu scuotere la testa. Poi mi guard sorridente.
Cosa c? Perch mi guardi cos? chiese.
Quello, per esempio, dissi. Lo facevi da bambina".
Cosa?
Immergerti sottacqua".
Nella camera da letto, che confinava con il bagno, John inizi a piangere.
Puoi accarezzargli un po la schiena e poi arrivo io tra un minuto?
Annuii e andai in camera da letto. Era sdraiato a pancia in su e agitava le braccia tra le lacrime. Lo rigirai come una tartaruga e cominciai ad accarezzargli la schiena con la mano. Era una delle cose che gli piacevano di pi, smetteva sempre di piangere, se non aveva avuto tempo di arrabbiarsi per davvero.
Cantai le cinque ninne nanne che conoscevo. Arriv Linda, che lo prese prima di sdraiarsi a letto con lui stretto a s. Andai in soggiorno, mi infilai il giaccone, una sciarpa, un berretto e le scarpe, che erano vicino alla porta della veranda, e uscii. Mi sedetti sulla sedia nellangolo e, dopo essermi versato del caff, accesi una sigaretta. Tirava vento da est. Il cielo era profondo, e pieno di stelle. In diversi punti lampeggiavano le luci degli aerei.
Lestate dei miei ventanni la mamma mi aveva telefonato per dirmi di avere un grosso tumore nelladdome e che avrebbero dovuto ricoverarla in ospedale il giorno dopo e operarla. Aggiunse che non sapeva se fosse maligno o benigno e che non era possibile presagire come sarebbe andata. Disse che era cos grosso che da tempo non riusciva a stare sdraiata sulla pancia. La sua voce era debole. Ero a casa di Hilde, unamica del liceo, a Sm, fuori Kristiansand, e la stavo aspettando nel vialetto accanto allauto, dovevamo andare fuori a fare il bagno. Hilde mi aveva chiamato dalla veranda, c tua madre al telefono, Karl Ove. Compresi subito la gravit della situazione, ma questo non risvegli in me nessun sentimento, rimasi completamente freddo. Agganciato il ricevitore, andai da Hilde, che si era seduta in auto, aprii la portiera dal lato del passeggero e mi sedetti, le raccontai che la mamma doveva essere operata e che il giorno dopo sarei dovuto andare a Frde. Lo percepivo come un grande avvenimento, una cosa a cui mi era concesso prendere parte, un ruolo che potevo interpretare, quello del figlio che prende laereo per tornare a casa e accudire la propria madre. Mi immaginai il funerale, tutte le persone che mi facevano le condoglianze, il loro cordoglio e la pena che provavano per me, e pensai alleredit che mi avrebbe lasciato. E poi riflettei anche sul fatto che finalmente avrei avuto qualcosa di significativo su cui scrivere. Mentre avveniva tutto questo, quasi in parallelo correva unaltra voce che diceva no, era una cosa seria, no, stai a sentire,  la mamma che sta morendo, lei per te significa molto, tu vuoi che viva, lo vuoi, Karl Ove! Che io potessi dirlo a Hilde mi sembrava un punto in pi che avrebbe accresciuto il valore che avevo per lei, supponevo. Il giorno seguente mi accompagn con lauto in aeroporto, atterrai a Bringelandssen, presi lautobus per il centro di Frde e una navetta fino allospedale, dove mi furono consegnate le chiavi di casa della mamma. Si era appena trasferita, tutto era dentro gli scatoloni, non ci dovevo pensare, ma lasciare tutto cos comera, poi me ne occuper io quando torno, aveva detto. Se tornerai, pensai. Presi lautobus che percorreva la valle, attraversando un paesaggio di un verde stridulo, restai da solo in quella casa per tutta la sera e tutta la notte, tornai in ospedale il giorno seguente, lei era intontita e debole, ma loperazione era andata bene. Quando tornai a casa, che si trovava in fondo a una piccola pianura con i campi e i pascoli che digradavano dolcemente verso la montagna da un lato e dallaltro il fiume, il bosco e unaltra montagna, cominciai a dividere le casse, a mettere quelle con gli utensili per cucinare in cucina e cos via. Calarono le tenebre, le automobili per strada diminuirono, il brusio del fiume aument, lombra del mio corpo vagava sui muri e sopra le casse. Chi ero? Una persona sola. Avevo appena cominciato a imparare a relazionarmi a questo, cio a minimizzarne il significato, ma avevo ancora molta strada da fare, e quindi sentivo sempre quel freddo alla testa ogni volta che interrompevo il lavoro, quel male che congelava, magari mi vestivo, magari camminavo sullerba, oltre il cancelletto, attraversavo la strada per raggiungere il fiume, che scorreva grigio e nero nel buio della notte estiva, restavo l in piedi tra i tronchi di betulla bianchi e scintillanti a guardare lacqua, che in un certo senso rispecchiava i miei sentimenti, si abbinava a essi, come spiegare. Per qualcosa di particolare doveva averla lacqua perch in quel periodo della mia vita vi indugiavo, uscivo di notte per andare a cercare. Mare, fiumi, stagni, non faceva differenza. Oh, ero cos pieno di me, ed ero cos grande, ma al contempo non ero nessuno, vergognosamente solo e senza amici, non facevo altro che pensare a lei, la donna, con cui non avrei saputo cosa fare se lavessi trovata, perch ancora non ero andato a letto con nessuna. La fica, per me era teoria. Ma non mi sarei mai sognato di usare una simile parola. Vagina, seno, sedere, era cos che esprimevo a me stesso loggetto del desiderio. Mi trastullavo con lidea del suicidio, lo facevo sin da quando ero piccolo, e mi disprezzavo per questo, non sarebbe mai successo, avevo troppe cose di cui vendicarmi, troppe persone da odiare e troppo da riscuotere per farlo. Mi accesi una sigaretta e, quando ebbi finito di fumarla, tornai alla casa vuota con tutti quegli scatoloni di cartone. Alle tre di notte tutte le casse erano al loro posto. Cominciai a spostare in soggiorno i quadri che erano nel corridoio. Quando ne posai uno, tutto a un tratto un uccello schizz via proprio davanti alla mia faccia. Merda! Feci un balzo allindietro di almeno un metro. Non si trattava di un uccello, era un pipistrello. Prese a svolazzare per il soggiorno con movimenti frenetici e convulsi. Ero terrorizzato. Corsi fuori, chiusi la porta e salii nella stanza da letto al primo piano, dove restai per tutta la notte. Mi addormentai verso le sei del mattino e dormii fino alle tre del giorno dopo, mi vestii in fretta e furia e presi lautobus per lospedale. La mamma stava meglio, ma era ancora un po stordita dagli antidolorifici. Ci mettemmo in terrazza, lei sulla sedia a rotelle. Le raccontai alcuni dei terribili eventi di quella primavera. Il pensiero che forse non avrei dovuto angosciarla, visto che era stata appena operata, non mi sfior neppure, se non molti anni pi tardi. Quando tornai alla casa, il pipistrello pendeva dalla parete. Presi una tinozza e gliela appoggiai sopra. Lo sentivo che si agitava l dentro e stavo quasi per vomitare dal ribrezzo. Feci scivolare la tinozza lungo il muro, fino ad arrivare sul pavimento, senza che il pipistrello uscisse. Per lo meno era stato catturato, se non morto. Feci come avevo fatto la notte precedente, mi chiusi alle spalle la porta del soggiorno e salii in camera da letto. Mi sdraiai a leggere Stendhal, Il rosso e il nero, finch non mi addormentai. Il mattino seguente trovai un mattone nella rimessa. Sollevai con cautela la tinozza, trovai il pipistrello immobile, indugiai un attimo, potevo forse portarlo fuori in qualche modo? Spingerlo in un secchio magari e poi coprirlo con un giornale o qualcosa? Non volevo schiacciarlo se non ero costretto. Prima ancora di essere riuscito a decidermi una volta per tutte, scagliai con tutte le mie forze il mattone contro il pipistrello, schiacciandolo sul pavimento. Premetti con forza sul mattone passandolo avanti e indietro fino a quando non fui sicuro che non fosse rimasta traccia di vita. La sensazione del morbido contro il duro mi rimase impressa nel corpo per diversi giorni, anzi, settimane. Lo raccolsi con una paletta e lo gettai nel fossato che costeggiava la strada. Poi pulii a fondo il punto dove lavevo steso e ripresi lautobus per tornare in ospedale. Il giorno dopo la mamma torn a casa e io mi comportai da bravo figlio per due settimane. In mezzo a quel verde selvaggio, sotto quel cielo grigiastro della valle, trasportai mobili e svuotai casse, finch non arriv il momento in cui dovevo cominciare luniversit e presi lautobus per tornare a Bergen.
Quanto restava in me adesso di quel ventenne?
Non molto, pensai mentre guardavo le stelle che scintillavano sopra la citt. La sensazione di essere me era la stessa. Cio quella con cui mi svegliavo ogni giorno e andavo a dormire ogni sera. Ma quel vibrare, quasi panico, era sparito. E anche lenorme attenzione per gli altri. E il suo opposto, il significato megalomane che davo a me stesso, era diminuito. Forse non di molto, ma era meno.
Quando avevo ventanni, ne erano passati solo dieci da quando avevo dieci anni. Tutti gli elementi della mia infanzia erano ancora vicini. Era ancora a essa che mi rapportavo, in base a cui comprendevo fatti e cose. Ora non era pi cos.
Mi alzai e rientrai in casa. In camera da letto Linda e John dormivano stretti nel buio. John piccolo come una palla. Mi sdraiai accanto a loro e per un po stetti a guardarli, fino a quando non mi addormentai anchio.
Dieci giorni dopo atterrai di buon mattino allaeroporto di Kjevik, alle porte di Kristiansand. Bench avessi vissuto a poco pi di dieci chilometri di distanza dallet di tredici anni fino a quando ne avevo diciotto e quel paesaggio fosse pieno di ricordi, adesso risvegli in me poco o niente, forse perch non erano passati pi di due anni da quando ci ero stato lultima volta, forse perch mi sentivo lontano da esso pi di quanto non fosse mai successo. Quando scesi dalla scaletta dellaereo avevo sulla sinistra il Topdalsfjorden, il fiordo che scintillava sotto la luce del sole di febbraio, e sulla destra la piana di Ryensletta, attraverso cui io e Jan Vidar ci eravamo trascinati sotto una tempesta di neve in occasione di un ultimo dellanno.
Entrato nel terminal, superai il nastro dove venivano distribuiti i bagagli, e mi diressi verso il chiosco, dove mi comprai un caff che mi portai fuori. Accesa una sigaretta, osservai le persone che si stavano riversando allesterno e che erano dirette verso la navetta, ovunque sentivo riecheggiare il dialetto della Norvegia meridionale, che mi riempiva di tale ambivalenza. Faceva parte di quel territorio, era il marchio stesso di quellappartenenza, culturale e geografica, e vi sentivo ancora intriso quellautocompiacimento tipico che vi avevo sempre percepito e che probabilmente era dovuto soltanto a una mia impressione personale, ma che forse sentivo in modo cos distinto perch io non appartenevo e non ero mai appartenuto a questo posto.
Una vita  facile da comprendere, i fattori che la determinano sono pochi. Nella mia erano due. Mio padre e il fatto che non fossi mai appartenuto a nessun luogo.
Non era pi complicato di cos.
Accesi il cellulare e guardai lora. Le dieci e qualche minuto. La prima conferenza della giornata lavrei tenuta alluna, alla nuova Universit dellAgder, e quindi avevo ancora tutto il tempo che volevo. Laltra avrebbe avuto luogo a Sgne, a circa una ventina di chilometri dalla citt, alle sette e mezzo di sera. Avevo deciso di tenerle senza un elaborato scritto. Non lo avevo mai fatto prima e ogni dieci minuti mi sentivo attraversare da una ventata di ansia e nervosismo. Avevo anche le gambe molli, e la sensazione che la mano che reggeva il caff tremasse. Ma non era cos, constatai, spensi la sigaretta sulla griglia nera di cenere che si trovava appositamente in cima al cestino della spazzatura e rientrai nel terminal, andai al chiosco, dove comprai un paio di giornali con cui mi sedetti su una sedia alta, simile agli sgabelli dei bar. Dieci anni prima avevo scritto di quel locale, era qui che si era recato Henrik Vankel, il protagonista di Ute av verden, per incontrare di nuovo Miriam, nella scena finale del romanzo. Lavevo scritta a Volda, dove la vista sul fiordo, i traghetti che facevano la spola, le luci sul molo e sotto le montagne sul lato opposto, fungevano unicamente come una specie di ombra a quegli spazi e a quei paesaggi di cui scrivevo, quella Kristiansand per la quale una volta avevo labitudine di passeggiare cos comera allora, e che adesso riviveva nei miei pensieri. Bench non ricordassi cosa mi diceva la gente, bench non ricordassi che cosa era successo quando vivevo l, ricordavo in compenso comera, il tipo datmosfera che la avvolgeva. Ricordavo tutti i luoghi e tutti i paesaggi in cui ero stato. Se chiudevo gli occhi, ero in grado di rievocare tutti i dettagli della casa in cui ero cresciuto, e delle case dei vicini, e del paesaggio circostante, per lo meno nel raggio di un paio di chilometri. Le scuole, le piscine, le palestre, i circoli ricreativi, i benzinai, i negozi, le case dei miei parenti. Lo stesso valeva per i libri che avevo letto. Ci di cui parlavano svaniva dopo qualche settimana, mentre i luoghi in cui erano ambientati restavano per anni, forse per sempre, chiss.
Sfogliai il Dagbladet, poi lAftenposten e il Fdrelandsvennen, poi restai seduto a osservare la gente che passava. Avrei dovuto sfruttare il tempo a disposizione per prepararmi, ma tutto quello che avevo fatto fino a quel momento era stato rileggere velocemente alcuni vecchi fogli la sera precedente e stampare i testi che avrei letto. In aereo mi ero annotato i dieci punti che avrei affrontato. Pi di quello non ero riuscito a fare, perch lidea che non avrei dovuto fare altro che parlare, che niente poteva essere pi semplice, era cos forte e cos appagante a cui prestare ascolto. Ci di cui dovevo parlare erano i due libri che avevo scritto. Non potevo farlo, quindi si trattava di esporre il modo in cui erano stati scritti, quegli anni di nulla prima che qualcosa di preciso cominciasse ad assumere una forma che in maniera lenta ma decisa aveva preso il sopravvento, fino a quando tutto si era come espresso da s. Scrivere un romanzo era porsi una meta e poi raggiungerla nel sonno, aveva detto una volta Lawrence Durrell, ed era vero, era cos. Non avevamo accesso soltanto alle nostre vite, ma a quasi tutte le altre esistenti nella nostra cerchia culturale, non avevamo accesso soltanto ai nostri ricordi, ma ai ricordi di tutta quella cultura del cazzo, perch io sono te e tu sei tutti, proveniamo dallo stesso e raggiungeremo lo stesso, e strada facendo ascoltiamo le stesse cose alla radio, guardiamo le stesse cose alla televisione, leggiamo le stesse cose sui giornali, e dentro di noi c la stessa fauna di volti e di sorrisi di persone famose. Anche se ti piazzi in una stanzetta di un paesino a centinaia di chilometri dai centri del mondo, e l non vedi anima viva, il loro inferno  il tuo inferno, il loro cielo il tuo cielo, basta far scoppiare quel palloncino che  il mondo e lasciare che tutto quello che c al suo interno scorra sui lati.
Pi o meno cos mi sarei espresso.
La lingua labbiamo in comune, ci cresciamo dentro, e anche le forme in cui la utilizziamo sono in comune, per cui per quanto tu e le tue idee possiate essere idiosincratici, non potrai mai abbandonare gli altri nella letteratura. Anzi,  il contrario,  essa che ci avvicina. Attraverso la lingua, che nessuno di noi possiede, e che a malapena riesce a influenzare, e attraverso la forma, che nessuno pu spezzare da solo, e qualora qualcuno lo facesse, in modo che risulta avere comunque un significato, dato che viene subito seguito da altri. La forma ti porta fuori da te stesso, crea distanza dal tuo io, ed  questa distanza la condizione a priori per avvicinarsi agli altri.
Avrei dato inizio alla mia conferenza con un aneddoto su Hauge, il vecchio brontolone cos chiuso in se stesso con il suo borbottare, per tanti anni quasi completamente isolato e tuttavia molto pi vicino al centro della cultura e della civilt di chiunque altro appartenente alla sua epoca. Qual era la conversazione che lui portava avanti? A che punto era giunto, in quale luogo?
Scivolai gi dallo sgabello e andai al bancone per fare il bis di caff. Mi feci cambiare una banconota da cento in moneta, dovevo telefonare a Linda prima di proseguire e con quel cellulare non potevo chiamarla mentre ero allestero.
Dovrebbe andare bene, pensai mentre guardavo i due fogli contenenti le parole chiave. Il fatto che quelle fossero vecchie idee, in cui non credevo pi, non era cos importante. La cosa pi importante era dire qualcosa.
Negli ultimi anni avevo perso sempre di pi la fiducia nella letteratura. Leggevo e pensavo, questo  frutto dellimmaginazione di qualcuno. Forse il problema era che eravamo totalmente assediati dalla finzione e dalla narrativa. Una vera e propria inflazione. Da qualsiasi parte ci si voltava, non si vedeva che finzione. Tutti quei milioni di libri tascabili, di edizioni rilegate, di dvd e serie televisive, tutti parlavano di persone inventate in un mondo inventato, anche se realistico. E anche le notizie che comparivano sui giornali, al telegiornale e alla radio avevano esattamente la stessa forma, lo stesso valeva per i documentari, anchessi erano narrazioni e quindi non faceva differenza se ci di cui parlavano fosse avvenuto per davvero oppure no. Era una crisi, la percepivo in ogni parte del mio corpo, qualcosa di saturo, di untuoso si diffondeva nella coscienza non di meno per il fatto che il nocciolo di tutta quella finzione, vera o meno che fosse, era il suo essere uguale, e che la distanza che manteneva rispetto alla realt fosse sempre costante. Insomma, che essa vedesse la stessa cosa. E questa identicit, che era il nostro mondo, veniva prodotta in serie. Lunicit quindi, di cui tutti parlavano, era stata abolita, non esisteva, era una menzogna. Vivere dentro tutto questo, con la consapevolezza che tutto avrebbe potuto essere diverso, era desolante. Non riuscivo a scrivere in questa situazione, non era possibile, a ogni singola frase faceva seguito un pensiero: ma questo  solo qualcosa che ti sei inventato. Non ha nessun valore. Linventato non ha nessun valore, il documentario non ha nessun valore. Lunica cosa in cui vedevo un valore, quella che ancora trasmetteva un significato, erano i diari e i saggi, quella parte della letteratura che non aveva a che fare con la narrazione, non riguardava niente, ma consisteva soltanto di una voce, la voce di una personalit propria, una vita, un volto, uno sguardo che era possibile incontrare. Cos unopera darte se non lo sguardo di unaltra persona? Non al di sopra di noi, e neppure al di sotto, ma esattamente alla stessa altezza del nostro sguardo. Larte non pu essere vissuta in modo collettivo, niente pu essere sperimentato in modo collettivo, larte  ci con cui si  soli. Si incontra il suo sguardo da soli.
Fino a l arrivava il mio pensiero, l andava a sbattere contro un muro. Se la finzione non aveva valore, allora non lo aveva neppure il mondo, perch era tramite la finzione che noi adesso lo vedevamo.
Ovviamente ora potevo relativizzare anche questo. Ora potevo pensare che riguardasse pi il mio stato mentale personale, la mia psicologia individuale, che lo stato reale del mondo. Se ne parlavo con Espen e Tore, quelli che adesso erano i miei pi vecchi amici, che conoscevo gi molto tempo prima che diventassero scrittori, loro rifiutavano totalmente questo mio punto di vista. Ognuno a modo proprio. Espen era una persona critica, ma al contempo anche ardentemente curiosa aveva un grande appetito per il mondo e, quando scriveva, tutte le sue energie erano rivolte allesterno: politica, sport, musica, filosofia, storia della chiesa, scienze mediche, biologia, pittura, grandi eventi contemporanei, grandi eventi del passato, guerre e campi di battaglia, ma anche le sue figlie, le sue vacanze, piccoli episodi di cui era stato testimone: scriveva di tutto e cercava di comprendere, e con quella particolare leggerezza che possedeva perch non era interessato allo sguardo rivolto allinterno, allintrospettivo, dove la critica, che allesterno era cos feconda, avrebbe potuto finire per distruggere ogni cosa. Era questa partecipazione al mondo che a Espen piaceva e che lui anelava. Allinizio, quando lo avevo conosciuto, era introverso e riservato, chiuso intorno a se stesso e non molto felice. Avevo visto il lungo cammino che aveva percorso fino a raggiungere la vita che viveva adesso, dove in effetti ce laveva fatta, dove tutto quello che lo trascinava a picco era scomparso. Aveva trovato il giusto approdo, era felice e, anche se era critico nei confronti di molti aspetti del mondo, non lo disprezzava. La leggerezza di Tore era di tuttaltro carattere, lui amava il presente e lo venerava, cosa che probabilmente derivava dalla sua profonda fascinazione per la musica pop, per lanatomia delle hit list, ci che  importante una settimana viene sostituito da qualcosaltro la settimana successiva, e tutta lestetica della musica pop, il fatto di vendere molto, di essere visibile nei media, di portare in giro il proprio spettacolo, lo aveva trasmesso nella letteratura, cosa per cui ovviamente era stato spesso bastonato, ma che tuttavia portava avanti, con la sua tipica ostinazione. Se cera una cosa che odiava era il modernismo, perch era anticomunicativo, non-avvicinabile, nascosto e infinitamente vanitoso, senza neppure difendere queste posizioni. Ma cosa si poteva dire per far vacillare un uomo che a suo tempo aveva inneggiato alle Spice Girls? Per far vacillare un uomo che a suo tempo aveva scritto un saggio entusiasta sulla sit-com Friends? Mi piaceva la direzione che aveva preso, verso il romanzo pre-moderno, Balzac, Flaubert, Zola, Dickens, ma a differenza di lui non credevo che la forma si lasciasse dominare. E infatti questa era praticamente lunica cosa che criticava di quello che facevo io, la forma, che secondo lui era debole. Mi piaceva anche la direzione intrapresa da Espen, verso il saggio colto, ma pieno di digressioni e infarcito, onnicomprensivo, che aveva in s qualcosa di barocco, ma non mi piacevano le sue prese di posizione, quando per esempio veniva osannato il razionalismo e ridicolizzato il romanticismo. Fatto sta, sia Espen che Tore erano nel mondo con tutto il loro essere e non vi vedevano niente di sbagliato, anzi. Era quello che avrei dovuto fare anchio, dire di s a tutto nello spirito di Nietzsche, perch non esisteva altro. Questo era tutto ci che avevamo, tutto ci che esisteva, e dovevamo pure rifiutarlo?
Presi il cellulare e lo aprii. La foto di Heidi e Vanja si illumin. Heidi con il viso quasi premuto contro lo schermo, un unico grande sorriso, Vanja un po pi discreta dietro di lei.
Erano le undici meno un quarto.
Mi alzai e andai al telefono pubblico, ci misi quaranta corone e composi il numero del cellulare di Linda.
Com andata stamattina? chiesi.
Terribilmente, rispose. Un caos totale. Non sono riuscita a tenere niente sotto controllo. Heidi ha graffiato di nuovo John. Vanja e Heidi si sono azzuffate. E a Vanja  venuto un attacco dira fuori in strada quando stavamo per andare".
Oh, no, oh, no, dissi. Mi dispiace".
E poi quando siamo arrivate allasilo, Vanja ha detto: Tu e pap siete sempre cos arrabbiati. Siete sempre arrabbiati. Ero cos mortificata! Cos tanto dispiaciuta".
Lo credo.  terribile. Dobbiamo trovare una soluzione, Linda. Siamo costretti a farlo. Cos come stanno le cose, non va bene. Cercher di darmi una regolata. In gran parte  colpa mia".
Dobbiamo, s, rispose Linda. Ne parleremo quando torni. La cosa che pi mi fa soffrire  che voglio soltanto che stiano bene.  lunica cosa che desidero. E non ci riesco! Sono una pessima madre. Non sono neanche capace di restare da sola con i miei figli".
Non  vero. Sei una madre fantastica. Non si tratta di questo. Ma ci riusciremo. Ce la faremo".
S. Com stato il viaggio?
Bene. Adesso sono a Kristiansand. Tra poco vado alluniversit. Il solo pensiero mi angoscia.  la cosa peggiore che conosco. Non esiste niente di pi terribile. E tuttavia insisto a farlo".
Ma i tuoi interventi vanno sempre bene, no?
 una verit soggetta a modifiche. A volte s. Ma non era mia intenzione lamentarmi.  tutto a posto, sto bene. Ti ritelefono stasera, okay? Se c qualcosa, puoi chiamarmi sul cellulare. Per le telefonate in arrivo non ci sono problemi".
Okay".
Cosa stai facendo?
Passeggiando nel Pildammsparken con John. Sta dormendo.  bello questo parco, in realt dovrei essere contenta. Ma... questa mattinata mi ha distrutto".
Passer. Trascorrerete sicuramente un bel pomeriggio. Senti, ora devo proprio scappare. Ciao!
Ciao. E in bocca al lupo!
Riattaccai, presi la borsa e uscii per fumare unultima sigaretta.
CAZZO, s, CAZZO.
Mi appoggiai al muro e mi misi a guardare in direzione dei boschi, la roccia grigia della montagna tra tutto quel verde e quel giallo.
Mi dispiaceva cos tanto per i bambini. A casa ero cos arrabbiato e irritabile, sgridavo Heidi per un nonnulla, s, le urlavo in faccia. E Vanja, Vanja... Quando le venivano i suoi attacchi di ribellione e non solo rifiutava ogni cosa, ma gridava e urlava e picchiava, io le rispondevo urlando, la afferravo e la scagliavo sul letto, totalmente privo di controllo. Poi seguiva il pentimento, cercavo di essere paziente, gentile, bravo, premuroso, buono. Buono. E quella era lunica cosa che desideravo, lunica, essere un buon padre per loro tre.
Forse non lo ero?
CAZZO. CAZZO. CAZZO.
Buttai via la sigaretta, afferrai la borsa e mi incamminai. Dato che non sapevo dove si trovava luniversit, non esisteva niente del genere quando abitavo qui, per arrivarci presi un taxi, che, con me sul sedile posteriore, si allontan dal parcheggio, scivol sulla strada, prima lungo la pista dellaeroporto, poi oltre il fiume, davanti alla mia vecchia scuola, di cui non poteva importarmi di meno, su e gi per le salite e superando Hamresanden, il campeggio, la spiaggia, la collina dietro la quale si trovava la zona residenziale dove un tempo abitavano la maggior parte dei miei compagni di classe. Attraversammo il bosco per arrivare allincrocio di Timenes, per poi imboccare da l la E18 che portava fino a Kristiansand.
Luniversit si trovava oltre una galleria, non molto lontano dal liceo che avevo frequentato io, ma isolata da esso, era situata nel bosco, come una piccola isola. Edifici grandi, nuovi e belli. Non cerano dubbi che fossero arrivati soldi in Norvegia da quando ci vivevo io. La gente si vestiva meglio, aveva automobili pi costose e dappertutto si costruiva.
Un uomo barbuto con gli occhiali e unaria da lettore universitario mi venne incontro allingresso. Ci presentammo, mi mostr il locale dove avrei tenuto la conferenza prima di andarsene per occuparsi delle sue cose. Cercai la mensa, ingurgitai una baguette, mi sedetti fuori al sole a bere caff e a fumare. Dappertutto brulicava di studenti, pi giovani di quanto mi sarei aspettato, avevano pi laria di alunni del liceo. Allimprovviso mi vidi, un uomo di mezzet con una borsa e gli occhi infossati che sedeva solo. Quaranta, tra poco avrei compiuto quarantanni. Non stavo forse quasi per cadere dalla sedia quando Olli, lamico di Hans, una volta aveva detto di avere quarantanni? Innanzitutto non me lo sarei mai immaginato, e poi la sua vita di colpo mi apparve sotto una luce diversa, cosa ci faceva quel vecchio tra di noi?
Ora ci ero arrivato anchio.
Karl Ove?
Alzai lo sguardo. Davanti a me cera Nora Simonhjell, sorridente.
Ciao, Nora? Cosa ci fai qui? Ci lavori?
S. Ho visto che saresti venuto. Pensavo che ti avrei trovato qui. Che bello vederti!
Mi alzai per abbracciarla.
Siediti! dissi.
Ti vedo davvero in forma! comment. Raccontami un po. Come te la passi?
Le feci una sintesi. Tre figli, quattro anni a Stoccolma, due a Malm. Tutto bene. Lei, che avevo conosciuto a una festa di laureandi allUniversit di Bergen la sera in cui festeggiavano la fine del corso di studi, e che poi avevo incontrato di nuovo a Volda, dove insegnava mentre io scrivevo il mio primo romanzo, che lei aveva letto e commentato prima di tutti, aveva vissuto per un periodo a Oslo, aveva lavorato in una libreria e al giornale Morgenbladet, aveva pubblicato la sua seconda raccolta di poesie e aveva trovato lavoro qui. Dissi che per me Kristiansand era un incubo. Ma molte cose dovevano essere cambiate nei venti anni che erano trascorsi. E un conto era frequentare qui il liceo, un altro essere assunta alluniversit.
Disse che si trovava bene. Sembrava contenta. Aveva accantonato la carriera di scrittrice, ma non in modo definitivo, non si sapeva mai cosa poteva succedere. Arriv una sua amica, era americana, parlammo un po delle differenze tra il suo vecchio domicilio e quello nuovo dove viveva adesso, prima di andare allauditorium. Mancavano dieci minuti allinizio. Avevo mal di stomaco, s, tutto il corpo mi doleva. E le mani che per tutto il giorno avevano tremato nella mia coscienza, adesso tremavano davvero. Mi sedetti sulla cattedra, mentre sfogliavo qualche libro, sollevavo gli occhi verso la porta dingresso. Nella sala erano sedute due persone. Poi ceravamo io e linsegnante. Erano quelle le prospettive?
La prima volta che avevo letto in pubblico, poche settimane dopo che era uscito il mio libro desordio, era stato a Kristiansand. Erano venuti quattro spettatori. Uno di loro, vidi con mia grande soddisfazione, era il mio vecchio insegnante di storia, ora rettore, Rosenvold. Alla fine andai a parlare con lui. Ne emerse che si ricordava a malapena di me e che era venuto per ascoltare e conoscere il secondo dei tre esordienti della serata, Bjarte Breiteig.
Alla faccia del benvenuto a casa. E della rivincita sul passato.
Be, direi che possiamo cominciare, comment il lettore. Guardai le file di sedie. Cerano sette persone.
Unora dopo, quando ebbi terminato, Nora disse che era rimasta molto impressionata. Sorrisi e la ringraziai per quelle parole gentili, ma odiavo me stesso con tutto il mio essere, non vedevo lora di eclissarmi. Per fortuna Geir era arrivato venti minuti prima del previsto, era in piedi al centro dellampia sala dingresso quando scesi le scale. Era passato pi di un anno da quando lo avevo visto lultima volta.
Non credevo che fossi capace di perdere altri capelli, esordii. Ma mi sbagliavo".
Ci stringemmo la mano.
I tuoi denti adesso sono diventati cos gialli che ti ritroverai circondato dai cani gi in citt, rispose. Crederanno che tu sia il loro re. Come  andata?
Sono venute sette persone".
Ah ah ah!
Fa lo stesso. Per il resto  andata bene. Andiamo? Hai lauto qui fuori?
S, disse.
Per aver seppellito sua madre il giorno prima era straordinariamente di buon umore.
Lultima volta che sono stato qui  stato in occasione di unesercitazione con la sezione giovanile della Guardia nazionale, disse mentre attraversavamo il piazzale. Ci consegnarono le attrezzature da qualche parte qui vicino. Ma ovviamente non cera niente di tutto questo".
Premette sulla chiave e una Saab rossa lampeggi a una ventina di metri di distanza. Sul sedile posteriore cera un seggiolino per bambini, era per suo figlio, Njaal, che era nato il giorno dopo Heidi e di cui io ero il padrino.
Vuoi guidare? disse sorridendo.
Non mi venne in mente nessuna risposta adatta e mi limitai a sorridere. Aprii la portiera e mi sedetti, aggiustai il sedile, mi allacciai la cintura, lo guardai.
Non partiamo?
S, ma dove andiamo?
In centro, no? Che altro si pu fare?
Gir la chiave e, dopo aver fatto retromarcia, si immise sulla strada.
Sembri un po abbacchiato, comment. Forse non  andata cos bene o sbaglio?
 andata bene. E non voglio assillarti con quello che non va".
Perch no?
Be, sai..". dissi. Ci sono problemi piccoli, e poi ci sono problemi grandi".
Il fatto che la mamma sia stata sepolta ieri non appartiene alla categoria problemi, precis. Quel che  stato,  stato. Forza! Che cosa  che ti assilla?
Dopo aver percorso un breve tunnel, sbucammo sulla pianura vicino a Kongsgrd, che inondata dalla tagliente luce invernale sembrava quasi bella.
Prima ho parlato con Linda, cominciai. Aveva avuto una mattinata difficile, ecco. Attacchi di rabbia e caos. E poi Vanja ha detto che noi siamo sempre arrabbiati. E ha maledettamente ragione. Me ne accorgo non appena me ne vado. In realt adesso avrei soltanto voglia di tornare a casa e mettere le cose a posto. Ecco cosa mi tormenta".
Il solito, insomma, comment Geir.
S".
Imboccammo la E18, ci fermammo davanti al casello del pedaggio, dove Geir apr il finestrino e butt le monete nel contenitore di metallo, passammo davanti alla chiesa di Oddernes, e dietro la cappella dove si erano svolti i funerali di pap, e alla Kristiansand Katedralskole, il liceo che avevo frequentato per tre anni.
Questo  un posto che per me ha molto significato, dissi. Il nonno e la nonna sono sepolti qui. E pap..".
Non  qui depositato da qualche parte?
Esatto. Oh, se penso che non siamo riusciti a seppellirlo. Eh, eh, eh".
 dai propri parenti che ci si deve aspettare il peggio. Eh, eh, eh!
Ah, ah, ah! Sul serio, me ne occuper quanto prima. Farlo seppellire nella terra. Devo farlo".
Dieci anni in un deposito non hanno mai fatto male a nessuno, osserv Geir.
S, invece. A meno che non sia stato cremato".
Ah, ah, ah!
Cal il silenzio. Passammo davanti alla caserma dei pompieri, entrammo nel tunnel.
Com stato il funerale ieri? chiesi.
Bello, rispose. Sono venute davvero tante persone. La chiesa era piena. Un mucchio di parenti e amici di famiglia che non vedevo da molti anni, da quando ero piccolo.  stato bello. Pap e Odd Steinar piangevano. Erano distrutti".
E tu? domandai.
Mi lanci una rapida occhiata.
Io non ho pianto, disse. Pap e Odd Steinar si tenevano abbracciati. Io ero seduto per conto mio vicino a loro".
La cosa non ti affligge?
No, perch? Io provo quello che provo, loro provano quello che provano".
Qui svolta a sinistra, dissi.
A sinistra? Laggi?
S".
Arrivammo dentro il perimetro che formava il centro, scendemmo lungo Festningsgaten.
Tra poco sulla destra c un parcheggio, dissi. Ci fermiamo l?
S, va bene".
Cosa credi che ne pensi tuo padre?
Del fatto che non mostro dolore?
S".
Lui non ci fa caso. Pensa: Geir  fatto cos. Lo ha sempre fatto. Mi ha sempre accettato in tutto e per tutto. Ti ho raccontato di quella volta che era venuto a prendermi a una festa? Avevo sedici anni e dovevo vomitare, lui ha fermato lauto, io ho vomitato, lui ha ripreso a guidare e non ne ha mai fatto parola. Piena fiducia. Perci il fatto che io non pianga al funerale della mamma, o che non gli posi un braccio sulle spalle, non significa niente per lui. Lui prova quello che prova e gli altri sono liberi di provare quello che vogliono".
A sentirti sembra un bravuomo".
Geir mi guard.
S, lo . Ed  un buon padre. Ma siamo su due pianeti diversi. Era qui che dicevi? Laggi?
S".
Scendemmo nel garage sotterraneo e parcheggiammo. Girammo un po per la citt, Geir volle entrare nei negozi di musica a cercare dei dischi di blues, la sua nuova mania, e poi andammo nelle due grosse librerie prima di metterci a cercare un posto dove mangiare. La scelta cadde su Peppes accanto alla biblioteca. Sembrava che Geir non fosse affatto colpito da quello che gli era successo nellultima settimana e, mentre mangiavamo e chiacchieravamo, mi chiesi se fosse perch la cosa veramente non lo aveva toccato e in tal caso come mai, oppure se fosse perch per lui era importante nascondere quello che provava. Nei primi tempi in cui ero a Stoccolma aveva scritto alcuni racconti, li avevo letti, erano caratterizzati da una grande distanza dagli eventi che descrivevano e ricordo di avergli fatto notare che era come riportare in superficie unenorme nave colata a picco. Giaceva nel profondo della sua consapevolezza. Non se ne curava pi, per lui non era importante, il che ovviamente non equivaleva a dire che non aveva nessun significato. Lui non lo ammetteva e viveva partendo da quel presupposto. Ma allora quale posto occupava? Lo aveva rimosso? Eliminato razionalizzandolo? Oppure, come diceva lui, yesterdays news? Le distanze che teneva nei confronti della famiglia erano da ricollegare a questo: tutto quello che apparteneva al passato lui lo teneva a un braccio di distanza. A quanto diceva lui, la loro vita consisteva di una serie di situazioni quotidiane i cui momenti di spicco erano rappresentati dalle gite al centro commerciale fuori citt e dalle cene domenicali consumate in qualche specie di autogrill, e gli argomenti di conversazione solo di rado si distaccavano dal cibo e dal tempo, questo lo faceva andare fuori di testa dallirrequietudine e dalla frustrazione, anche perch, ne deducevo, quello di cui lui si occupava non trovava posto in tutto ci. Loro non mostravano nessun interesse in quello che faceva lui e lui era del tutto disinteressato a quello che facevano loro. Perch la cosa funzionasse, lui sarebbe dovuto andare loro incontro, ma non voleva. Al contempo, per, capitava spesso che elogiasse il calore che trovava tra loro, lattenzione per le cose vicine, gli abbracci e le strette, ma lo faceva quasi sempre dopo aver parlato di ci che non sopportava, come una specie di penitenza da pagare, e non senza qualche frecciata nei miei confronti, perch se nella mia famiglia cera tutto quello che lui non aveva, curiosit intellettuale e conversazioni continue, che lui definiva valori della classe media, non cerano per quel calore e quellaffetto che lui riteneva tipici della classe lavoratrice da cui proveniva. Il desiderio di passare momenti piacevoli, che nelle cerchie accademiche veniva tanto disprezzato perch il gusto in cui trovava espressione era ritenuto semplice, s, volgare. Geir disprezzava la classe media e i suoi valori, ma sapeva bene di aver introiettato proprio questi, durante la sua carriera universitaria, insieme a tutto ci che era a essi connesso, e di esservi rimasto attaccato come una mosca su una ragnatela.
Era felice di vedermi, lo notai, e forse cera in lui anche una forma di sollievo per la morte della madre, non tanto per se stesso, quanto per lei. Una delle prime cose che disse fu quale ruolo giocava adesso la ansia materna. Nessuno... Ma era cos, eravamo tanto imprigionati negli altri quanto in noi stessi, non se ne usciva, non era possibile liberarsi, ognuno aveva la vita che gli era stata data.
Parlammo di Kristiansand. Per lui era solo una citt, per me era un luogo in cui non riuscivo a stare senza sentirmi inondato dai vecchi sentimenti. Per lo pi era odio, ma si trattava anche della mia inadeguatezza, del fatto che non riuscissi a soddisfare nessuna delle aspettative che qui avvertivo. Secondo Geir era connesso al luogo in cui uno era cresciuto, che inoltre assumeva le tinte di quellepoca, io non ero daccordo, cera una grossa differenza tra Arendal e Kristiansand, la mentalit stessa era diversa. Anche le citt hanno carattere, psicologia, anima, spirito, a seconda di come lo si voglia chiamare, lo si nota nellattimo stesso in cui vi si mette piede, e caratterizza le persone che vi abitano. Kristiansand era una citt commerciale, aveva unanima venale. Anche Bergen ce laveva, ma unita ad arguzia e autoironia, cio incorporava in s il mondo esterno, sapeva bene di non essere la sola.
A proposito, ho riletto La nuova terra questestate, dissi. Lo hai letto?
Molto tempo fa".
In esso Hamsun esalta luomo daffari.  lui che  giovane e dinamico e il futuro del mondo, il grande eroe. Per gli uomini di cultura nutre solo disprezzo. Scrittori, pittori, non sono niente. Ma il commerciante!  divertente. Si pu dedurre che astiosit fosse presente in quelluomo!
Mmm, fece Geir. Nella biografia scritta da Kolloen c un paragrafo in cui corteggia delle domestiche. Kolloen tratta questo argomento in modo insufficiente, o si mette nella posizione di chi non lo comprende. Ma Hamsun veniva dagli strati pi bassi. Questo ce lo dimentichiamo. Era uno scrittore della classe lavoratrice. Veniva dal ceto pi povero di tutti. Per lui le domestiche erano un gradino pi in alto nella scala sociale! Non si pu estrapolare niente da Hamsun se non si capisce questo".
Non si guardava indietro, commentai.  come se i genitori non facessero parte del suo bagaglio psicologico, se capisci cosa voglio dire. Mi danno limpressione di persone grigie e vecchie appoggiate alla parete di un qualsiasi salotto su nel Nordland, talmente grigi e vecchi che quasi non si distinguono dai mobili. E cos estranei alle fasi successive della vita di Hamsun da non avere nessuna rilevanza in assoluto. Per non pu essere stato cos".
No?
S, s, ma capisci cosa intendo? In Hamsun non c neppure un ritratto dinfanzia, a parte ne Il cerchio si chiude. E quasi nessun genitore. Nei suoi libri la gente viene dal nulla. Senza un passato. Perch i genitori non hanno davvero nessun valore, oppure perch il loro valore  stato rimosso? In questo modo queste figure diventano in un certo senso le prime persone della societ di massa, cio prive di una propria origine definita. Sono determinate dal presente".
Presi un pezzo di pizza, staccai i lunghi fili di formaggio che erano rimasti attaccati, gli diedi un morso.
Assaggia la salsa dip, disse Geir.  buona!
Puoi tenertela per te, risposi.
Quando devi essere l?
Alle sette. Comincia alle sette e mezzo".
Allora posso dire senza esagerare che abbiamo tempo. Perch non ci facciamo un giretto in auto? Cos puoi rivedere qualche vecchio posto. Anche io ne ho un paio a Kristiansand. Lo zio della mamma e la sua famiglia abitavano a Lund. Avrei voglia di tornarci".
Prima prendiamo un caff da unaltra parte. Poi andiamo. Okay?
Qui vicino c un bar dove andavamo di solito quando ero piccolo. Potremmo provare a vedere se esiste ancora".
Pagammo e uscimmo. Facemmo due passi fino allhotel Caledonien, gli raccontai dellincendio, di quando ero stato dietro le transenne a osservare la facciata nera dove tutto era finito. Camminammo a lato dei container nel porto, fino alla stazione degli autobus, salimmo verso la Borsa fino a Markens, entrammo in un caff artistico e, nonostante il freddo, ci sedemmo fuori perch io potessi fumare. Poi andammo allauto, ci dirigemmo prima alla casa in Elvegaten, dove avevo vissuto linverno in cui mamma e pap si erano separati. La casa era stata venduta e ristrutturata. Poi salimmo verso la casa del nonno e della nonna, dove era morto pap. Svoltammo nel piazzale di fronte al mare, ci fermammo nel piccolo vialetto di ingresso e osservammo labitazione. Adesso era dipinta di bianco. Le assi erano state cambiate. Il giardino era ben curato.
 questa? domand Geir. Che bella casa! Bella, borghese, costosa. Non me lo aspettavo. Me la immaginavo diversa".
S, dissi. Era diversa. Ma mi lascia indifferente.  solo una casa. Non significa pi nulla. E ora me ne rendo conto".
Due ore dopo ci fermammo davanti alla folkehyskolen dove avrei dovuto leggere. Era nel mezzo del bosco, fuori Sgne. Il cielo era completamente nero, le stelle scintillavano e brillavano dappertutto, si sentiva il mormorio di un fiume nelle vicinanze, e dagli alberi del bosco. Il rumore della portiera dellauto che veniva richiusa riecheggi tra le pareti. Poi il silenzio si chiuse intorno a noi.
Sei sicuro che sia qui? chiese Geir. In mezzo al bosco? Chi diavolo viene fin qui un venerd sera per sentirti leggere?
Di pure quello che vuoi, dissi. Ma  qui. Bello, no?
Oh, s. Suggestivo".
I nostri passi scricchiolavano sulla ghiaia ghiacciata mentre camminavamo. Uno degli edifici, una grossa casa in legno dipinta di bianco che sembrava risalire agli inizi del Novecento, era totalmente al buio. Nellaltro, che era posizionato ad angolo retto rispetto al primo, a venti metri di distanza, la luce era accesa a tre delle finestre. In una di esse si vedevano due figure. Suonavano il piano e un violino. Poi a destra cera un enorme fienile, anchesso al buio, dove avrebbe dovuto svolgersi la lettura.
Girammo intorno per qualche minuto, sbirciammo dentro le finestre buie, vedemmo una biblioteca e qualcosa che assomigliava a un soggiorno. Proseguimmo lungo la strada, sbucammo davanti a un ponte di pietra che si ergeva sopra un piccolo fiume o ruscello. Acqua nera e il bosco come un muro nero sulla riva opposta.
Dobbiamo prenderci un caff o qualcosa di caldo, disse Geir. Perch non chiediamo a quei due l dentro se hanno la chiave?
No. Non chiederemo niente a nessuno, risposi. Gli organizzatori arrivano quando sar il momento".
Almeno potremmo riscaldarci un po, continu Geir. Su questo non avrai mica niente in contrario?
No, no".
Entrammo nella casetta, riempita dalle note dei due musicisti. Dovevano avere tra i sedici e i diciassette anni. Lei aveva un volto bello e dolce e lui, che aveva la sua stessa et, ma era brufoloso e impacciato e che arross leggermente, non sembr molto contento di vederci.
Avete la chiave degli edifici? Sapete, lui deve leggere. Siamo arrivati un po in anticipo".
Lei scosse la testa. Per potevamo accomodarci nella stanza accanto, l cera anche una macchina per il caff. Cos facemmo.
Mi sembra di essere a un campo scuola, comment Geir. La luce qui dentro. Fuori freddo e buio. E il bosco. E il fatto che nessuno abbia idea di dove sono. Nessuno sa cosa sto facendo. Be, una sorta di sensazione di libert. Ma molto  dovuto al buio. Allatmosfera che crea".
Capisco cosa vuoi dire, dissi. Io invece sono soltanto nervoso. Ho dolori in tutto il corpo".
Per questo? Per parlare qui? Rilassati, amico! Andr tutto bene".
Sollevai la mano.
Vedi? dissi.
Tremava come quella di un vecchio.
Una mezzora dopo venni introdotto nella sala dove si sarebbe svolto lincontro. Ancora una volta quello che mi aveva accolto era un uomo barbuto dallaria da lettore universitario di quasi sessantanni e con gli occhiali.
Non  bello? disse quando entrammo.
Annuii. Lo era davvero. Un grosso anfiteatro era come incapsulato dentro il fienile, costruito per ottenere unacustica ottimale, con forse duecento posti a sedere. Per il resto, cerano ovunque opere darte. Adesso in questo paese circolano molti soldi, pensai. Posai la borsa accanto al podio, tirai fuori i fogli e i libri, salutai un altro paio di persone a cui dovevo presentarmi, tra cui la libraia che era venuta per vendere i libri dopo la conferenza, una donna anziana, cordiale ed energica, e poi scesi per fare una passeggiata avvolto nel buio, fino al fiume, dove fumai due sigarette. Poi restai seduto per un quarto dora in bagno con la testa tra le mani. Quando rientrai in sala, era arrivata un po di gente. Quaranta, cinquanta persone forse? Bene. Poi cera anche una banda musicale di ottoni, avrebbero eseguito musica barocca. Suonarono per mezzora, un venerd sera in mezzo a un bosco, poi fu il mio turno. In piedi al centro dellattenzione, bevvi dellacqua, sfogliai un po le mie carte, cominciai a parlare esitante, ingoiai qualche parola, la voce mi tremava un po, finch non entrai nella mia parte e potei cominciare a parlare e basta. Il pubblico era attento, mi sentivo inondare dal loro interesse, mi lasciai sempre pi andare, ridevano nei punti in cui dovevano ridere, e mi sentii colmare da una sensazione di felicit, poche cose sono pi incoraggianti che parlare a un uditorio che ti segue, che non solo ti apprezza, ma partecipa a quello che dici. Lo vedevo, si erano entusiasmati, e quando mi misi a sedere per autografare i libri tutti volevano discutere di quello di cui avevo parlato, andava a toccare qualcosa delle loro vite che volevano comunicarmi, pieni di entusiasmo. Solo quando tornai allauto con Geir ripiombai nella mia solita condizione, nel punto dove scaturiva il disprezzo. Non dissi niente, mi limitai a sedermi e a fissare la strada che si snodava sinuosa in quel paesaggio buio.
 andata molto bene, comment Geir. Sei perfettamente in grado di farlo. Non capisco di cosa ti lamenti. Potresti viaggiare e guadagnare soldi in questo modo!
 andata bene, replicai. Ma do a loro ci che vogliono, dico quello che vogliono sentire. Li blandisco, come faccio con tutto e con tutti".
Davanti a me era seduta una donna, disse Geir. Sembrava uninsegnante. Quando hai cominciato a parlare di aggressioni e abusi sui bambini si  irrigidita. Poi hai pronunciato la parola magica. Infantilismo. Allora ha annuito. Era un concetto con cui era in grado di relazionarsi. Ha spianato tutto. Ma se tu non lo avessi fatto, se tu fossi andato pi a fondo della questione, non  certo che tutti avrebbero parlato con te dopo, no. E cos la pedofilia, se non infantile? Rise. Io chiusi gli occhi.
E quella band in mezzo ai boschi. Musica barocca. Chi se lo aspettava? Ah, ah, ah!  stata una bella serata, Karl Ove, davvero. Quasi magica. Buio, stelle e il sussurrare del bosco".
S, dissi.
Passammo allesterno di Kristiansand, sul ponte di Varoddbrua, davanti allo zoo, superammo Nrholm, Lillesand e Grimstad. Ogni tanto chiacchieravamo un po, arrivammo ad Arendal dove andammo un po in giro per Tyholmen, bevetti una birra in un locale, non ero in me, senza un motivo particolare. Essere qui, circondato dagli edifici che conoscevo intorno a Pollen, con la silhouette di Tromya sullaltro lato dello stretto, in un mondo cos fitto di ricordi, mi dava una sensazione bella, ma strana, ancora di pi per il fatto di essere insieme a Geir, che collegavo alla parte della mia vita che si era svolta a Stoccolma. Verso mezzanotte ci recammo a Hisya, lui mi fece vedere alcuni posti che guardai senza riuscire a mobilitare un vero interesse, tra cui un molo allestremit dellisola dove andavano da adolescenti, e poi tornammo indietro e andammo nella zona residenziale dove aveva trascorso linfanzia. Parcheggi davanti a un garage, io tolsi dal bagagliaio la borsa e i fiori che mi avevano dato, lo seguii fino alla casa, che era simile alla nostra, per lo meno della stessa epoca.
La stanza adiacente al garage era stracolma di fiori e corone.
Qui c stato il funerale, come vedi, disse. Se vuoi, puoi mettere il tuo mazzetto in uno di questi vasi".
Cos feci. Mi mostr la camera in cui avrei dormito, che in realt era di suo fratello Odd Steinar, ma che adesso era stata preparata per me. Mangiammo un paio di fette imburrate in cucina, io girai un po nei due soggiorni per dare unocchiata. Aveva sempre detto che i suoi genitori appartenevano alla generazione precedente a quella dei miei e ora che vedevo come vivevano capii cosa voleva dire. Centrotavola, tappeti, tovaglie, tutto aveva unaria da entroterra anni cinquanta, lo stesso valeva per i mobili e i quadri alle pareti. Una casa degli anni settanta arredata come unabitazione anni cinquanta, ecco cosa sembrava. Molte foto di famiglia alle pareti, una grande collezione di piccoli soprammobili sui davanzali delle finestre.
Gi una volta ero stato in una casa in cui era morto da poco qualcuno. Cera caos ovunque. Qui tutto pareva rimasto freddo e impassibile.
Mi fumai una sigaretta sul prato allesterno. Poi ci augurammo la buonanotte e io andai a dormire, non volevo chiudere gli occhi, non volevo andare incontro a ci che mi aspettava nel sonno, ma dovevo, impiegai tutte le mie forze per pensare a qualcosa di neutro e mi addormentai dopo qualche minuto.
La mattina seguente mi svegliai verso le sette per via del movimento che si percepiva nelle stanze sopra di me. Erano Njaal, il figlio di Geir, e Christina che si erano alzati. Mi feci la doccia, mi cambiai e salii di sopra. Un uomo anziano, forse sulla settantina, con un viso mite e uno sguardo gentile, usc dalla cucina e si present. Era il padre di Geir. Parlammo un po del fatto che ero cresciuto l e di quanto fosse bello. Emanava bont, ma non in quel modo aperto, quasi esibizionista del padre di Linda, no, in quel volto cera anche risolutezza. Non proprio durezza, ma... carattere. Ecco cosera. Poi arriv il fratello di Geir, Odd Steinar. Ci stringemmo la mano, lui si sedette sul divano e cominci a chiacchierare del pi e del meno, anche lui mite e gentile, ma con una timidezza che il padre non aveva, e che certo non aveva Geir. Il padre apparecchi per la colazione in soggiorno, ci mettemmo a tavola e per tutto il tempo continuai a essere consapevole del fatto che la loro madre e moglie era stata sepolta il giorno prima, e che la mia presenza era inappropriata, bench mi avessero accolto con benevolenza e interesse, gli amici di Geir erano loro amici, la loro casa era aperta a tutti.
Tuttavia quando uscii tirai un sospiro di sollievo.
Laereo partiva nel pomeriggio, avevamo deciso di fare un giro in macchina, tra laltro a Tromya, dove non tornavo da molto tempo, e almeno a Tybakken, dove ero cresciuto, e poi di andare direttamente allaeroporto, ma il padre aveva insistito perch prima passassimo da casa, era sabato, avrebbe comprato i gamberetti al molo dai pescatori, dovevo assaggiarli prima di tornare a Malm, l sicuramente non avevano gamberetti come quelli, giusto?
No, dovevamo senzaltro farcela.
Poi ci mettemmo in auto e ci dirigemmo a Tromya. Geir mi raccontava dei luoghi da cui passavamo, aneddoti a essi legati. Da qui emergeva unintera vita. Poi parl della sua famiglia. Chi era sua madre, chi erano suo padre e suo fratello.
 stato interessante conoscerli, dissi. Ora capisco meglio quello di cui parli. Tuo padre e tuo fratello, quasi non esiste nessun punto in comune con te. Il tuo temperamento. La tua animosit e la tua curiosit. La tua irrequietezza. Tuo padre e tuo fratello erano un modello di dolcezza e gentilezza. Allora dov il legame tra te e loro? Ma cera una persona che mancava, si percepiva in modo molto chiaro. Tua madre doveva essere uguale a te. Vero?
S.  vero. La capivo. Ma  stato anche per quello che me ne sono dovuto andare. A proposito,  un peccato che tu non labbia conosciuta".
Arrivo quando  tutto finito".
Il legame pi solido che unisce tre generazioni risiede senza dubbio nel fatto che Njaal, pap e io abbiamo la stessa nuca".
Annuii. Salimmo sopra le colline prima del ponte di Tromya. Montagne sventrate, nuove strade, edifici industriali, come ovunque nella regione.
Sotto di noi vedevo Gjerstadholmen, piu in l Ubekilen. A destra la casa di Hvard. La fermata dellautobus, il bosco sottostante dove facevamo piste da sci in inverno, dove destate andavamo fin gi alla rupe per fare il bagno.
Entra l, dissi.
L? A sinistra? Oh, cazzo,  l che abitavi?
La casa del vecchio Sren, lalbero con le ciliegie selvatiche ed eccola, la zona residenziale. La circonvallazione di Nordsen.
Oddio quantera piccolo.
 l. L davanti".
L? La casa rossa?
S. Quando ci abitavamo noi era marrone".
Geir ferm la macchina.
Comera tutto piccolo. E brutto. Non c niente da vedere, dissi. Dai, proseguiamo. Su per questa collina".
Una donna con una giacca a vento bianca stava scendendo per la strada con un passeggino. Per il resto nessun segno di vita.
La casa di Olsen.
La montagna.
La chiamavamo montagna, ma era solo una collinetta. Dietro di essa la casa di Siv. La casa di Sverre e degli altri.
Neanche unanima. Anzi, s, un gruppetto di bambini.
Ti sei ammutolito? disse Geir. Sei rimasto esterrefatto?
Esterrefatto? No, piuttosto disfatto. Qui c cos poco. Non c niente. Non me ne ero mai accorto prima. Non c davvero niente. E un tempo era tutto".
S-, disse sorridendo. Sempre dritto?
Costeggiamo la parte esterna? La chiesa di Tromy? Quella almeno  bella. Del Duecento. Ci sono delle lapidi fantastiche che risalgono al Seicento, con teschi, clessidre e serpenti. Nel mio primo vero racconto ho usato una delle loro iscrizioni. Come unepigrafe".
Tutti i luoghi che avevo dentro di me, che nellarco della mia vita avevo rivisto nella mia immaginazione un numero infinito di volte, mi passavano davanti al finestrino, del tutto privi di suggestione, neutri, cos comerano nella realt. Qualche rupe, una piccola baia, un molo galleggiante fatiscente, uninsenatura, qualche vecchia casa, una pianura che scendeva verso lacqua. Era tutto.
Scendemmo dallauto e andammo verso il cimitero. Girovagammo per un po, guardammo il mare, ma neppure questo, e neppure la vista di questi abeti, che crescevano fino alla spiaggia di sassi, sempre pi piccoli tanto pi erano vicini al punto dove erano esposti al vento, risvegli dentro di me qualcosa.
Vieni su, andiamo, dissi. Vidi i campi dove avevo lavorato destate, la strada che arrivava fino al corso dacqua, dove gi il 17 maggio potevamo cominciare a fare il bagno. La baia di Sandumkilen. La casa della mia insegnante, come si chiamava, Helga Torgersen? Adesso doveva essere sulla sessantina. Frvik, la stazione di servizio, la casa sul lato opposto, dove le ragazze della mia classe avevano manifestato una grande eccitazione a una festa che si era tenuta una delle sere prima che io mi trasferissi, il supermercato, che ricordavo quando era stato costruito.
Era nulla. Ma in queste abitazioni venivano tuttora vissute delle vite e in esse questo era ancora tutto. L nascevano e morivano persone, l si amava e si litigava, si mangiava e si cacava, si beveva e si gozzovigliava, si leggeva e si dormiva. Si guardava la televisione, si sognava, si puliva, si mangiava una mela e si osservavano i tetti delle case, il vento autunnale che scuoteva gli abeti lunghi e sottili.
Piccolo e brutto, ma tutto come era.
Unora dopo ero seduto da solo al tavolino in soggiorno a mangiare gamberetti in fretta e furia, serviti dal padre di Geir, che non ne voleva, ma era contento di vedere che prima di andarmene potessi gustarmi un po di Norvegia meridionale. Gli strinsi la mano e dopo averlo ringraziato per laccoglienza e lalloggio salii di nuovo in auto accanto a Geir diretto allaeroporto. Prendemmo la strada che passava per Birkeland, l volevo vedere comera adesso laltra casa della mia infanzia, quella di Tveit.
Geir ferm lauto sotto casa. Rise.
Vivevi l? In mezzo ai boschi? Ma  isolato! Non c anima viva! Cos deserto... Una vera e propria Twin Peaks, se vuoi il mio parere. O Pernille e Mister Nelson, non so se te lo ricordi. Mi faceva morire di paura quandero piccolo".
Mentre io indicavo i posti, continuava a ridere. E dovetti ridere anchio, perch li vedevo con i suoi occhi. Tutte quelle case vecchie e cadenti, quei rottami di auto nei cortili, i camion parcheggiati fuori, le case sparpagliate: che senso di desolazione. Cercai di spiegargli quanto era stata bella la nostra casa e quanto era stato bello viverci, che non mi mancava niente, che qui cera tutto, ma...
E dai! disse. Deve essere stato un castigo vivere qui!
Non risposi, ero un po irritato, sentivo il bisogno di difendere quelle cose. Ma non ne avevo voglia. Era sempre cos, le esperienze interiori, che facevano ardere tutto di significato, non trovavano nessun corrispettivo allesterno.
Ci stringemmo la mano nel parcheggio, lui risal in auto e io mi diressi al terminal delle partenze. Laereo era diretto a Oslo, dove avrei cambiato per Billund in Danimarca, dove avrei preso ancora un altro aereo per Kastrup. Non sarei arrivato a casa prima delle dieci di sera. Quando arrivai, Linda mi abbracci, a lungo e con calore, ci sedemmo in soggiorno, aveva preparato da mangiare, le raccontai del viaggio, lei disse che era andata meglio quel giorno, ma che aveva capito che dovevamo fare qualcosa per uscire dal circolo vizioso in cui eravamo finiti, ero daccordo, non poteva pi funzionare, assolutamente, dovevamo uscirne e dare inizio a qualcosa di nuovo. Alle undici e mezzo andai in camera da letto e accesi il computer, aprii un documento nuovo e iniziai a scrivere.
Sulla finestra davanti a me intravedo il riflesso del mio viso. A parte locchio, che brilla, e la parte immediatamente sottostante, che riflette opaca un po di luce, tutto il lato sinistro rimane in ombra. Due rughe profonde solcano la fronte, altre due scendono lungo le guance, ma tutte paiono colme di oscurit, e quando gli occhi fissano immobili e seri, e gli angoli della bocca sono incurvati leggermente verso il basso,  impossibile non pensare che questo sia un volto cupo.
Che cosa lo ha segnato cos profondamente?
Il giorno seguente continuai. Lidea era di arrivare il pi vicino possibile alla mia vita, perci scrissi di Linda e John che dormivano nella stanza accanto, di Vanja e Heidi che erano allasilo, del panorama che vedevo dalla finestra, della musica che ascoltavo. Il giorno dopo ancora andai alla casetta di campagna che avevamo comprato, dove scrissi dellaltro, alcuni passaggi in stile altomodernista sui volti e sulle forme che si ritrovano in tutti i grandi sistemi, nelle dune di sabbia, nelle nuvole, nelleconomia, nel traffico, e ogni tanto uscivo in giardino a fumare e a osservare gli uccelli che si libravano qua e l nel cielo, era febbraio e non si vedeva anima viva in quellenorme lotto di terreno in comune, solo file su file di casette di bambola ben curate circondate da tanti piccoli giardini cos perfetti da sembrare dei salotti. Sul calare della sera giunse in volo un enorme stormo di corvi, dovevano essere diverse centinaia, una nube nera di ali svolazzanti che pass prima di sparire. Cal la notte, e a parte ci che la luce che fuoriusciva dalla porta aperta allaltro capo del giardino rendeva visibile, tutto intorno a me era buio. Sedevo talmente immobile e in silenzio che un porcospino pass lentamente a solo mezzo metro dai miei piedi.
Guarda un po chi c, dissi e aspettai che avesse raggiunto la siepe prima di alzarmi e rientrare. Il giorno successivo iniziai a scrivere della primavera in cui pap aveva lasciato me e la mamma e, nonostante odiassi ogni singola frase, decisi di insistere, dovevo finirlo, raccontare quella storia che da cos tanto tempo stavo cercando di narrare. Di ritorno a casa continuai, in alcune annotazioni che avevo preso allet di diciotto anni e di cui per qualche motivo mi ero sbarazzato, cera scritto buste di birra nel fossato, si riferiva a una sera dellultimo dellanno durante la mia adolescenza, quello potevo usarlo, se solo riuscivo a infischiarmene abbastanza e a mettere da parte lidea di comporre qualcosa di aulico. Le settimane passavano, io scrivevo, portavo le bambine allasilo e andavo a riprenderle, nel pomeriggio stavo con loro in uno dei tanti parchi, preparavo la cena, leggevo per loro e mettevo tutti e tre a letto, la sera sbrigavo il mio lavoro di consulente editoriale e altre cosette. Ogni domenica andavo in bicicletta fino a Limhamnsfltet e giocavo a calcio per due ore, era il mio unico hobby, tutto il resto riguardava o il lavoro o i bambini. Limhamnsfltet era unenorme piana erbosa appena fuori dalla citt, vicino al mare. Sin dalla fine degli anni sessanta uno stuolo variegato di persone si riunisce l tutte le domeniche alle dieci e un quarto. A volte i pi giovani possono avere sui sedici, diciassette anni, mentre il pi anziano, Kai, rasenta gli ottanta  sta a bordo campo e bisogna passargli la palla proprio davanti ai piedi, ma se la prende la sua voglia di giocare a calcio  ancora cos forte in lui che riesce a calciare in porta e ogni tanto anche a segnare un goal. Ma la maggior parte  tra i trenta e i quaranta, sono di diversa estrazione sociale e hanno alle spalle esperienze diverse e lunica vera cosa che li accomuna  il piacere di giocare a calcio. Lultima domenica di febbraio vennero anche Linda e i bambini, Vanja e Heidi fecero un po di tifo per me e poi andarono a un parco giochi vicino alla spiaggia mentre io continuavo a giocare. Il terreno era ghiacciato, il tappeto erboso, di solito morbido, era durissimo e quando io, dopo unora, persi lequilibrio in un contrasto e caddi su una spalla, capii subito che qualcosa era andato storto. Rimasi a terra, gli altri si radunarono intorno a me, avevo la nausea per via del dolore, camminando lentamente e piegato in avanti andai a mettermi dietro alla porta, gli altri si resero conto che non si trattava di una banale caduta e la partita fu sospesa, in fondo erano le undici e mezzo.
Fredrik, uno scrittore di poco pi di cinquantanni e abile cannoniere, che tuttora infila un gol dopo laltro nellequivalente svedese del torneo per le aziende, la korpligan, mi port in auto allospedale, mentre Martin, un gigante danese di oltre due metri che conoscevo tramite lasilo, si assunse lincombenza di informare Linda e i bambini dellaccaduto. Il pronto soccorso era pieno, presi il numero e mi sedetti in attesa del mio turno, la spalla mi bruciava e mi dava delle fitte ogni volta che la muovevo, ma non a tal punto da non resistere per la mezzora che ci volle prima che toccasse a me. Spiegai la situazione allinfermiera allo sportello, lei usc per un breve controllo, mi afferr il braccio e lo spost lentamente di lato. Cacciai un urlo, alto e forte. AAAAAAAA! Tutti i presenti mi guardarono. Un uomo di quasi quarantanni con indosso la divisa della nazionale di calcio argentina, con delle scarpe da calcio ai piedi e i capelli legati con un laccio a mo di ciuffo di ananas in cima alla testa che urlava di dolore.
Venga dentro con me, disse linfermiera. Cos possiamo visitarla come si deve".
La seguii in una stanza accanto, mi chiese di aspettare, qualche minuto dopo sopraggiunse unaltra infermiera, ripet lo stesso movimento con il braccio, urlai di nuovo.
Mi scusi, dissi. Ma non riesco a trattenermi".
Non si preoccupi, rispose, e mi tolse con cautela il giubbotto della tuta. Dobbiamo togliere anche la maglietta, aggiunse. Crede di farcela?
Cominci a tirare per la manica, urlai, fece una piccola pausa e riprov. Fece un passo indietro. Mi guard. Mi sentivo come un bambinone.
Dobbiamo tagliarla".
Ora ero io a guardare lei. Tagliare la mia divisa dellArgentina?
Torn con le forbici e tagli le maniche, dopo essere riuscita a togliermi la maglietta mi chiese di sedermi su un lettino, mi infil una flebo nellavambraccio, appena sopra il polso. Mi avrebbero dato un po di morfina, spieg. Quando ebbe finito, senza che io avessi notato alcuna differenza, spinse il mio lettino in unaltra stanza, circa centro metri pi avanti di quelledificio labirintico e l rimasi da solo ad aspettare le radiografie, non senza preoccuparmi, perch pensavo che la spalla si fosse lussata e sapevo che in tal caso sarebbe stato doloroso rimetterla a posto. Invece era rotta, constat il medico, ci sarebbero volute tra le otto e le dodici settimane per guarire. Mi diedero degli antidolorifici, una ricetta per prenderne altri, mi fecero una fasciatura rigida a otto sopra e sotto le spalle, mi misero la giacca sulle spalle e mi spedirono a casa.
Quando aprii la porta di casa, Vanja e Heidi arrivarono di corsa. Erano eccitate, pap era stato allospedale, che avventura. Raccontai a loro e a Linda, che ci raggiunse con John in braccio, che mi ero rotto la clavicola e che mi avevano fasciato, che non era grave, ma che per i due mesi successivi non avrei potuto sollevare n portare niente n usare il braccio.
Parli sul serio? disse Linda. Due mesi?
S, o tre nel peggiore dei casi, risposi.
Non giocherai mai pi a calcio, questo  poco ma sicuro, sentenzi.
Eh? feci. E questo saresti tu a deciderlo adesso?
Sono io quella che ne subisce le conseguenze, replic. Come faccio a occuparmi da sola di tutti i bambini per due mesi, se posso chiedere?
Andr tutto bene, dissi. Rilassati. Mi sono comunque rotto la clavicola. Fa male. Non lho mica fatto apposta".
Entrai in casa e andai a sedermi sul divano. Dovevo eseguire tutti i movimenti in maniera lenta e con estrema attenzione, perch a ogni piccola mossa sbagliata ero attraversato da fitte di dolore. Ahh, Ohh, Uhh, esclamavo mentre mi mettevo lentamente a sedere. Vanja e Heidi seguivano con occhi spalancati ogni singolo movimento.
Sorrisi loro mentre cercavo di aggiustarmi il cuscino grosso dietro la schiena. Mi vennero vicino. Heidi mi pass la mano sul petto, come per esaminarlo.
Possiamo vedere la fasciatura? domand Vanja.
Dopo, risposi. Sai, mi fa un po male a mettermi e togliermi i vestiti".
 pronto da mangiare! url Linda dalla cucina.
John, seduto nel suo seggiolone, picchiava sul tavolo con la forchetta e il coltello. Vanja e Heidi fissavano me e i miei movimenti lenti e accurati mentre mi accomodavo.
Che giornata! comment Linda. Martin non sapeva niente, solo che eri stato portato al pronto soccorso. Per fortuna ci ha aiutati a tornare a casa, ma quando stavo per aprire la porta mi si  rotta la chiave. Oddio. Mi ero gi immaginata la scena di dover dormire da loro stanotte. Ma poi per sicurezza ho controllato nella borsa e cera la chiave di Berit, un colpo di fortuna, non lavevo rimessa a posto. E poi arrivi tu con la clavicola rotta..".
Mi guard.
Sono cos stanca, disse.
Sono mortificato, risposi. Sicuramente sar per i primi giorni che non potr fare niente. E poi laltro braccio funziona alla perfezione".
Dopo cena mi sdraiai sul divano con un cuscino dietro la schiena e guardai una partita di calcio italiano in tv. Nellarco dei quattro anni in cui avevamo avuto dei figli, mi ero concesso qualcosa di simile una sola volta. Ero tanto malato da non riuscire a muovermi, ero rimasto un giorno intero sul divano, avevo guardato dieci minuti del primo film su Jason Bourne, avevo dormito un po, ne avevo visti altri dieci minuti, avevo dormito un po, ogni tanto vomitavo e, bench il dolore fosse davvero insopportabile, mi ero comunque goduto ogni secondo. Stare sdraiato sul divano a guardare un film in pieno giorno! Nessun dovere! Niente vestiti da lavare, niente pavimento da strofinare, niente piatti da rigovernare, niente bambini da accudire.
Adesso avevo la stessa sensazione. Non potevo fare niente. Indipendentemente dallintensit di ogni fitta, bruciore o dolore alla spalla, la felicit di starmene sdraiato tranquillo era assai pi grande.
Vanja e Heidi mi ronzavano intorno, ogni tanto mi si avvicinavano e mi accarezzavano con delicatezza la spalla, poi andavano in camera e riprendevano a giocare, tornavano indietro. Pensai che per loro doveva essere inaudito il fatto che io tutto a un tratto fossi completamente passivo e immobile. Era come se mi stessero riscoprendo.
Finita la partita, andai a farmi un bagno. Non avevamo un sostegno per il manico della doccia, dovevamo reggerlo con una mano e ora non potevo farlo, quindi dovetti riempire la vasca dacqua e scivolarci lentamente dentro.
Hai bisogno di aiuto per lavarti, pap? domand Vanja. Possiamo farlo noi?
S,  una buona idea, dissi. Vedete quei piccoli asciugamani? Prendetene uno a testa, poi intingeteli nellacqua e metteteci un po di sapone".
Vanja segu scrupolosamente le istruzioni, Heidi fece come lei. Ed eccole l, chine sul bordo della vasca a insaponarmi con le loro lavette. Heidi rideva, Vanja era seria e determinata. Mi lavarono le braccia e il collo e il torace. Heidi si stanc dopo un attimo e corse in soggiorno, Vanja rimase un po di pi.
Va bene? chiese alla fine.
Sorrisi, era quello che di solito dicevo io.
S, va benissimo, risposi. Non so come avrei fatto senza di te!
Si illumin tutta e poi corse anche lei in soggiorno.
Restai nella vasca finch lacqua non si raffredd del tutto. Prima una partita in tv, poi un lungo bagno. Che domenica!
Vanja venne a vedere un paio di volte, probabilmente aspettava che venisse messa la fasciatura. Parlava svedese, tuttora con la cadenza di Stoccolma, ma dopo che ero stato con lei per una mattinata o un pomeriggio, o quando in qualche modo si sentiva pi vicina a me, con maggior frequenza spuntavano alcune parole del mio dialetto in quello che diceva. Molto spesso pronunciava m, me, invece dello svedese mig. Capitava per esempio che mescolasse le due parlate quando diceva per esempio Tirami su! dove una parte era in svedese e una nel mio dialetto. Ogni volta ridevo.
Puoi andare a chiamare la mamma? le chiesi.
Annu e corse via. Uscii con cautela dalla vasca e, quando Linda arriv, mi ero asciugato.
Potresti mettermi la fasciatura? domandai.
Certo, rispose.
Le spiegai come doveva stare e le dissi che doveva stringere, altrimenti non aveva senso.
Pi stretta!
Ma non ti fa male?
Un po, ma pi stretta , e meno dolore sento quando mi muovo".
Ok. Se lo dici tu".
E quindi tir allindietro.
Aaahhh! gridai.
 troppo stretta?
No, va bene, risposi. Mi girai verso di lei.
Scusa se prima mi sono arrabbiata, disse.  solo che mi si  aperta una prospettiva cos terribile, essere da sola in tutto per diversi mesi da qui in avanti".
Ma non sar cos. Tra un po potr portarle allasilo e riprenderle come al solito, ne sono sicuro".
Capisco bene che ti fa male e che non  colpa tua.  solo che sono cos stanca".
Lo so. Ma ce la faremo. Tutto si sistemer".
Il venerd Linda era cos esausta che andai io con John a prendere le bambine allasilo. Allandata and tutto bene, spingevo la carrozzina con John con la destra mentre procedevo con tutta la cautela possibile. Il ritorno present maggiori problemi. Con la mano destra trascinavo dietro di me la carrozzina e con quella sinistra infortunata avevo afferrato di lato il passeggino doppio di Vanja e Heidi e cercavo di spingerlo con tutto il corpo in avanti, e ogni tanto ero attraversato da fitte di dolore che riuscivo a contrastare solo imprecando leggermente. Doveva trattarsi di uno strano quadretto e la gente ci guardava mentre passavamo. Singolare fu anche lesperienza di quelle settimane. Il fatto di non poter sollevare o portare niente e le difficolt che avevo a sedermi e ad alzarmi mi creavano un senso di impotenza che andava ben oltre le limitazioni di carattere fisico. Di colpo ero privato di qualsiasi potere e forza, e la padronanza sulle cose, che fino a quel momento davo per scontata, divenne tangibile. Sedevo immobile, ero passivo ed era come se perdessi il controllo dellambiente circostante. Quindi avevo sempre avuto la sensazione di controllarlo e averlo in mio potere? S, doveva essere cos. Non avevo bisogno di mettere in atto quel potere e quel controllo, bastava sapere che esistevano, questo caratterizzava tutto ci che facevo e pensavo. Adesso erano spariti e me ne accorgevo per la prima volta. Ancora pi strano era il fatto che lo stesso valesse per la scrittura. Anche su di essa avevo una sensazione di potere e controllo, che era sparita con la rottura della clavicola. Tutto a un tratto ero io sottomesso al testo, di colpo era il testo ad avere un potere su di me, e fu solo con un enorme sforzo di volont che riuscii a scrivere le cinque pagine che mi ero imposto tutti i giorni come obiettivo. Ma funzion, anche questo. Odiavo ogni lettera, ogni singola parola, ogni singola frase, ma il fatto che non mi piacesse quello che facevo non significava che non dovevo farlo. Un anno, poi sarebbe finita, poi avrei potuto scrivere altro. Le pagine scorrevano, la storia andava avanti e poi un giorno arrivai a un altro dei punti che mi ero annotato su un taccuino negli ultimi ventanni, una festa che pap aveva tenuto per i suoi amici e colleghi lestate in cui avevo sedici anni, quando nel buio di quellestate inoltrata gli invitati si erano come fusi insieme alla mia grande gioia e a pap che piangeva, era stata una serata incredibile, cos colma di sensazioni, tutto si era ricongiunto in quel momento e ora finalmente potevo scriverne. Una volta fatto, il resto avrebbe riguardato la morte di pap. Quella porta era dura da aprire, era pesante da varcare e starci, ma lo feci ricorrendo al mio nuovo sistema: cinque pagine al giorno, sempre, a ogni costo. Poi mi alzavo, spegnevo il computer, prendevo la spazzatura, la buttavo nello scantinato e andavo a prendere le bambine. Quel terrore che avevo nel petto scompariva quando arrivavano correndo nel cortile. Facevano quasi a gara a chi riusciva a gridare pi forte e ad abbracciarmi pi stretto. Se cera anche John, sorrideva e urlava, per lui le due sorelle erano la cosa pi grande che esistesse. Spargevano intorno a lui la loro vitalit, lui la risucchiava, cercava di reagire come poteva e neppure di Heidi, che a volte era ancora cos gelosa di lui da graffiarlo o spingerlo o picchiarlo se non stavamo abbastanza attenti, aveva mai paura, non la guardava mai terrorizzato. Se ne dimenticava? Oppure stava cos bene con loro da non dargli peso?
Un giorno di marzo squill il telefono mentre stavo lavorando, era un numero sconosciuto, ma dato che non era norvegese, ma svedese, risposi comunque. Era una collega di mia madre, erano a un seminario a Gteborg, la mamma era svenuta di colpo in un negozio ed era stata portata allospedale, dove si trovava adesso, nel reparto di cardiologia intensiva. Telefonai in ospedale, aveva avuto un infarto, era stata operata e adesso era fuori pericolo. Quella sera sul tardi telefon lei di persona. Sentivo che era debole e forse un po scombussolata. Disse che aveva sentito un dolore tale che avrebbe preferito morire. Non era svenuta, si era solo accasciata. E non in un negozio, ma per la strada. Mentre era l distesa a terra, mi disse, convinta che fosse finita, aveva pensato di aver avuto una vita fantastica. Quando lo disse, rimasi come paralizzato.
Cera qualcosa di cos bello in questo.
Poi disse che mentre era l e stava per morire le era tornato alla mente soprattutto il ricordo dellinfanzia, in una specie di consapevolezza improvvisa: aveva avuto uninfanzia unica, era stata libera e felice, era stata fantastica. Nei giorni che seguirono, quello che aveva detto continuava a riecheggiarmi nella testa. In un certo modo mi scuoteva. Io non avrei mai potuto pensarlo. Se fossi stramazzato a terra in quel momento e avessi avuto pochi secondi, forse minuti, per riflettere prima che tutto fosse finito, quello a cui avrei pensato sarebbe stato lopposto. Che non ho fatto niente, che non ho visto niente, che non ho vissuto niente. Io voglio vivere. Ma allora perch non vivo? Perch quando sono a bordo di un aereo o di unautomobile e mi immagino che stia per precipitare o per andare a sbattere, quello che penso  che tanto non  poi cos grave? Che non  cos importante? Che posso benissimo morire cos come continuare a vivere? Perch  questo ci che penso il pi delle volte. Lignavia  uno dei sette peccati capitali, in realt il pi grave di tutti, perch  lunico che viola la vita.
Pi tardi quella primavera, quando mi avvicinavo alla fine della storia della morte di pap, quei giorni terribili nella casa a Kristiansand, la mamma venne a farmi visita. Era stata a un altro seminario a Gteborg. Allora erano passati due mesi da quando si era sentita male. Se le fosse successo a casa, quasi sicuramente non sarebbe sopravvissuta, viveva da sola e anche se contro ogni previsione fosse riuscita a chiamare aiuto, ci volevano quaranta minuti di auto per raggiungere lospedale. A Gteborg lavevano visitata subito e non era passato molto tempo prima che si fosse trovata stesa sul tavolo operatorio. Si scopr che linfarto non era venuto dal nulla. Aveva avuto dei dolori, a volte forti, ma lei aveva creduto che fossero dovuti allo stress, aveva allontanato quel pensiero, aveva pensato di recarsi dal medico quando fosse tornata a casa, ma poi il cuore aveva ceduto.
Una mattina stava lavorando a maglia mentre io scrivevo e Linda era fuori con John dopo aver accompagnato le bambine allasilo. Quando dopo un po andai da lei a vedere come stava, cominci a parlare di pap senza che le avessi chiesto niente. Disse che si era sempre chiesta perch fosse rimasta con lui, perch non ci avesse presi e portati via con lei e non lo avesse lasciato, era soltanto perch le era mancato il coraggio? Qualche settimana prima ne aveva parlato con unamica, mi disse, e di colpo era rimasta sorpresa perch si era sentita dire con la sua stessa voce che gli voleva bene. Mi guard.
Gli volevo bene, Karl Ove. Lo amavo".
Non lo aveva mai detto. Non si era mai neppure avvicinata allargomento. S, non riuscivo a ricordare che avesse mai usato prima una parola come amare.
Ero rimasto turbato.
Cosa sta succedendo? Pensai. Cosa sta succedendo? Qualcosa era cambiato intorno a me. Stava accadendo dentro di me, e quindi vedevo qualcosa che prima non avevo visto? Oppure avevo messo in moto qualcosa? Perch parlavo molto del periodo con pap con lei e con Yngve, tutto a un tratto me lo sentivo di nuovo vicino.
Quella mattina continu, si mise a raccontare della prima volta che si erano incontrati. Lei lavorava in un albergo a Kristiansand durante lestate in cui aveva diciassette anni, un giorno era a un bar allaperto in un grande parco, allombra di un albero, quando le erano stati presentati lamico di unamica e lamico di lui.
Non avevo afferrato bene il suo nome e a lungo avevo creduto che si chiamasse Knudsen, disse. E allinizio quello che mi piaceva di pi era laltro, sai. Ma poi mi sono messa con tuo padre...  un ricordo cos bello. Il sole e lerba nel parco, gli alberi che facevano ombra, tutte le persone presenti... Eravamo cos giovani, sai... S, era una favola. Linizio di una fiaba. Era questa la sensazione che avevo".
...
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...
FINE.